Valentino Parlato
Nel 1911, per tenersi buona la destra, Giovanni Giolitti (uno dei politici più abili che l'Italia abbia avuto) dichiarò guerra alla Turchia e avviò l'occupazione della Libia. Non fu una guerra facile, non tanto per le truppe turche, ma per la resistenza dei libici. Anche mio nonno partecipò a quell'occupazione e tanto non sopportava la cosiddetta disciplina che aveva deciso di sparare al suo comandante; per fortuna un suo compagno d'armi lo dissuase.
Quella guerra, proprio per la resistenza libica, valga per tutti ricordare Omar el-Mukhtar proditoriamente e barbaramente impiccato dai comandi delle truppe italiane, non fu facile. Però produsse una barbara e inattesa trovata: la deportazione dei libici resistenti o sospetti di resistenza. Caricate come bestie sulle navi queste persone furono deportate nelle isole: le Tremiti, Favignana, Ponza, Ustica. Deportati nelle isole e lì abbandonati a morire. Gli «italiani brava gente» queste deportazioni hanno fatto tra il 1911 e il 1912, ben prima del fascismo che poi, direi inevitabilmente, arrivò.
E' una memoria triste e che fa vergogna, ma che è parte della nostra storia e non va dimenticata. Quindi dobbiamo dire, proprio come italiani, grazie al sindaco delle Tremiti che si è fatto promotore di questa cerimonia del ricordo e insieme con lui i comuni di Favignana, Ponza e Ustica. Un grazie anche all'Ambasciata di Libia - domani sarà presente l'ambasciatore Abdulhafed Gaddur -, all'Isiao e all'Archivio centrale di stato. Un grazie, molto convinto, anche al ministro degli Esteri Massimo D'Alema, la cui presenza sta a significare che l'Italia di oggi vuole scoprire gli scheletri lasciati nell'armadio, e proprio per questo dà grande importanza alla memoria; sa bene che non si realizza un vero mutamento, rimuovendo il passato. Per tutto questo - e nel caso mio anche per memorie libiche - saremo in molti domani 29 ottobre nella sede dell'Archivio centrale di Stato a Roma, dove buoni relatori ci parleranno della storia dei deportati libici in Italia.
La memoria è la storia. E dimenticare il passato rende oscuro e difficile l'avvenire.
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«Alle Tremiti siamo in 400, come tutti gli esiliati morti»
Nell'isola è stato edificato nel 2006, sopra la grande fossa comune, il primo mausoleo italiano per i deportati libici. Il sindaco Calabrese: «Per restituire dignità»
«I deportati libici in Italia negli anni 1911-1912»: è il titolo del convegno che si apre domani, lunedì 29 a Roma presso l'Archivio Centrale delo stato (piazzale degli Archivi, 27 - ore 10) organizzato dal Comune delle Isole Tremiti, con il patrocinio del Ministero degli esteri e in collaborazione con l'Ambasciata di Libia, l'Isiao - Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente, l'Archivio centrale delo Stato, il Centro studi storici di Tripoli, e ancora piccole isole che hanno visto la deportazione coloniale come i comuni di Favignana, Ponza, Ustica. Ed è sicuramente un dato di valore che una memoria così troppo spesso non accettata, quella del colonialismo italiano, sia invece ricordata dalle piccole isole che, stavolta sono state capaci di coinvolgere con la loro iniziativa anche il governo italiano.
«Il senso di questa iniziativa - ci spiega Giuseppe Calabrese, sindaco delle Tremiti - è innanzitutto questo: noi isolani abbiamo voluto restituire dignità a persone che non ci sono più, di qualunque nazionalità siano, perché la dignità non ha colorazioni particolari, e che finora invece erano stati quasi cancellati, messi alla rinfusa in anonime fosse comuni. Perché secondo me la storia delle persone va rivalutata, a qualunque realtà nazionale appartengano. Per noi la dignità ha un solo colore e quindi abbiamo voluto ridare dignità a morti che erano sulle nostre isole così messi alla rinfusa, dimenticati in una fossa comune e abbiamo voluto dare loro un riconoscimento che finora non è ancora arrivato da nessuno».
Gli abitanti delle isole Tremiti, racconta il sindaco, sono circa 400, quasi quanto gli stessi deportati seppelliti. E le piccole isole che sulla memoria diventano grandi - chiediamo? «C'è stato come una scambio, pieno di scoperte - continua Giuseppe Calabrese - che riguarda perfino cimiteri di pescatori in isole dell'Egeo, ma che vuole impegnarsi anche sui cimiteri spesso dimenticati dei caduti italiani nelle avventure coloniali italiane».
Il fatto è che il comune delle Tremiti dal 2006 ha anticipato questa iniziativa sulla memoria. «Sin da ragazzo passavo nella parte più lontana dell'isola di S. Nicola dove c'è un cimitero che risale all'epoca dei benedettini» spiega il sindaco. Lì c'era un'abbazia ed era all'epoca l'unica isola abitata. Sopra ci passavano capre e le persone non sapevano nemmeno che laggiù in fondo fossero stati seppelliti in una fossa comune i deportati libici morti di stenti e malattie alle Tremiti.
Così, con un po' di fondi messi a disposizione dal ministero degli esteri e un po' di soldi trovati tra gli isolani, le Tremiti hanno eretto il primo mausoleo in terra italiana per i deportati libici. «E' venuto qui un imam che prima ha sconsacrato il luogo poi lo ha riconsacrato secondo il rito musulmano. In fondo il nostro mausoleo è stato solo un riconoscimento di dignità, un gesto molto semplice», conclude il sindaco Calabrese.
dal Manifesto del 28 ottobre 2007
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