Angelo Morino termina il suo giro nella lingua
Infaticabile traduttore, esplorò generi al confine tra saggistica, memoir e romanzo. È morto ieri a cinquantasette anni
Marco Dotti
Come Manuel Puig e Ricardo Bolaño, due degli autori che più stimava e considerava vicini al suo modo di vivere e sentire, anche Angelo Morino rientra nella schiera di coloro che se ne sono andati troppo presto, all'apice di una maturità creativa raggiunta con disciplina, rigore e fatica. Scomparso ieri, nella sua Torino, all'età di cinquantasette anni, con grande passione Angelo Morino incarnava una figura ormai rara nel desolante panorama intellettuale - e non solo accademico - italiano. Professore di letteratura ispanoamericana all'università di Torino, dopo esserlo stato per alcuni anni in quella dell'Aquila, Morino era un infaticabile traduttore ma, soprattutto, contribuendo alla ricezione e alla diffusione di autori come Héctor Bianciotti, Violette Leduc, Vargas Llosa o José Lezama Lima, oltre ai già citati Bolaño e Puig, di cui fu amico, era riuscito nel non facile compito di realizzare una costante opera di mediazione «alta» e indipendente fra la cultura tout court e il mondo, spesso disattento, dell'editoria. Tra il 1978 e il 1985, assieme a Edda Melon e Elide La Rosa, era stato anche editore (aveva contribuito a fondare le edizioni La Rosa), promuovendo le prime traduzioni di Clarice Lispector in Italia. Negli ultimi anni, la curiosità per le infinite combinazioni del linguaggio lo aveva portato a fornire prove di scrittura dotate di grande sensibilità, spingendolo a lavorare su generi di confine, a cavallo tra la saggistica, la memoria e il romanzo. Se nella Donna marina, edito da Sellerio nel 1984 (ripubblicato in un'edizione rivista e ampliata nel 1992), Morino aveva ricostruito le vicende della conquista del Messico attraverso gli occhi, i pensieri e i piccoli gesti di Marina - la schiava indiana «regalata» a Hernan Cortés che, in poco tempo, diventò la sua traduttrice - nei successivi In viaggio con Junior e Rosso taranta, editi anch'essi da Sellerio, Morino si era aperto ancora di più alla sfida della forma-romanzo lavorando sulla scrittura diaristica e al tempo stesso trasgredendola. «Organizzando con parole scritte certi momenti della mia vita, selezionandoli, assoggettandoli alle esigenze del raccontare - osservava Morino a proposito di In viaggio con Junior - ho messo una distanza nei confronti di quegli stessi momenti. Li ho depurati, li ho chiusi in una compostezza che all'origine non avevano, li ho spinti dentro una trama più vasta, di ordine generale. È così che mi ritrovo ad avere scritto, in forma di diario, un romanzo». A Morino si devono anche la bella ricostruzione biografica dedicata a Marguerite Duras (Il cinese e Marguerite, Sellerio, 1997) e il curioso e divertito Libro di cucina di Juana Inés de la Cruz (Sellerio, 2000). Dopo avere firmato centinaia di versioni dallo spagnolo e dal francese, la traduzione aveva acquisito per lui un ruolo secondario in un percorso che lo stava portando ad accettare la sfida, e il conseguente rischio, di scrivere in prima persona. «Ho l'impressione che tradurre - dichiarava - «per me sia stato come un lungo giro necessario per arrivare a questo punto: la cessazione del tradurre».
dal manifesto dell'11 agosto 2007
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