intervista di Roberto Rossi a Luciano Gallino
Residuo premoderno, istituzione demodé, struttura in ritardo irrimediabile sui tempi. Adesso anche casta. Il sindacato in Italia è sottoposto a un pesante attacco come mai prima d’ora. E che ricorda quello che subì, negli anni 80, quello inglese.«È lo stesso piano inclinato» spiega il sociologo Luciano Gallino. Per ora cambia solo la pendenza.
Professore, tra le affermazioni più in voga oggi c’è anche quella di considerare il ruolo del sindacato come troppo invadente nella vita politica del Paese. Concorda?
«È un’affermazione fuori da ogni realtà. Se il sindacato avesse tale potere non si spiegherebbe come i salari dei lavoratori dipendenti in Italia siano fermi da oltre dieci anni, ormai quasi 15, mentre sono cresciuti in termini reali in Francia, Germania e altrove».
Qual è la forza, la presa del sindacato nella società?«Il vantaggio del sindacato è che ha una presa diretta con il mondo che lo circonda. Molte persone, forse anche i redattori dell’Espresso, pensano che il sindacato sia fatto da 30-50 signori che stanno seduti in Corso Italia o da altre parti e che da lì sragionino sulle sorti dei lavoratori. Il sindacato è fatto da decine di migliaia di persone in contatto con le forze produttive del Paese, con le crisi aziendali, le delocalizzazioni, giorno per giorno. Hanno un contatto con la realtà superiore ai partiti che una volta avevano sezioni, club, scuole dove si studiava la società, ma che oggi sono spariti».
Perché secondo lei il settimanale l’Espresso, voce rappresentativa di una parte della sinistra, ha dipinto i sindacati come casta proprio ora? In fondo sono gli stessi di dieci anni fa. C’è un motivo contingente?
«Non lo so. Ma se ci fosse mi pare che la cosa si profili un po’ preoccupante. Quello che il sindacato ha fatto fino a questo punto è resistere, non molto tutto sommato, sulla questione delle pensioni. E ha finito col firmare un protollo dove le pensioni vengono riformate con differenze minime rispetto al piano del centrodestra. E nel quale si sono presi impegni nel mercato del lavoro che potrebbero essere stati scritti benissimo dal governo Berlusconi. Io mi sono guardato il protocollo Damiano. Il fatto di averlo sottoscritto è per i sindacati un segno di debolezza. Altro che casta! Un documento del genere 10 anni fa non sarebbe stato proponibile».
Anche in Gran Bretagna, negli anni ‘80, il ruolo del sindacato fu pesantemente messo in discussione e poi ridimensionato. C’è un parallelismo?
«Purtroppo il piano inclinato è il medesimo. Lì i sindacati sono stati eliminati dalla scena politica ed economica licenziando decine di migliaia di lavoratori. In Italia non siamo allo stesso livello, per fortuna».
Il piano inclinato è l’ideologia liberista?
«Direi proprio di sì, ma non solo. Aggiungerei, come ricorda Warren Buffett, il secondo uomo più ricco al mondo, che le forze delle grandi imprese, delle corporation, i loro modelli, hanno vinto. Hanno perseguito un tale successo che contrastarlo appare sempre più difficile».
Ha vinto il concetto di modernismo?
«Sì, ma in una concezione molto povera, molto deforme del modernismo. Perché, il modernismo o, meglio, la modernità, mirava alla sintesi, la più alta possibile, tra esigenze individuali e interessi collettivi. Il concetto moderno così come si è è malamente affermato ha sostenuto e sta sostenendo solo il primo aspetto. E cioè un liberismo sfrenato che permette notevoli sviluppi della ricchezza privata a scapito di quella pubblica».
Questo progetto di modernismo di basso profilo ha fatto breccia anche a sinistra?
«Ahimè sì. Naturalmente bisogna fare i conti con la storia. Con il fatto che il capitalismo non abbia più antagonisti reali e credibili».
Attaccare il sindacato torna ciclicamente di moda. Era successo con Berlusconi, torna in auge oggi. Perché?
«Perché la vittoria di cui parlavamo prima è forse più ampia di quanto non ci potesse aspettare. E, per la verità, non ha trovato grosse resistenze. Sono le capacità critiche che sono venute meno. La capacità di fare fronte ai dati e ragionarci sopra. Gran parte del discorso politico attuale è ideologico, rispetto al quale i fatti e le cifre non esistono più. Mi sembra molto caratteristico quanto è avvenuto sul fronte delle pensioni ma anche sul fronte del mercato del lavoro».
Il segretario della Cgil Epifani ha parlato più volte di un ritorno di un “diciannovismo”, cioè il tentativo di delegittimazione delle istituzioni tra queste anche i sindacati?
«Per ora il termine mi sembra forte anche se credo che ci sia qualcosa di vero. Perché così come si attacca il sindacato si attacca anche la politica in quanto tale o le stesse istituzioni della democrazia. Spero che fra quattro o cinque anni non si riveli un termine pienamente azzeccato».
Rispetto a dieci anni fa, diciamo quando il protocollo Damiano non sarebbe stato preso in considerazione, come è cambiato il sindacato?
«Potremmo dire che ha qualche acciacco in più. Uno dei problemi principali è una difficoltà di rappresentanza. La frammentazione dell’attività produttiva ha anche frammentato e distribuito sul territorio le forze di lavoro. Inoltre le tecnologie e i nuovi modelli di organizzazione del lavoro hanno moltiplicato e differenziato interessi materiali e ideali dei lavoratori. Però il loro ruolo è ancora vitale. Basta dare un’occhiata a quello che succede nel mondo e uno scopre che dove i sindacati non ci sono di fatto i lavoratori vengono pagati 70 centesimi di dollaro l’ora o fanno 60-70 ore alla settimana».
dall'Unità del 6 agosto 2007
giovedì 23 agosto 2007
mercoledì 22 agosto 2007
Anche gli ingegneri leggono il manifesto :)
Tutto quello che so
Ho letto la lettera di Rossana Rossanda al presidente Prodi (il manifesto del 4 agosto). Io non so se sono popolo di sinistra, quel che so è che a sinistra ho sempre votato. So che ho la partita iva che ho dovuto aprire perché o la prendevi o ciccia che lavoravi, altro che contratti, salari minimi, ferie, malattia, pensione, tutta fantascienza, cose che leggo sui libri e che mi raccontano i miei nonni, ma non so mica se sono vere. So che su quel che guadagno ci pago un botto di tasse fino all'ultimo centesimo, eppure non giro in elicottero, e nemmeno in mercedes. So che nonostante questo non occupo (né tantomeno okkupo), non disobbedisco, non autoriduco, non sfascio le vetrine dei mcdonalds (che son gestiti da poveracci non tanto diversi da me), non sono esente da nulla, ma non do la colpa all'impero del male. So che quando non avevo qualcosa non ho mai detto «deve pensarci lo stato a garantirmela», ho sempre detto «devo darmi da fare per averla». So che verso dei contributi obbligatori per una pensione che non avrò (meglio, che sarà uguale a quella che avrei avuto senza versare nulla), né con lo scalone, né con gli scalini, né con la scala a chiocciola e neanche saltando giù nella tromba delle scale. So che decenni di sprechi dissennati mi hanno lasciato in eredità sulle spalle un debito che non si riesce nemmeno a scriverlo, tante cifre ha (e gli abbiamo appena tolto tre zeri...), e che oramai è tanto grande che ogni anno siamo contenti se è cresciuto poco, invece di farlo calare... so che tutti quanti parlano di diritti che il governo dovrebbe garantire, ma ben pochi parlano di doveri che il governo dovrebbe imporre. Detto questo, ebbene sì, io sono uno di quelli che sanno che la priorità è risanare i conti pubblici. Proprio perché mi sono stancato di pagare tasse per niente, epperò non voglio diventare evasore. Perché mi sono stancato di mantenere gente nullafacente, epperò non voglio dare certi servizi essenziali in mano ai privati. Perché mi sono stancato degli sprechi, epperò non voglio smantellare lo stato sociale. Perché mi sono stancato dei soprusi, epperò non voglio l'anarchia né la legge del taglione. Perché mi sono stancato delle ingiustizie, epperò non voglio rinunciare alla legalità. Chissà che cosa ne dice la Rossanda. Sarò ancora di sinistra?
