Intervista a Angelo Del Boca «La guerra del 1911 crimine della nostra storia.». Domani un convegno a Roma
I danni di guerra sono stati rimborsati con taccagneria. Resta aperto il contenzioso con la Libia di Gheddafi che si aspetta a saldo dei suoi 100mila morti non promesse materiali ma il riconoscimento del loro sacrificio negato 29 ottobre 1911, alle Tremiti e a Ustica sbarcano i primi 2.975 esiliati. Presi a caso per le strade di Tripoli, stivati a forza nelle navi, senza alcuna prova di colpevolezza. Fra di loro bimbi in tenera età, donne e vecchi. Molti non sopravviveranno.
di Tommaso Di Francesco
Si apre domani, 29 ottobre, all'Archivio centrale di stato (ore 10, piazzale degli Archivi, 27) il convegno «I deportati libici in Italia negli anni 1911- 1912». La data del 29 ottobre è stata scelta perché è quella dell'arrivo della prima nave di esiliati libici nelle Isole Tremiti. Il Comune del piccolo arcipelago è il promotore dell'iniziativa. Che ha il patrocinio del Ministero degli esteri italiano, la collaborazione dell'Ambasciata libica, dell'Isiao, insieme alla collaborazione dei comuni di Favignana, Ponza e Ustica, che hanno avuto il triste primato di avere ospitato i luoghi di detenzione dove si è consumata la vita di centinaia e centinaia di disperati. Abbiamo rivolto alcune domande ad Angelo Del Boca storico del colonialismo italiano.
L'avventura coloniale italiana in Libia (1911-1943) mostra da subito particolari forme di repressione: rappresaglie, uso di gas asfissianti proibiti e bombe incendiare contro i civili, i primi campi di concentramento per civili del ventesimo secolo. Perché questa violenza rabbiosa e diffusa, tanto che lei nelle sue opere parla di genocidio?
La reazione violenta e rabbiosa delle autorità civili e militari italiane fu causata, innanzitutto, dalla spiacevole sorpresa di vedere che i libici solidarizzavano, al momento dello sbarco, nell'ottobre del 1911, con le truppe turche di guarnigione ed anzi costituivano i reparti più aggressivi. Giolitti, male informato, era persuaso che gli abitanti della Tripolitania e della Cirenaica attendessero l'arrivo degli italiani con autentica gioia. Deluso ed irritato, inviava al generale Caneva quei nefasti telegrammi con i quali ordinava stragi e deportazioni. Non soltanto gli italiani avevano sottostimato il patriottismo arabo, ma erano convinti che un «popolo di beduini» non sarebbe stato in grado di opporre una valida resistenza. Dovevano amaramente ricredersi. Già il 23 ottobre subivano, a Sciara Sciat, una pesante sconfitta con un bilancio di 21 ufficiali e 482 soldati uccisi. Ma non era che l'inizio. Nel 1915, durante la «grande rivolta araba», gli italiani avrebbero perso tutti i territori conquistati ed avrebbero conservato soltanto alcuni porti, dopo una frettolosa e disperate ritirata che era costata diecimila morti. Ci vollero vent'anni per riconquistare integralmente la Libia e l'uso di tutti i mezzi, compresi quelli proibiti. In effetti, la civilissima Italia giungeva ad impiegare l'iprite e il fosgene sulle popolazioni civili, nonostante che il governo di Mussolini avesse firmato la convenzione di Ginevra che proibiva l'impiego dei gas.
Quanti furono i deportati libici nel paese, gli esiliati fuori dalla Libia nelle isole italiane che allora erano tra i luoghi più impervi e malsani, e quante le vittime di questa repressione di massa?
I deportati libici in Italia superarono i 4 mila nel solo ottobre del 1911. In seguito, dopo ogni rovescio, le colonie penali italiane vedevano giungere altri confinati, dei quali però non è stato possibile tenere precisa contabilità. Siamo, invece, molto più informati sui libici che furono internati nei campi di concentramento del Sud-Bengasino e della Sirtica. Come è noto, l'idea di rinchiudere in tredici lager gran parte della popolazione della Cirenaica venne al generale Badoglio quando si accorse che la controguerriglia tradizionale non dava alcun frutto ed era assolutamente necessario isolare Omar el-Mukthar e i suoi mugiahidin. Scriveva infatti Badoglio e Graziani: «Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione». Badoglio era perfettamente consapevole del pericolo che incombeva sui libici, ma non modificò i suoi piani. Il risultato fu che dei 100 mila libici internati nei lager, 40 mila morirono per le epidemie, le spaventose condizioni igieniche dei campi, la scarsa e cattiva alimentazione, le frequenti decimazioni.
