venerdì 30 ottobre 2009

Sellerio e i suoi gioielli quarant' anni di memoria




Un unico grande libro, che comprende in sé molti generi, molti stili, epoche diverse, tenuti insieme da una connessione evidente: il modo di intendere il mestiere, o meglio la passione dell' editore. Eccola, la collezione speciale di titoli, significativamente battezzata "La rosa dei venti", che festeggia i quarant' anni della casa editrice Sellerio. enti opere da intendere come il Dna della casa editrice, l'indice delle "pietre miliari" di un tragitto avventuroso e sorprendente, da Bufalino a Piazzese, da Camilleri a Consolo, Tabucchi e Giménez-Bartlett, che annovera un nume tutelare straordinario: Leonardo Sciascia. E sembra qualcosa di più di una semplice coincidenza il fatto che i quarant' anni della Sellerio coincidano con i vent' anni dalla morte dello scrittore di Racalmuto. Una sorta di cortocircuito borgesiano, di fulminante incrocio di storie e destini: non per nulla, infatti, questa iniziativa editoriale, che partirà a luglio, verrà preceduta dalla riedizione de "Il procuratore della Giudea" di Anatole France, nella traduzione e con una nota di Leonardo Sciascia. Il testo avrà un' introduzione di Salvatore Silvano Nigro, consulente della casa editrice: «La scelta di questo testo - spiega Nigro, che insegna Letteratura italiana contemporanea alla Scuola Normale di Pisa - è dovuta non solo al fatto che Sciascia lo scelse e lo tradusse, ma anche perché si tratta di uno dei racconti più belli della letteratura mondiale. Non per nulla Joyce lo teneva sul comodino. È un libro che abbiamo a un certo momento dimenticato e che poi Sciascia ha riscoperto per la sua esemplarità. Nel mondo anglosassone e in quello francese infatti "Il procuratore della Giudea" è considerato una grande lezione di metodologia, in merito allo studio della Storia, e anche per questo motivo è molto amato dai logici. Anche se Sciascia ne ha spostato genialmente l'ottica, facendo di esso un vero e proprio manuale di scetticismo, in un momento in cui, in nome della verità, si facevano molti delitti. Tutto questo rientra nell' idea che aveva Sciascia di fare libri: trasferire il significato di un classico, per usarlo al fine di una battaglia di ordine civile. Non è dunque un caso che il libro di France inauguri questa nuova collana. Dentro, c'è tutto Sciascia». Come c'è tutto Sciascia anche nei titoli che daranno forma, alla stregua di un arcipelago letterario limitato ma ben saldo, alla collana "La rosa dei venti", uno dei tanti mondi possibili dentro alla foresta di pagine della Sellerio. Aggiunge Nigro: «Penso che la casa editrice abbia fatto la scelta giusta. Avrebbe potuto innalzare un monumento pubblicitario, come oggi si fa da più parti, e invece ha scelto qualcosa che rientra perfettamente nello spirito sciasciano. Ossia mettersi al servizio dei classici o degli scrittori dimenticati o scovare un nuovo talento. Se guardiamo a questa collezione speciale, tutto questo viene splendidamente fuori». I primi due titoli sono dello stesso Sciascia: "Atti relativi alla morte di Raymond Roussel" e "L'Affaire Moro". Si tratta di due opere fondamentali, che danno perfettamente l'idea dello Sciascia di quegli anni. «Non a torto - spiega Nigro - "L' Affaire" è stato definito un classico novecentesco della pamphlettistica civilmente impegnata. Il 4 novembre del 1978, Sciascia si era sfogato per lettera con Anna Maria Ortese: "Le sue domande sono anche le mie. E principalmente questa: che cosa è questo paese? Un paese, sembra, senza verità; un paese che non ha bisogno di scrittori, che non ha bisogno di intellettuali. Disperato". Un Paese in cui, quando usciva una nota di Sciascia sui giornali, o di Pasolini (sono gli autori che oggi ci mancano di più), il Palazzo tremava. Oggi