Distinti saluti.
ing. Paolo Bianco
lettera dal manifesto del 14 agosto 2007
( dell'ing. Paolo Bianco consiglio anche il divertente thread:
http://forum.ingegneri.info/viewtopic.php?t=6976)
Ho letto la lettera di Rossana Rossanda al presidente Prodi (il manifesto del 4 agosto). Io non so se sono popolo di sinistra, quel che so è che a sinistra ho sempre votato. So che ho la partita iva che ho dovuto aprire perché o la prendevi o ciccia che lavoravi, altro che contratti, salari minimi, ferie, malattia, pensione, tutta fantascienza, cose che leggo sui libri e che mi raccontano i miei nonni, ma non so mica se sono vere. So che su quel che guadagno ci pago un botto di tasse fino all'ultimo centesimo, eppure non giro in elicottero, e nemmeno in mercedes. So che nonostante questo non occupo (né tantomeno okkupo), non disobbedisco, non autoriduco, non sfascio le vetrine dei mcdonalds (che son gestiti da poveracci non tanto diversi da me), non sono esente da nulla, ma non do la colpa all'impero del male. So che quando non avevo qualcosa non ho mai detto «deve pensarci lo stato a garantirmela», ho sempre detto «devo darmi da fare per averla». So che verso dei contributi obbligatori per una pensione che non avrò (meglio, che sarà uguale a quella che avrei avuto senza versare nulla), né con lo scalone, né con gli scalini, né con la scala a chiocciola e neanche saltando giù nella tromba delle scale. So che decenni di sprechi dissennati mi hanno lasciato in eredità sulle spalle un debito che non si riesce nemmeno a scriverlo, tante cifre ha (e gli abbiamo appena tolto tre zeri...), e che oramai è tanto grande che ogni anno siamo contenti se è cresciuto poco, invece di farlo calare... so che tutti quanti parlano di diritti che il governo dovrebbe garantire, ma ben pochi parlano di doveri che il governo dovrebbe imporre. Detto questo, ebbene sì, io sono uno di quelli che sanno che la priorità è risanare i conti pubblici. Proprio perché mi sono stancato di pagare tasse per niente, epperò non voglio diventare evasore. Perché mi sono stancato di mantenere gente nullafacente, epperò non voglio dare certi servizi essenziali in mano ai privati. Perché mi sono stancato degli sprechi, epperò non voglio smantellare lo stato sociale. Perché mi sono stancato dei soprusi, epperò non voglio l'anarchia né la legge del taglione. Perché mi sono stancato delle ingiustizie, epperò non voglio rinunciare alla legalità. Chissà che cosa ne dice la Rossanda. Sarò ancora di sinistra?
Distinti saluti.
ing. Paolo Bianco
lettera dal manifesto del 14 agosto 2007
( dell'ing. Paolo Bianco consiglio anche il divertente thread:
http://forum.ingegneri.info/viewtopic.php?t=6976)
Il fine giustifica i mezzi? No (per fortuna)
l'intervento
Con myspace non va tutto bene, madama la marchesa
Ivan Della Mea
Fine giugno 2007. Sesto Fiorentino. Istituto Ernesto de Martino: d'ora in poi IEdM. Da tempo, tanto, troppo forse, sto meditando su uno scritto di Gianni Bosio nel quale lui el mè Giuan afferma essere priorità irrinunciabile dell'IEdM... da lui stesso fondato nel 1966... l'autonomia economica come condizione dell'autonomia politica e culturale: un no secco, dunque, a qualsivoglia mediazione e compromesso con qualsisia istituzione. Poi, Bosio muore il 21 agosto 1971. Oggi l'IEdM vive, meglio, sopravvive, grazie a contributi esclusivamente istituzionali e al tesseramento dei soci che incide in ragione di un assai poco per cento comunque prezioso. Bon, certo i tempi sono cambiati, gli spazi pure, è cambiata la società e sono cambiati i contesti sociali non ci sono più le classi di Paolo Sylos Labini, sono cambiate le condizioni di vita e anche quelle di morte, sono cambiati i costumi sia quelli sociali sia quelli da spiaggia...e e e... morta lì ma tutto questo non mi rasserena rispetto al fatto che la contraddizione resta e che oggi l'autonomia dell'IEdM, nell'accezione bosiana, più non è né tanto né poco e tutti i miei ragionari hanno il sound del ronzio d'un'ape dentro un bugno vuoto.Tiremm innanz.Mi dice una lei giovane che lavora all'IEdM: senti mea c'è questo spazio myspace... maispeis è libero zero costi ci puoi mettere icché ti pare e ti dà una visibilità pazzesca fai conto che se come sito web dell'istituto mediamente faccio per dire ci relazioniamo un giorno per l'altro con dieci realtà singole e collettive con vuvuvu punto maispeis punto com traduco si passa a ... beh proprio non c'e rapporto e non ci sono problemi di sorta e è facile è lì. Pronti via. Non so che dire. Capisco la voglia di lei e di altri giovani che lavorano o che fanno riferimento all'IEdM di avere finalmente più visibilità e più contatti e più comunicazioni e più informazioni di quanti ce ne possano dare il nostro sito e la nostra news e icchéssoiochenonso...Primi d'agosto. Siamo in maispeis e ancora non ho ben chiaro che cosa significhi ma ci siamo e ci sono anche altri compagni e sinistri vari musicisti e cantanti al più ma non solo e con i quali abbiamo rapporti di affetto e di collaborazione. Tutto bene madama la marchesa? Parrebbe.Poi, vengo a sapere che maispeis nato nel 2004 è stato acquistato nel 2005 dall'australiano Rupert Murdoch megaextraiperultramiliardario e vengo a sapere anche che già ha messo assieme centinaia di milioni di contatti e che le previsioni sue dicono di una irresistibile ascesa talché tra poco tutti i mondi terzi quarti e ultimi seguiteranno a crepare di malattie e di fame e di guerre ma potranno contattarsi con e mediante maispeis e vualà il progresso portator di civiltà paraponziponzipà.Ripeto: tutto bene madama la marchesa?No. Non per me. Rupert Murdoch non mi sta bene esattamente come Bill Gates e Silvio Berlusconi e non mi sta bene uno spazio «libero» e generalista e non mi sta bene un'impresa che garantisce a Murdoch tonnellate di pubblicità e di miliardi conseguenti e non mi sta bene di contribuire anche minimamente all'affermazione di un universopolio della pseudo libertà e della pseudo democrazia mediatica e non mi sta bene che una volta ancora e di più la sinistra tanta sinistra da quella filo centrista a quella filolibertaria accettino con dichiarato entusiasmo di usare questo «strumento» nel nome della visibilità e della facilità d'intrecciare contatti relazioni informazioni.Ancor meno, molto di meno, mi sta bene l'amico e compagno che dice da buon comunista qualsiasi opportunità che mi apra al mondo intero per dire che apra l'istituto all'universo mondo mi sta bene e io gli rispondo a me da cattivissimo comunista non sta bene per niente e bon gli estremi di un confronto dialettico e dialogico ci sono tutti e un altro ultratrentenne mi dice il fine giustifica i mezzi e oh cristo no dico io no per dio e per carlo marx.No. Ma come spiegargli che quella frase merita il primo posto nel libro universale dell'infamia? come spiegarglielo in una società come questa nostra e in una cultura dove siffatto concetto è stracondiviso e assolutamente trasversale? come dirgli che in grazia di quello stesso concetto sono stati perpetrati nel nome di tutti gli dèi e di tutti i poteri assassinii massacri e genocidi e non una sola infamissima shoah bensì tante shoah altrettanto infamissime non disumane e non umanissime perché volute e fatte da esseri umani contro altri esseri umani, da