Quanto la mancanza di una memoria storica accettata - tuttora i libri di testo italiani non menzionano queste atrocità ed è ancora impossibile vedere il film sull'eroe libico Omar el-Mukhtar giustiziato dalle truppe d'occupazione fasciste guidate da Graziani - ha alimentato al contrario il mito di una occupazione italiana bonaria, alla «brava gente»?
Ovviamente su tutto ciò che accadeva di violento e negativo in Libia l'opinione pubblica italiana non veniva informata. La censura era rigidissima sia nel periodo della liberaldemocrazia che durante il ventennio fascista. Ma ciò che sorprende e indigna è che il silenzio sulle deportazioni e le stragi, consumate in Libia come in Etiopia, è stato mantenuto in Italia anche nel secondo dopoguerra, a libertà e democrazia ristabilite. Ancora oggi i testi scolastici, salvo poche eccezioni, ignorano quei gravissimi fatti o li minimizzano. E si dà il caso che un film sulla resistenza libica, «Il leone nel deserto», sia stato in pratica proibito e visionato soltanto nei cineclub. Ciò che prevale ancora oggi in Italia, nonostante le precise ed assordanti rivelazioni sui misfatti del colonialismo italiano, è una visione mitica e bonaria delle nostre imprese coloniali.
In che modo questa responsabilità storica ha costituito e costituisce un elemento irrisolto di quello che il governo libico chiama «mancato risarcimento delle vittime»? Cosa chiede ancora la Libia che non non riusciamo ad esaudire ma che promettiamo soltanto?
I risarcimenti dei danni di guerra, richiesti dalla Libia e dall'Etiopia, sono stati rimborsati con estrema taccagneria, al punto da aprire, specie con la Libia di Gheddafi, un eterno contenzioso. Si è allora cercato, con altrettanta grettezza, di saldare il debito materiale e morale con la promessa di costruire un ospedale o una strada litoranea. Ma ciò che si attendono veramente i libici, a saldo dei loro 100 mila morti, non sono tanto dei beni materiali quanto il riconoscimento del loro sacrificio, della loro dignità troppo a lungo calpestata, del loro patriottismo sovente negato. Salvo alcune nobili parole dell'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema, il 1º dicembre 1999, dinanzi al monumento ai martiri di Sciara Sciat, i vertici dello Stato italiano continuano ad ignorare i fatti e i loro debiti morali.
Come giudichi questa iniziativa nella quale, dopo il mausoleo allestito alle Tremiti l'anno scorso, proprio le piccole isole della deportazione prendono la voce della memoria?
Mi sembra estremamente lodevole che sia stato il sindaco delle Isole Tremiti a convocare questa giornata di studi sui deportati. E' proprio nelle Tremiti e ad Ustica che sbarcano, tra il 29 ottobre e il 3 novembre 1911, i primi 2.975 deportati. Sono stati raccolti a caso per le strade di Tripoli e poi ammucchiati nelle stive delle navi, senza alcuna prova di colpevolezza. Fra gli esiliati ci sono bimbi in tenera età, donne e persino un vecchio di 90 anni. Molti non sopravviveranno ai rigori della prigionia, alla cattiva alimentazione, all'angoscia per la separazione dai famigliari.
La disperazione dei deportati libici rimanda alla nuovissima tragedia dell'immigrazione che fugge dalla grande miseria dell'Africa. Non ti sembra che permanga una forma malcelata di colonialismo nella pressante richiesta da parte italiana e europea - il muro di Shengen - alla Libia perché si trasformi in gendarme degli immigrati?
I Centri istituiti in Libia negli ultimi anni, nell'ambito della lotta all'immigrazione clandestina, con il consenso e il finanziamento delle autorità italiane, non si possono configurare certo come autentici campi di concentramento, ma essi rientrano tuttavia in quel novero di strumenti odiosi che credevamo estinti. Pertanto rivolgiamo un invito alle autorità italiane e libiche a ricercare strumenti più umani per risolvere i problemi della convivenza. Aggiungere sofferenze a sofferenze non fa che acuire il contrasto fra il sud e il nord del pianeta, con tutte le conseguenze che sappiamo.
dal Manifesto del 28 ottobre 2007
lunedì 5 novembre 2007
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