non c'è uno scrittore che ne faccia almeno oscillare i vetri». Allineati accanto a questi due capolavori, troviamo il romanzo d' esordio di Gesualdo Bufalino, "Diceria dell' untore," e Retablo" di Vincenzo Consolo: la grande scoperta di Sciascia, da un lato, e dall' altra l'opera di un autore che, col "Sorriso dell' ignoto marinaio", aveva preso le mosse direttamente dal "Consiglio d' Egitto": «Nell'opera di Bufalino Sciascia scovò la reinvenzione liberty e funeraria della Montagna incantata di Thomas Mann, mentre in quella di Consolo la reinvenzione civile del barocco di Cervantes e di Bartoli, attraverso il Concerto barocco e Il secolo dei lumi di Alejo Carpentier". Dalla lista dei titoli della nuova collana di Sellerio si affaccia pure Maria Messina, da Sciascia rilanciata: «E non è un caso che nella nota di accompagnamento del romanzo, non firmata, l'autore di "Todo modo" faceva riferimento a una collana della casa editrice Sandron di Palermo e a Borgese, che aveva ideato la "Biblioteca Romantica" per Mondadori. Due modelli di cui Sciascia tenne conto: insomma, c'è una perfetta geometria, all' interno di questa collezione». Collezione che annovera anche "Carta bianca" di Lucarelli e "Notturno indiano" di Tabucchi. «Lucarelli significa l' attenzione, meglio dire la passione di Sciascia per il poliziesco: da qui anche la presenza, nella "Rosa dei venti", di Santo Piazzese, di Gianrico Carofiglio e della Alicia Giménez-Bartlett. In più occasioni, lo scrittore di Racalmuto, sia a proposito dell'editoria che della letteratura poliziesca, parlò di "hobby". Ecco, Sciascia, col suo hobby per i libri, si configura, nella storia dell' industria libraria, come uno dei tanti detective da lui amati. Si può di conseguenza assimilare il talento rabdomantico dell'editore alla vocazione indagatrice del giallista: un' indagine rivolta alla scoperta dei sommersi, o alla selezione di libri da rilanciare, da riattualizzare. C' è un altro aspetto importante: molti dei libri riproposti, per motivi commerciali, sono passati ai grandi editori. E allora in tal modo si fanno rientrare dentro alle proprie collane, i testi pubblicati e poi fuoriusciti (molti di questi titoli, infatti risultano sul sito della casa editrice "fuori catalogo", n. d. a.). Insomma, la casa editrice palermitana ha voluto rinsaldare una storia e il legame affettivo che la unisce ai suoi scrittori». Che non a caso, se si pensa all'idea che della letteratura aveva Sciascia, rispondono ai nomi di Luciano Canfora, di Adriano Sofri, dei quali verranno riproposti rispettivamente "La biblioteca scomparsa" e "Il nodo e il chiodo". A ben guardare, però, manca un libro nella lista: "Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di far libri", che Nigro curò nel 2003: una inspiegabile lacuna. «Certo, ora che molte cose sono più serene, questo testo dovrebbe tornare in libreria. Perché l' attività editoriale svolta da Sciascia presso la Sellerio, va letta, nell' insieme delle collane ideate e dei libri pubblicati, come un' opera collaterale alla sua attività di scrittore civilmente motivato. Anche perché, come disse lui stesso, senza quel lavoro, non avrebbe avuto senso la sua permanenza a Palermo. Tutto dunque ruota attorno a un libro assente, è curioso. Soprattutto se si pensa che negli ultimi vent'anni, l'immagine di Leonardo Sciascia è stata volutamente sbiadita. Non abbiamo assistito a una ripresa seria dell'autore. Se a un certo punto ci si rendesse conto che Sciascia non è morto, ma che è più vivo che mai, e se gli stessi studiosi lo considerassero vivo e non da dissezionare per usi accademici, le cose starebbero diversamente». "L'editore si è messo al servizio dei classici e degli autori dimenticati. Qualcosa che rientra nello spirito dello scrittore di Racalmuto".