uomini per i quali sempre e comunque il fine giustificava e ognora giustifica i mezzi? e come spiegargli che operazioni come maispeis perpetuano la menzogna ormai tautologica di un progresso portatore di civiltà a velocità costantemente accelerata e che maispeis è una sorta di tav e di tac mediatica? come spiegare che maispeis è un altro strumento buono per una gestione soggettiva e solitaria della propria vita con l'illusione di una partecipazione affatto virtuale? come spiegare eccetera eccetera eccetera...Ne ho discusso con i lavoratori dell'IEdM e con alcuni collaboratori volontari e ho detto che quella che si doveva affrontare era una questione meramente politica e che il momento e la sede per la discussione e l'eventuale decisione nel merito doveva essere l'Assemblea snnuale ordinaria dei soci dell'IEdM per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario... e tutte le volte che lo scrivo questo corsivo me ne viene un'ipercoop di sensi di colpa che mi diventano sensi di polpa... assemblea che avrà luogo come da statuto tra il marzo e l'aprile 2008.Poi, alla fin della fiera ho detto che come presidente dell'IEdM e in virtù delle facoltà statutarie che mi sono state date ho deciso di sganciarci ipso facto da myspace maispeis e ho proposto che si facesse quanto era nelle nostre possibilità per spiegare a altri compagni e amici maispessiani o maispeissisti il perché di questa decisione. Questo scritto è già di per sé un tentativo di spiega. Ho fatto bene? Ho fatto male? Davvero non lo so o quanto meno non ne sono certo. Di certo so che una volta ancora nella mia vita mi ritrovo un po' più solo. Grazie per l'ascolto.
dal manifesto del 14 agosto 2007
Con myspace non va tutto bene, madama la marchesa
Ivan Della Mea
Fine giugno 2007. Sesto Fiorentino. Istituto Ernesto de Martino: d'ora in poi IEdM. Da tempo, tanto, troppo forse, sto meditando su uno scritto di Gianni Bosio nel quale lui el mè Giuan afferma essere priorità irrinunciabile dell'IEdM... da lui stesso fondato nel 1966... l'autonomia economica come condizione dell'autonomia politica e culturale: un no secco, dunque, a qualsivoglia mediazione e compromesso con qualsisia istituzione. Poi, Bosio muore il 21 agosto 1971. Oggi l'IEdM vive, meglio, sopravvive, grazie a contributi esclusivamente istituzionali e al tesseramento dei soci che incide in ragione di un assai poco per cento comunque prezioso. Bon, certo i tempi sono cambiati, gli spazi pure, è cambiata la società e sono cambiati i contesti sociali non ci sono più le classi di Paolo Sylos Labini, sono cambiate le condizioni di vita e anche quelle di morte, sono cambiati i costumi sia quelli sociali sia quelli da spiaggia...e e e... morta lì ma tutto questo non mi rasserena rispetto al fatto che la contraddizione resta e che oggi l'autonomia dell'IEdM, nell'accezione bosiana, più non è né tanto né poco e tutti i miei ragionari hanno il sound del ronzio d'un'ape dentro un bugno vuoto.Tiremm innanz.Mi dice una lei giovane che lavora all'IEdM: senti mea c'è questo spazio myspace... maispeis è libero zero costi ci puoi mettere icché ti pare e ti dà una visibilità pazzesca fai conto che se come sito web dell'istituto mediamente faccio per dire ci relazioniamo un giorno per l'altro con dieci realtà singole e collettive con vuvuvu punto maispeis punto com traduco si passa a ... beh proprio non c'e rapporto e non ci sono problemi di sorta e è facile è lì. Pronti via. Non so che dire. Capisco la voglia di lei e di altri giovani che lavorano o che fanno riferimento all'IEdM di avere finalmente più visibilità e più contatti e più comunicazioni e più informazioni di quanti ce ne possano dare il nostro sito e la nostra news e icchéssoiochenonso...Primi d'agosto. Siamo in maispeis e ancora non ho ben chiaro che cosa significhi ma ci siamo e ci sono anche altri compagni e sinistri vari musicisti e cantanti al più ma non solo e con i quali abbiamo rapporti di affetto e di collaborazione. Tutto bene madama la marchesa? Parrebbe.Poi, vengo a sapere che maispeis nato nel 2004 è stato acquistato nel 2005 dall'australiano Rupert Murdoch megaextraiperultramiliardario e vengo a sapere anche che già ha messo assieme centinaia di milioni di contatti e che le previsioni sue dicono di una irresistibile ascesa talché tra poco tutti i mondi terzi quarti e ultimi seguiteranno a crepare di malattie e di fame e di guerre ma potranno contattarsi con e mediante maispeis e vualà il progresso portator di civiltà paraponziponzipà.Ripeto: tutto bene madama la marchesa?No. Non per me. Rupert Murdoch non mi sta bene esattamente come Bill Gates e Silvio Berlusconi e non mi sta bene uno spazio «libero» e generalista e non mi sta bene un'impresa che garantisce a Murdoch tonnellate di pubblicità e di miliardi conseguenti e non mi sta bene di contribuire anche minimamente all'affermazione di un universopolio della pseudo libertà e della pseudo democrazia mediatica e non mi sta bene che una volta ancora e di più la sinistra tanta sinistra da quella filo centrista a quella filolibertaria accettino con dichiarato entusiasmo di usare questo «strumento» nel nome della visibilità e della facilità d'intrecciare contatti relazioni informazioni.Ancor meno, molto di meno, mi sta bene l'amico e compagno che dice da buon comunista qualsiasi opportunità che mi apra al mondo intero per dire che apra l'istituto all'universo mondo mi sta bene e io gli rispondo a me da cattivissimo comunista non sta bene per niente e bon gli estremi di un confronto dialettico e dialogico ci sono tutti e un altro ultratrentenne mi dice il fine giustifica i mezzi e oh cristo no dico io no per dio e per carlo marx.No. Ma come spiegargli che quella frase merita il primo posto nel libro universale dell'infamia? come spiegarglielo in una società come questa nostra e in una cultura dove siffatto concetto è stracondiviso e assolutamente trasversale? come dirgli che in grazia di quello stesso concetto sono stati perpetrati nel nome di tutti gli dèi e di tutti i poteri assassinii massacri e genocidi e non una sola infamissima shoah bensì tante shoah altrettanto infamissime non disumane e non umanissime perché volute e fatte da esseri umani contro altri esseri umani, da uomini per i quali sempre e comunque il fine giustificava e ognora giustifica i mezzi? e come spiegargli che operazioni come maispeis perpetuano la menzogna ormai tautologica di un progresso portatore di civiltà a velocità costantemente accelerata e che maispeis è una sorta di tav e di tac mediatica? come spiegare che maispeis è un altro strumento buono per una gestione soggettiva e solitaria della propria vita con l'illusione di una partecipazione affatto virtuale? come spiegare eccetera eccetera eccetera...Ne ho discusso con i lavoratori dell'IEdM e con alcuni collaboratori volontari e ho detto che quella che si doveva affrontare era una questione meramente politica e che il momento e la sede per la discussione e l'eventuale decisione nel merito doveva essere l'Assemblea snnuale ordinaria dei soci dell'IEdM per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario... e tutte le volte che lo scrivo questo corsivo me ne viene un'ipercoop di sensi di colpa che mi diventano sensi di polpa... assemblea che avrà luogo come da statuto tra il marzo e l'aprile 2008.Poi, alla fin della fiera ho detto che come presidente dell'IEdM e in virtù delle facoltà statutarie che mi sono state date ho deciso di sganciarci ipso facto da myspace maispeis e ho proposto che si facesse quanto era nelle nostre possibilità per spiegare a altri compagni e amici maispessiani o maispeissisti il perché di questa decisione. Questo scritto è già di per sé un tentativo di spiega. Ho fatto bene? Ho fatto male? Davvero non lo so o quanto meno non ne sono certo. Di certo so che una volta ancora nella mia vita mi ritrovo un po' più solo. Grazie per l'ascolto.