Salvatore Ferlita

da Repubblica del 13 giugno 2009

venerdì 15 maggio 2009

Papi Silvio e papa Joseph

Nel gennaio 2012, Berlusconi chiederà al Pontefice l'annullamento del suo matrimonio: una palese dimostrazione del suo profondo attaccamento ai valori cattolici

Settembre 2011
La terza moglie di Berlusconi, la suonatrice di nacchere Vanita Lopez, con una clamorosa lettera a Repubblica rivela tutta la sua amarezza. In due mesi di matrimonio ha visto il marito una sola volta, alle sei di mattina, in piedi accanto al letto, attorniato dalla scorta, che le spiegava di dovere uscire per andare al cinema insieme all'ex autista di Craxi. "Gli ho detto che non gli credevo", scrive la signora, "perché a quell'ora i cinema sono chiusi. Mi ha risposto che si trattava di un cinema di Tokyo. Solo dai telegiornali della sera ho appreso la verità: si trovava sul lungomare di Rapallo con miss Universo, sua candidata per la presidenza della Regione Liguria. Gli ho telefonato per chiedergli come è possibile che miss Universo,che è bielorussa, governi la Liguria. Mi ha risposto che io sono boliviana eppure mi ha appena nominata rettore della Sapienza. Ha sempre la risposta pronta. Non so più che cosa fare".

Gennaio 2012
Berlusconi chiede al papa l'annullamento del suo matrimonio, per dimostrare il suo profondo attaccamento ai valori cattolici. Il papa glielo concede con la formula del 'tre per due': annullando i due primi matrimoni, decade anche il terzo. Per festeggiare, Berlusconi presenta al papa la sua quarta moglie, raccontando, tra le risate delle guardie svizzere, di averla sposata il giorno prima a Las Vegas. Si tratta di una cantante di bossa nova della quale non ricorda il nome. La settimana dopo la signora scrive a Repubblica una lettera molto toccante, nella quale rivela di non sapere nulla del matrimonio e di essere felicemente sposata con un narcotrafficante. "Ero in udienza con mio marito in Vaticano", spiega la donna, "e ho visto un uomo vestito di blu che mi indicava al papa facendo gesti ammiccanti con le mani. Non sapevo che fosse Berlusconi, e soprattutto non potevo immaginare che stesse dicendo al papa che io ero sua moglie". I portavoce di Berlusconi la smentiscono, spiegando che è stato frainteso: credeva che la signora fosse l'ex autista di Craxi.

Maggio 2014
Berlusconi sposa in quinte nozze un bagnino californiano con un matrimonio gay a Malibù. La festa, alla quale partecipa tutta la comunità gay mondiale, è una memorabile orgia con ballerini del Bolscioi, pitoni, oppio ed elefanti, dura tre giorni ed è ripresa dalle televisioni di tutto il mondo. La mattina del quarto giorno Berlusconi dice di essere stato frainteso e annuncia il sesto matrimonio con la classica ragazza della porta accanto. La fortunata è Bamby Cucchiarozzi, sedicenne di Nettuno, che un mese dopo scrive un sms al direttore di Repubblica annunciando il divorzio per gravi incomprensioni: Silvio non le aveva detto di avere già una relazione con la madre e la nonna.

Novembre 2020
Nella giornata mondiale della Famiglia, il papa riceve in Vaticano Berlusconi che gli rivela di essere ancora vergine e di essere sempre stato frainteso. Aggiunge di avere otto figli naturali, tre dei quali ex autisti di Craxi, di chiamarsi in realtà Gennaro e di essere un transessuale. Di essere un terziario francescano. Una donna bulgara. La reincarnazione di Tamerlano. L'autista di Craxi. Il papa dimostra comprensione e lo addita come esempio preclaro di marito e padre affettuoso, anche se non si capisce bene di chi. L'elettorato cattolico, entusiasta, lo acclama e lo vota in massa. Berlusconi si affaccia, a fianco del papa, in piazza San Pietro, con un frac di raso giallo, e agita il cilindro in segno di saluto. In tutta la piazza, decine di cartelli con la scritta "ciao papi".