dal manifesto del 14 agosto 2007
Latte e formaggi ma non solo
La grande beffa del latte «pulito»
Molto del prodotto in commercio è talmente sterilizzato da risultare batteriologicamente morto e privo di sapore. Ma il latte più «buono» è penalizzato Con l'alimento di «alta qualità» non si possono fare i formaggi e i fermenti lattici aggiunti dall'industria uniformano il sapore. Come succede per il vino
Roberto Rubino
Da qualche tempo non si fa che parlare di un'etichetta che dovrebbe permettere ai consumatori di operare scelte mirate e consapevoli. Ma, come spesso succede, un fenomeno è tanto più latitante quanto più se ne proclama l'esigenza. Non vi è stata mai tanta poca privacy da quando vi è una legge specifica: ormai non possiamo fare un passo senza essere controllati. Da quando vi è una legge sul benessere animale questi non sono mai stati così maltrattati. Ormai le vacche nelle stalle da latte dopo due parti vengono eliminate perché lo stress e l'alimentazione forzata sono tali da renderle antieconomiche a un'età in cui, in altre epoche, iniziavano l'attività. Per restare al settore lattiero-caseario, due esempi ci paiono sintomatici di una situazione a dir poco paradossale: il latte alimentare e i formaggi a latte crudo.Cos'è l'alta qualità?In Italia e, in maniera simile, in altri paesi industrializzati la qualità del latte è normata da una legge (169/89) che contempla due categorie: «l'alta qualità», la cui dicitura è riportata in etichetta in tutta evidenza, e la qualità standard, che in etichetta si può solo immaginare perché non è riportata alcuna indicazione. Ma non è dell'etichetta che vogliamo parlare. In questo caso la legge, per definire «l'alta qualità», ha utilizzato come parametri la carica batterica, le cellule somatiche, il grasso e la proteina. Ora, nel latte che acquistiamo, il grasso e la proteina non variano, basta vedere nell'etichetta: i livelli sono uguali e costanti per ogni tipo di latte perché sono standardizzati a monte. Quindi, al consumatore interessa poco questo parametro. Ma, in ogni caso, perché mai un latte con più grasso e proteine dovrebbe essere migliore o peggiore di un latte con meno? Un latte di vacca podolica ha lo stesso contenuto di grasso e proteine delle vacche bruno alpine, eppure la differenza in contenuto aromatico e nutrizionale è enorme.Anzi, come vedremo, la relazione, se c'è, è negativa. Restano in gioco carica batterica e cellule somatiche. Entrambi sono parametri che fanno riferimento all'igiene del latte. Ma il latte che acquistiamo è pastorizzato, quindi igienicamente sano. Poiché i limiti fissati dalla legge per la carica batterica e le cellule somatiche sono piuttosto bassi, rientrano in questi limiti gli allevamenti più industriali, in cui l'intensa selezione degli animali, un'alimentazione forzata e un sistema stallino fanno sì che, come avviene in tutti i sistemi industriali, alle enormi quantità di latte prodotto faccia da contraltare una qualità ai minimi livelli. Tutte le ricerche ormai concordano sul fatto che gli animali alla stalla, alimentati con unifeed (un unico tipo di foraggio, ndr) e fortemente selezionati producano un latte con un valore nutrizionale e una componente aromatica molto più bassi di quelli degli animali al pascolo.Il paradosso, allora, dov'è? Avendo individuato e definito questi parametri, al produttore il latte è pagato, quando e laddove il metodo sia adottato, in base ai suddetti parametri. Per intenderci, un latte di vacche al pascolo, ricco di aromi e di componenti nutrizionali, è a volte fuori legge e comunque mai di alta qualità. Quello industriale, spesso, molto spesso, è pagato di più perché di «alta qualità». Quindi, il primo a essere danneggiato è il produttore, il produttore di un buon latte, che non vedrà mai riconosciuto il valore del suo lavoro perché il metodo di pagamento va nella direzione opposta. Poi il consumatore, che paga troppo per un latte «scadente» e poco per un latte «buono».Si dovrebbe cambiare ma, a parte che nessuno lo vuole, analizzare il contenuto aromatico e nutrizionale del latte in tempo reale non è semplice ed economico.I formaggi e la complessità microbicaVeniamo ai formaggi a latte crudo. Una delle prime campagne di Slow Food è stata proprio dedicata ai formaggi a latte crudo. Da allora molte cose sono cambiate, molti disciplinari di formaggi dop sono stati rivisti in quella direzione: tra tutti il pecorino siciliano e il piacentinu. Però la strada è ancora lunga e si sta complicando un po' per gli stessi motivi di cui sopra. Che la pastorizzazione abbassi e livelli l'aroma del formaggio è cosa nota e dimostrata, così come è dimostrata la inutilità del trattamento termico se l'obiettivo è ridurre i rischi, per esempio da listeria. È dimostrato, infatti, che essa si diffonde con maggiori probabilità sui formaggi a latte pastorizzato. Abbiamo visto che il sistema di pagamento del latte spinge gli allevatori a produrre un latte sempre più pulito. Va detto che quando si parla di carica batterica si fa riferimento non solo a batteri prettamente legati allo sporco, i coli, ma anche ai batteri del latte, naturalmente presenti nell'ambiente e che sono indispensabili alla coagulazione del latte - senza di essi il formaggio non si fa, così come non si fanno il pane, il vino, la birra - e svolgono un ruolo importante nella formazione dell'aroma. Siccome si è visto che ogni ambiente ha una complessità microbica specifica e diversa, la loro presenza costituisce un legame con il territorio molto specifico. La tecnica di un formaggio è trasferibile, non la sua carica batteria, tra cui quella microbica e casearia. Sempre più spesso oggi troviamo etichette di formaggi in cui si pone in grande evidenza l'utilizzo di latte crudo, ma subito dopo si fa riferimento ai fermenti lattici aggiunti. Per forza, il latte è talmente pulito da potersi considerare batteriologicamente morto. Con il latte di alta qualità non si possono fare formaggi, se non si ricorre ai fermenti lattici. La differenza dov'è? I fermenti presenti nell'ambiente del caseificio, cosiddetti «residenziali», sono tanti non solo per numero, ma per diverse tipologie, appartenenti a più gruppi. Nella fase di stagionatura di molti formaggi questa microflora, che prende il nome di avventizia o di superficie, assume un ruolo importante perché si sviluppa sulla superficie penetrando lentamente nell'interno. Ciascuna di queste tipologie contribuisce per una parte, e così più ceppi apportano una complessità molto importanteLo stesso gusto in tutto il mondoQuando si è costretti ad aggiungere fermenti si fa ricorso a quelli presenti sul mercato che sono quasi sempre di un'unica tipologia, sempre la stessa in tutto il mondo. Un po' come succede nel mondo del vino, dove l'uso dello stesso vitigno, dello stesso fermento e di una barrique analoga finisce per rendere i vini tutti simili fra loro. Addio legame con il territorio. Anche qui il paradosso sta tutto nel fatto che, mentre da una parte si fa un grande sforzo per salvare il legame con il territorio lavorando il latte crudo, dall'altra si piomba in un difetto quasi simile insistendo con un eccesso di igiene che non ha motivo di essere. Se a tutto questo aggiungiamo che questo latte «pulito» è spesso lavorato in recipienti d'acciaio e perfino pastorizzato, si può ben capire perché oggi la gran parte dei formaggi prodotti con questa tipologia di latte lascino insoddisfatti tutti: produttori, caseificatori e consumatori.(l'articolo uscirà a fine agosto sulla rivista Slowfood, che ci ha gentilmente concesso un'anticipazione del dossier dedicato al latte ai suoi derivati).
dal manifesto del 12 agosto 2007
Molto del prodotto in commercio è talmente sterilizzato da risultare batteriologicamente morto e privo di sapore. Ma il latte più «buono» è penalizzato Con l'alimento di «alta qualità» non si possono fare i formaggi e i fermenti lattici aggiunti dall'industria uniformano il sapore. Come succede per il vino
Roberto Rubino
Da qualche tempo non si fa che parlare di un'etichetta che dovrebbe permettere ai consumatori di operare scelte mirate e consapevoli. Ma, come spesso succede, un fenomeno è tanto più latitante quanto più se ne proclama l'esigenza. Non vi è stata mai tanta poca privacy da quando vi è una legge specifica: ormai non possiamo fare un passo senza essere controllati. Da quando vi è una legge sul benessere animale questi non sono mai stati così maltrattati. Ormai le vacche nelle stalle da latte dopo due parti vengono eliminate perché lo stress e l'alimentazione forzata sono tali da renderle antieconomiche a un'età in cui, in altre epoche, iniziavano l'attività. Per restare al settore lattiero-caseario, due esempi ci paiono sintomatici di una situazione a dir poco paradossale: il latte alimentare e i formaggi a latte crudo.Cos'è l'alta qualità?In Italia e, in maniera simile, in altri paesi industrializzati la qualità del latte è normata da una legge (169/89) che contempla due categorie: «l'alta qualità», la cui dicitura è riportata in etichetta in tutta evidenza, e la qualità standard, che in etichetta si può solo immaginare perché non è riportata alcuna indicazione. Ma non è dell'etichetta che vogliamo parlare. In questo caso la legge, per definire «l'alta qualità», ha utilizzato come parametri la carica batterica, le cellule somatiche, il grasso e la proteina. Ora, nel latte che acquistiamo, il grasso e la proteina non variano, basta vedere nell'etichetta: i livelli sono uguali e costanti per ogni tipo di latte perché sono standardizzati a monte. Quindi, al consumatore interessa poco questo parametro. Ma, in ogni caso, perché mai un latte con più grasso e proteine dovrebbe essere migliore o peggiore di un latte con meno? Un latte di vacca podolica ha lo stesso contenuto di grasso e proteine delle vacche bruno alpine, eppure la differenza in contenuto aromatico e nutrizionale è enorme.Anzi, come vedremo, la relazione, se c'è, è negativa. Restano in gioco carica batterica e cellule somatiche. Entrambi sono parametri che fanno riferimento all'igiene del latte. Ma il latte che acquistiamo è pastorizzato, quindi igienicamente sano. Poiché i limiti fissati dalla legge per la carica batterica e le cellule somatiche sono piuttosto bassi, rientrano in questi limiti gli allevamenti più industriali, in cui l'intensa selezione degli animali, un'alimentazione forzata e un sistema stallino fanno sì che, come avviene in tutti i sistemi industriali, alle enormi quantità di latte prodotto faccia da contraltare una qualità ai minimi livelli. Tutte le ricerche ormai concordano sul fatto che gli animali alla stalla, alimentati con unifeed (un unico tipo di foraggio, ndr) e fortemente selezionati producano un latte con un valore nutrizionale e una componente aromatica molto più bassi di quelli degli animali al pascolo.Il paradosso, allora, dov'è? Avendo individuato e definito questi parametri, al produttore il latte è pagato, quando e laddove il metodo sia adottato, in base ai suddetti parametri. Per intenderci, un latte di vacche al pascolo, ricco di aromi e di componenti nutrizionali, è a volte fuori legge e comunque mai di alta qualità. Quello industriale, spesso, molto spesso, è pagato di più perché di «alta qualità». Quindi, il primo a essere danneggiato è il produttore, il produttore di un buon latte, che non vedrà mai riconosciuto il valore del suo lavoro perché il metodo di pagamento va nella direzione opposta. Poi il consumatore, che paga troppo per un latte «scadente» e poco per un latte «buono».Si dovrebbe cambiare ma, a parte che nessuno lo vuole, analizzare il contenuto aromatico e nutrizionale del latte in tempo reale non è semplice ed economico.I formaggi e la complessità microbicaVeniamo ai formaggi a latte crudo. Una delle prime campagne di Slow Food è stata proprio dedicata ai formaggi a latte crudo. Da allora molte cose sono cambiate, molti disciplinari di formaggi dop sono stati rivisti in quella direzione: tra tutti il pecorino siciliano e il piacentinu. Però la strada è ancora lunga e si sta complicando un po' per gli stessi motivi di cui sopra. Che la pastorizzazione abbassi e livelli l'aroma del formaggio è cosa nota e dimostrata, così come è dimostrata la inutilità del trattamento termico se l'obiettivo è ridurre i rischi, per esempio da listeria. È dimostrato, infatti, che essa si diffonde con maggiori probabilità sui formaggi a latte pastorizzato. Abbiamo visto che il sistema di pagamento del latte spinge gli allevatori a produrre un latte sempre più pulito. Va detto che quando si parla di carica batterica si fa riferimento non solo a batteri prettamente legati allo sporco, i coli, ma anche ai batteri del latte, naturalmente presenti nell'ambiente e che sono indispensabili alla coagulazione del latte - senza di essi il formaggio non si fa, così come non si fanno il pane, il vino, la birra - e svolgono un ruolo importante nella formazione dell'aroma. Siccome si è visto che ogni ambiente ha una complessità microbica specifica e diversa, la loro presenza costituisce un legame con il territorio molto specifico. La tecnica di un formaggio è trasferibile, non la sua carica batteria, tra cui quella microbica e casearia. Sempre più spesso oggi troviamo etichette di formaggi in cui si pone in grande evidenza l'utilizzo di latte crudo, ma subito dopo si fa riferimento ai fermenti lattici aggiunti. Per forza, il latte è talmente pulito da potersi considerare batteriologicamente morto. Con il latte di alta qualità non si possono fare formaggi, se non si ricorre ai fermenti lattici. La differenza dov'è? I fermenti presenti nell'ambiente del caseificio, cosiddetti «residenziali», sono tanti non solo per numero, ma per diverse tipologie, appartenenti a più gruppi. Nella fase di stagionatura di molti formaggi questa microflora, che prende il nome di avventizia o di superficie, assume un ruolo importante perché si sviluppa sulla superficie