Marzo 2037
Azionato da un sistema di stantuffi e microchip, Berlusconi si esibisce al G8 nel numero della "trivella umana" appreso in gioventù nei quartieri porno di Amsterdam. In conferenza stampa, ancora nudo, spiega di essere stato frainteso e annuncia il suo ventiduesimo matrimonio con se stesso, appena clonato. I due sposi saranno in bianco.

Michele Serra

l'Espresso 7 maggio 2009

dal blog di rossanaturale:
http://rossanaturale.splinder.com/post/20518700/Sposer%C3%B2+Michele+Serra
e di blogorrea:
http://blogorrea.splinder.com/post/20500370

sabato 2 maggio 2009

Ciarpame senza pudore

Dal Sole 24 ore del 28 aprile 2009
"Ciarpame senza pudore". Così, Veronica Lario definisce, in una dichiarazione all'Ansa, l'uso delle candidature delle donne che a suo avviso si sta facendo per le elezioni europee. La signora Berlusconi ha deciso di mettere per iscritto in una mail - in risposta ad alcune domande sul dibattito aperto dall'articolo pubblicato ieri dalla Fondazione Farefuturo - il suo stato d'animo di fronte a ciò che hanno scritto oggi i giornali sulle possibili candidate del Pdl alle europee. «Voglio che sia chiaro - spiega - che io e i miei figli siamo vittime e non complici di questa situazione. Dobbiamo subirla e ci fa soffrire». Alla domanda su cosa pensa del ruolo delle donne in politica, alla luce delle polemiche di queste ore, Veronica Lario risponde che «per fortuna è da tempo che c'è un futuro al femminile sia nell'imprenditoria che nella politica e questa è una realtà globale. C'è stata la Thatcher e oggi abbiamo la Merkel, giusto per citare alcune donne, per potere dire che esiste una carriera politica al femminile». «In Italia - aggiunge la moglie del presidente del Consiglio - la storia va da Nilde Jotti e prosegue con la Prestigiacomo. Le donne oggi sono e possono essere più belle; e che ci siano belle donne anche nella politica non è un merito né un demerito. Ma quello che emerge oggi attraverso il paravento delle curve e della bellezza femminile, e che è ancora più grave, è la sfrontatezza e la mancanza di ritegno del potere che offende la credibilità di tutte e questo va contro le donne in genere e soprattutto contro quelle che sono state sempre in prima linea e che ancora lo sono a tutela dei loro diritti».
«Qualcuno - osserva Veronica Lario - ha scritto che tutto questo è a sostegno del divertimento dell'imperatore. Condivido, quello che emerge dai giornali è un ciarpame senza pudore, tutto in nome del potere».
La signora Berlusconi prende anche l'iniziativa di parlare della notizia, pubblicata oggi da "la Repubblica", secondo cui il premier sarebbe stato domenica notte in una discoteca di Napoli a una festa di compleanno d'una ragazza di 18 anni: «Che cosa ne penso? La cosa ha sorpreso molto anche me, anche perché non è mai venuto a nessun diciottesimo dei suoi figli pur essendo stato invitato».