penetrando lentamente nell'interno. Ciascuna di queste tipologie contribuisce per una parte, e così più ceppi apportano una complessità molto importanteLo stesso gusto in tutto il mondoQuando si è costretti ad aggiungere fermenti si fa ricorso a quelli presenti sul mercato che sono quasi sempre di un'unica tipologia, sempre la stessa in tutto il mondo. Un po' come succede nel mondo del vino, dove l'uso dello stesso vitigno, dello stesso fermento e di una barrique analoga finisce per rendere i vini tutti simili fra loro. Addio legame con il territorio. Anche qui il paradosso sta tutto nel fatto che, mentre da una parte si fa un grande sforzo per salvare il legame con il territorio lavorando il latte crudo, dall'altra si piomba in un difetto quasi simile insistendo con un eccesso di igiene che non ha motivo di essere. Se a tutto questo aggiungiamo che questo latte «pulito» è spesso lavorato in recipienti d'acciaio e perfino pastorizzato, si può ben capire perché oggi la gran parte dei formaggi prodotti con questa tipologia di latte lascino insoddisfatti tutti: produttori, caseificatori e consumatori.(l'articolo uscirà a fine agosto sulla rivista Slowfood, che ci ha gentilmente concesso un'anticipazione del dossier dedicato al latte ai suoi derivati).
dal manifesto del 12 agosto 2007
Legge 30, dov'è il vero conflitto
Precariato globale
Luciano Gallino
Ci risiamo con la Legge 30 di riforma del mercato del lavoro: abrogarla, modificarla oppure lasciarla com’è? Il dibattito che si è riaperto intorno a queste alternative potrebbe forse dare migliori frutti, sotto il profilo della comprensibilità per i tanti che vi sono interessati, non meno che dei suoi possibili esiti politici e legislativi, se in esso fossero tenuti maggiormente presenti gli elementi generali del quadro in cui la legge si colloca. Un primo elemento è il numero di coloro che hanno un’occupazione precaria, vuoi perché il contratto è di breve durata, oppure perché non sanno se e quando ne avranno un altro. Secondo una stima da considerare prudente, esso si colloca tra i 4 milioni e mezzo e i 5 milioni e mezzo di persone. A questo totale si arriva sommando gli occupati dipendenti con un lavoro a termine (2,1 milioni nel primo trimestre 2007, dati Istat), gli occupati permanenti a tempo parziale (1,8 milioni), i co.co.co. rimasti nel pubblico impiego ma trasformati dal citato decreto in lavoratori a progetto nel settore privato (tra mezzo milione e un milione); più una molteplicità di figure minori, dai contratti di apprendistato e inserimento al poco usato lavoro intermittente (forse 200.000 persone in tutto). Lasciando da parte altre figure come gli stagisti o gli associati in partecipazione, in ordine ai quali è arduo stabilire chi abbia per contratto un’occupazione stabile oppure instabile. Cinque milioni di persone con un lavoro precario rappresentano più del 20 per cento degli occupati. Ma questi sono soltanto i precari per legge – certo non soltanto a causa della Legge 30, bensì di un’evoluzione della nostra legislazione sul lavoro iniziata, come minimo, sin dal protocollo del luglio 1993. Ad essi bisogna aggiungere – ecco il secondo elemento del quadro – le persone che hanno un’occupazione precaria al di fuori della legge, perché vi sono costretti, o così hanno scelto. Sono i lavoratori in posizione irregolare facenti parte dell’economia sommersa. L’Istat stima che al 2004 (ultima cifra fornita) essi fossero circa 1,8 milioni, con una diminuzione di circa 600.000 unità rispetto agli anni precedenti a causa della regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Più 3 milioni di persone che svolgono un lavoro a tempo parziale, oppure un secondo lavoro in nero, corrispondenti, se lavorassero a tempo pieno, a 1 milione circa di unità di lavoro. La ragione per cui appare indispensabile includere il lavoro irregolare nel dibattito sulla precarietà è duplice. In primo luogo precarietà significa godere di minori diritti a confronto del normale contratto di lavoro; è quanto meno paradossale non includere nel suo perimetro coloro che lavorano in condizioni in cui tali diritti sono inesistenti. In secondo luogo, v’è il fatto che i passaggi dal bacino del lavoro regolare (ancorché precario a norma di legge) a quello irregolare sono rapidi e imponenti. Per fare un solo caso, il mirabolante aumento d’un milione di occupati tra il 2001 e il 2006, vantato dal governo Berlusconi, è stato dovuto per oltre l’80 per cento alla regolarizzazione degli immigrati. Erano persone che già lavoravano nel sommerso, di cui la legge ha provocato un passaggio puramente statistico all’economia regolare. Se non si tiene conto di tale permeabilità dei due bacini di forze di lavoro, non sarà mai possibile accertare quali effetti ha avuto una data legge sull’occupazione reale. Un ultimo elemento da considerare è che la richiesta assillante d’un mercato del lavoro più flessibile, cui la legge 30 voleva rispondere, non attiene affatto ad esigenze organizzative. Piuttosto fa parte, nell’economia globalizzata, della pressione che sulle condizioni di lavoro di poche centinaia di milioni di lavoratori italiani ed europei sta esercitando l’arrivo sul mercato del lavoro d’un miliardo e mezzo di lavoratori che vivono in Cina, India, Indonesia, Brasile, Russia e altri paesi, e che quanto a salari e diritti si collocano all’estremità inferiore della scala. Qualcuno preferirebbe che l’incontro tra salari e condizioni di lavoro dei paesi in via di sviluppo avvenisse verso il basso della scala piuttosto che verso l’alto. Posizione condivisa presumibilmente da molte corporations operanti in Cina, cui si deve più del 55 per cento delle esportazioni da quel paese, che nell’ultimo anno si sono ansiosamente adoperate per evitare che il governo cinese elevasse il salario minimo di circa 20 centesimi di dollaro, portandolo cioè da 65 a 80-85 centesimi l’ora. Entro un simile quadro, ciò di cui il nostro paese avrebbe bisogno sarebbe una politica del lavoro globale di ampio respiro, la quale partisse, sul piano internazionale, dal riconoscere che il conflitto – certo non voluto dai loro soggetti – tra salari e diritti dei nostri paesi e quelli dei paesi in via di sviluppo, e i suoi possibili sviluppi, sono il maggior problema politico ed economico di questa prima metà del secolo. E, sul piano nazionale, dall’affrontare il compito di elaborare una nuova legge complessiva sul lavoro che, avendo alle spalle gli elementi sopra ricordati, sappia recuperare il principio per cui il lavoro non è una merce, ma piuttosto un elemento integrale e integrante del soggetto che lo presta, dell’identità della persona, dell’immagine di sé, della posizione nella comunità, della sua vita familiare presente e futura. Un principio da recuperare e difendere sia in nome dei nostri lavoratori, sia perché esso è dovuto al miliardo e mezzo di lavoratori globali che dalla concorrenza con i primi si attendono di salire la scala dei diritti del lavoro, anziché assistere alla discesa dei primi. Al lume di tale compito il dibattito sulla Legge 30 apparirebbe forse, se non come una nota a piè di pagina, come un capitolo minore nella elaborazione d’un testo volto a tracciare le lungimiranti linee guida nazionali d’una politica del lavoro globale.
da la Repubblica del 15 agosto 2007
Luciano Gallino
Ci risiamo con la Legge 30 di riforma del mercato del lavoro: abrogarla, modificarla oppure lasciarla com’è? Il dibattito che si è riaperto intorno a queste alternative potrebbe forse dare migliori frutti, sotto il profilo della comprensibilità per i tanti che vi sono interessati, non meno che dei suoi possibili esiti politici e legislativi, se in esso fossero tenuti maggiormente presenti gli elementi generali del quadro in cui la legge si colloca. Un primo elemento è il numero di coloro che hanno un’occupazione precaria, vuoi perché il contratto è di breve durata, oppure perché non sanno se e quando ne avranno un altro. Secondo una stima da considerare prudente, esso si colloca tra i 4 milioni e mezzo e i 5 milioni e mezzo di persone. A questo totale si arriva sommando gli occupati dipendenti con un lavoro a termine (2,1 milioni nel primo trimestre 2007, dati Istat), gli occupati permanenti a tempo parziale (1,8 milioni), i co.co.co. rimasti nel pubblico impiego ma trasformati dal citato decreto in lavoratori a progetto nel settore privato (tra mezzo milione e un milione); più una molteplicità di figure minori, dai contratti di apprendistato e inserimento al poco usato lavoro intermittente (forse 200.000 persone in tutto). Lasciando da parte altre figure come gli stagisti o gli associati in partecipazione, in ordine ai quali è arduo stabilire chi abbia per contratto un’occupazione stabile oppure instabile. Cinque milioni di persone con un lavoro precario rappresentano più del 20 per cento degli occupati. Ma questi sono soltanto i precari per legge – certo non soltanto a causa della Legge 30, bensì di un’evoluzione della nostra legislazione sul lavoro iniziata, come minimo, sin dal protocollo del luglio 1993. Ad essi bisogna aggiungere – ecco il secondo elemento del quadro – le persone che hanno un’occupazione precaria al di fuori della legge, perché vi sono costretti, o così hanno scelto. Sono i lavoratori in posizione irregolare facenti parte dell’economia sommersa. L’Istat stima che al 2004 (ultima cifra fornita) essi fossero circa 1,8 milioni, con una diminuzione di circa 600.000 unità rispetto agli anni precedenti a causa della regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Più 3 milioni di persone che svolgono un lavoro a tempo parziale, oppure un secondo lavoro in nero, corrispondenti, se lavorassero a tempo pieno, a 1 milione circa di unità di lavoro. La ragione per cui appare indispensabile includere il lavoro irregolare nel dibattito sulla precarietà è duplice. In primo luogo precarietà significa godere di minori diritti a confronto del normale contratto di lavoro; è quanto meno paradossale non includere nel suo perimetro coloro che lavorano in condizioni in cui tali diritti sono inesistenti. In secondo luogo, v’è il fatto che i passaggi dal bacino del lavoro regolare (ancorché precario a norma di legge) a quello irregolare sono rapidi e imponenti. Per fare un solo caso, il mirabolante aumento d’un milione di occupati tra il 2001 e il 2006, vantato dal governo Berlusconi, è stato dovuto per oltre l’80 per cento alla regolarizzazione degli immigrati. Erano persone che già lavoravano nel sommerso, di cui la legge ha provocato un passaggio puramente statistico all’economia regolare. Se non si tiene conto di tale permeabilità dei due bacini di forze di lavoro, non sarà mai possibile accertare quali effetti ha avuto una data legge sull’occupazione reale. Un ultimo elemento da considerare è che la richiesta assillante d’un mercato del lavoro più flessibile, cui la legge 30 voleva rispondere, non attiene affatto ad esigenze organizzative. Piuttosto fa parte, nell’economia globalizzata, della pressione che sulle condizioni di lavoro di poche centinaia di milioni di lavoratori italiani ed europei sta esercitando l’arrivo sul mercato del lavoro d’un miliardo e mezzo di lavoratori che vivono in Cina, India, Indonesia, Brasile, Russia e altri paesi, e che quanto a salari e diritti si collocano all’estremità inferiore della scala. Qualcuno preferirebbe che l’incontro tra salari e condizioni di lavoro dei paesi in via di sviluppo avvenisse verso il basso della scala piuttosto che verso l’alto. Posizione condivisa presumibilmente da molte corporations operanti in Cina, cui si deve più del 55 per cento delle esportazioni da quel paese, che nell’ultimo anno si sono ansiosamente adoperate per evitare che il governo cinese elevasse il salario minimo di circa 20 centesimi di dollaro, portandolo cioè da 65 a 80-85 centesimi l’ora. Entro un simile quadro, ciò di cui il nostro paese avrebbe bisogno sarebbe una politica del lavoro globale di ampio respiro, la quale partisse, sul piano internazionale, dal riconoscere che il conflitto – certo non voluto dai loro soggetti – tra salari e diritti dei nostri paesi e quelli dei paesi in via di sviluppo, e i suoi possibili sviluppi, sono il maggior problema politico ed economico di questa prima metà del secolo. E, sul piano nazionale, dall’affrontare il compito di elaborare una nuova legge complessiva sul lavoro che, avendo alle spalle gli elementi sopra ricordati, sappia recuperare il principio per cui il lavoro non è una merce, ma piuttosto un elemento integrale e integrante del soggetto che lo presta, dell’identità della persona, dell’immagine di sé, della posizione nella comunità, della sua vita familiare presente e futura. Un principio da recuperare e difendere sia in nome dei nostri lavoratori, sia perché esso è dovuto al miliardo e mezzo di lavoratori globali che dalla concorrenza con i primi si attendono di salire la scala dei diritti del lavoro, anziché assistere alla discesa dei primi. Al lume di tale compito il dibattito sulla Legge 30 apparirebbe forse, se non come una nota a piè di pagina, come un capitolo minore nella elaborazione d’un testo volto a tracciare le lungimiranti linee guida nazionali d’una politica del lavoro globale.
da la Repubblica del 15 agosto 2007
martedì 21 agosto 2007
Un traduttore e la traduzione come palestra per arrivare alla scrittura
Angelo Morino termina il suo giro nella lingua
Infaticabile traduttore, esplorò generi al confine tra saggistica, memoir e romanzo. È morto ieri a cinquantasette anni
Marco Dotti
Come Manuel Puig e Ricardo Bolaño, due degli autori che più stimava e considerava vicini al suo modo di vivere e sentire, anche Angelo Morino rientra nella schiera di coloro che se ne sono andati troppo presto, all'apice di una maturità creativa raggiunta con disciplina, rigore e fatica. Scomparso ieri, nella sua Torino, all'età di cinquantasette anni, con grande passione Angelo Morino incarnava una figura ormai rara nel desolante panorama intellettuale - e non solo accademico - italiano. Professore di letteratura ispanoamericana all'università di Torino, dopo esserlo stato per alcuni anni in quella dell'Aquila, Morino era un infaticabile traduttore ma, soprattutto, contribuendo alla ricezione e alla diffusione di autori come Héctor Bianciotti, Violette Leduc, Vargas Llosa o José Lezama Lima, oltre ai già citati Bolaño e Puig, di cui fu amico, era riuscito nel non facile compito di realizzare una costante opera di mediazione «alta» e indipendente fra la cultura tout court e il mondo, spesso disattento, dell'editoria. Tra il 1978 e il 1985, assieme a Edda Melon e Elide La Rosa, era stato anche editore (aveva contribuito a fondare le edizioni La Rosa), promuovendo le prime traduzioni di Clarice Lispector in Italia. Negli ultimi anni, la curiosità per le infinite combinazioni del linguaggio lo aveva portato a fornire prove di scrittura dotate di grande sensibilità, spingendolo a lavorare su generi di confine, a cavallo tra la saggistica, la memoria e il romanzo. Se nella Donna marina, edito da Sellerio nel 1984 (ripubblicato in un'edizione rivista e ampliata nel 1992), Morino aveva ricostruito le vicende della conquista del Messico attraverso gli occhi, i pensieri e i piccoli gesti di Marina - la schiava indiana «regalata» a Hernan Cortés che, in poco tempo, diventò la sua traduttrice - nei successivi In viaggio con Junior e Rosso taranta, editi anch'essi da Sellerio, Morino si era aperto ancora di più alla sfida della forma-romanzo lavorando sulla scrittura diaristica e al tempo stesso trasgredendola. «Organizzando con parole scritte certi momenti della mia vita, selezionandoli, assoggettandoli alle esigenze del raccontare - osservava Morino a proposito di In viaggio con Junior - ho messo una distanza nei confronti di quegli stessi momenti. Li ho depurati, li ho chiusi in una compostezza che all'origine non avevano, li ho spinti dentro una trama più vasta, di ordine generale. È così che mi ritrovo ad avere scritto, in forma di diario, un romanzo». A Morino si devono anche la bella ricostruzione biografica dedicata a Marguerite Duras (Il cinese e Marguerite, Sellerio, 1997) e il curioso e divertito Libro di cucina di Juana Inés de la Cruz (Sellerio, 2000). Dopo avere firmato centinaia di versioni dallo spagnolo e dal francese, la traduzione aveva acquisito per lui un ruolo secondario in un percorso che lo stava portando ad accettare la sfida, e il conseguente rischio, di scrivere in prima persona. «Ho l'impressione che tradurre - dichiarava - «per me sia stato come un lungo giro necessario per arrivare a questo punto: la cessazione del tradurre».
dal manifesto dell'11 agosto 2007
Infaticabile traduttore, esplorò generi al confine tra saggistica, memoir e romanzo. È morto ieri a cinquantasette anni
Marco Dotti
Come Manuel Puig e Ricardo Bolaño, due degli autori che più stimava e considerava vicini al suo modo di vivere e sentire, anche Angelo Morino rientra nella schiera di coloro che se ne sono andati troppo presto, all'apice di una maturità creativa raggiunta con disciplina, rigore e fatica. Scomparso ieri, nella sua Torino, all'età di cinquantasette anni, con grande passione Angelo Morino incarnava una figura ormai rara nel desolante panorama intellettuale - e non solo accademico - italiano. Professore di letteratura ispanoamericana all'università di Torino, dopo esserlo stato per alcuni anni in quella dell'Aquila, Morino era un infaticabile traduttore ma, soprattutto, contribuendo alla ricezione e alla diffusione di autori come Héctor Bianciotti, Violette Leduc, Vargas Llosa o José Lezama Lima, oltre ai già citati Bolaño e Puig, di cui fu amico, era riuscito nel non facile compito di realizzare una costante opera di mediazione «alta» e indipendente fra la cultura tout court e il mondo, spesso disattento, dell'editoria. Tra il 1978 e il 1985, assieme a Edda Melon e Elide La Rosa, era stato anche editore (aveva contribuito a fondare le edizioni La Rosa), promuovendo le prime traduzioni di Clarice Lispector in Italia. Negli ultimi anni, la curiosità per le infinite combinazioni del linguaggio lo aveva portato a fornire prove di scrittura dotate di grande sensibilità, spingendolo a lavorare su generi di confine, a cavallo tra la saggistica, la memoria e il romanzo. Se nella Donna marina, edito da Sellerio nel 1984 (ripubblicato in un'edizione rivista e ampliata nel 1992), Morino aveva ricostruito le vicende della conquista del Messico attraverso gli occhi, i pensieri e i piccoli gesti di Marina - la schiava indiana «regalata» a Hernan Cortés che, in poco tempo, diventò la sua traduttrice - nei successivi In viaggio con Junior e Rosso taranta, editi anch'essi da Sellerio, Morino si era aperto ancora di più alla sfida della forma-romanzo lavorando sulla scrittura diaristica e al tempo stesso trasgredendola. «Organizzando con parole scritte certi momenti della mia vita, selezionandoli, assoggettandoli alle esigenze del raccontare - osservava Morino a proposito di In viaggio con Junior - ho messo una distanza nei confronti di quegli stessi momenti. Li ho depurati, li ho chiusi in una compostezza che all'origine non avevano, li ho spinti dentro una trama più vasta, di ordine generale. È così che mi ritrovo ad avere scritto, in forma di diario, un romanzo». A Morino si devono anche la bella ricostruzione biografica dedicata a Marguerite Duras (Il cinese e Marguerite, Sellerio, 1997) e il curioso e divertito Libro di cucina di Juana Inés de la Cruz (Sellerio, 2000). Dopo avere firmato centinaia di versioni dallo spagnolo e dal francese, la traduzione aveva acquisito per lui un ruolo secondario in un percorso che lo stava portando ad accettare la sfida, e il conseguente rischio, di scrivere in prima persona. «Ho l'impressione che tradurre - dichiarava - «per me sia stato come un lungo giro necessario per arrivare a questo punto: la cessazione del tradurre».
dal manifesto dell'11 agosto 2007
domenica 19 agosto 2007
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