martedì 7 aprile 2009

Un paese in pericolo



di Paolo Berdini *

Sono crollati ospedali, edifici pubblici e scuole costruiti di recente. Dovevano rispettare rigorose norme antisismiche, ma il terremoto ha tragicamente svelato una realtà che viene sistematicamente occultata: siamo il paese delle regole scritte con solennità e violate con estrema facilità. Siamo il paese in cui le funzioni pubbliche di controllo sono state cancellate o messe nella condizione di non nuocere. Di fronte a questa realtà, il “piano casa” della Presidenza del Consiglio liberalizzava ulteriormente ogni intervento edilizio che poteva iniziare attraverso una semplice denuncia di inizio attività, e cioè in modo che la pubblica amministrazione perdesse per sempre ogni residua possibilità di controllo. Dappertutto, in zona sismica o in zona di rischio idrogeologico.Sono poi crollate in ogni parte anche le case private. Antiche, della prima o della seconda metà del novecento. Segno evidente che anche esse sono state costruite senza gli accorgimenti che ogni paese civile richiede. Invece di avviare questo processo, il piano casa del governo autorizzava aumenti automatici di cubatura (fino al 20%) senza contemporaneamente costringere i proprietari a rendere più efficienti le strutture. Chiunque chiude un balcone o una veranda, pur aumentando i pesi le case devono sopportare, non interviene sulle fondazioni o sulle strutture principali. E’ noto che questa anarchia e disorganicità è alla base di molti crolli e di molte vittime.La tragedia dell’Abruzzo mostra dunque di quale cinismo e arretratezza culturale fosse stato costruito il provvedimento tento reclamizzato da Berlusconi. Cinismo perché faceva balenare in ciascuno la possibilità di incrementare la proprietà senza tener conto dell’esistenza di equilibri più complessivi, senza cioè dover rispettare i beni comuni per eccellenza: le città.Arretratezza culturale perché il terremoto ha dimostrato ancora una volta che il vero problema del nostro paese è quello di avere i piedi di argilla. In un paese ad alto e diffuso rischio sismico, infrastrutture, servizi e abitazioni non sono in grado di resistere ai terremoti. Invece di agevolare la sistematica messa in sicurezza del territorio e del patrimonio edilizio, questo governo ha in mente una sola cultura: “aggiungere”. Nuove grandi opere, ad iniziare dal ponte sullo stretto e dalle centrali nucleari, nuove espansioni edilizie. Invece di consolidare l’enorme patrimonio edilizio esistente e rendere sicura la vita degli italiani, si continua con lo scellerato meccanismo della rendita speculativa.Stavolta la colpa non è di esclusiva responsabilità politica. E’ evidente in ogni settore un consenso esplicito ed entusiasta della Confindustria e della cosiddetta “classe dirigente”. Quella, per intenderci, di cui fa parte Claudio De Albertis, per molti anni presidente dei costruttori italiani e oggi presidente di quelli milanesi. In un recentissimo dibattito nella rete televisiva di La Repubblica ha avuto il coraggio di dire che in Italia mancano case popolari perché vengono costruite con troppa lungimiranza e durano troppo nel tempo. Ci dobbiamo abituare, ha aggiunto, a programmarne la vita in venti anni per poi rottamarle. Mentre tutti i paesi ad economia avanzata si interrogano su come ricostruire su basi solide un futuro possibile dopo la crisi, da noi governo e imprenditori del mattone pensano esclusivamente a nuovi affari senza farsi carico degli interessi generali.Sono così miopi da non vedere che c’è invece un altro modo per rilanciare la macchina dell’edilizia. Basterebbero tre mosse. Prendere atto che il nostro patrimonio abitativo è fatiscente e lo Stato ha il dovere di favorirne la messa in sicurezza, attraverso norme e finanziamenti. E se ci fosse qualcuno che afferma che in questo modo si spendono soldi pubblici, si potrebbe rispondere che stiamo spendendoli per acquistare i fondi tossici delle banche. Perché non potrebbero essere utilizzati anche per non veder morire intere famiglie? Eppoi, gli interventi dentro una nuova concezione dell’edilizia favorirebbero la nascita di nuove industrie in grado di realizzare e gestire sistemi di risparmio energetico. In pochi anni i benefici complessivi supererebbero le spese di investimento iniziale: basta soltanto dare il colpo di grazia alla rendita immobiliare, come fanno in Europa.Secondo. Prendere atto che nell’ultimo decennio si è costruito troppo e che è venuto il momento di dire basta ad ogni ulteriore consumo di suolo agricolo. Da qualche mese è nata su iniziativa del sindaco di Cassinetta di Lugagnano la rete “stop al consumo di territorio” e sono molti i primi cittadini che vogliono voltare pagina. La popolazione italiana non cresce più ed è economicamente molto più conveniente riqualificare l’esistente.Terzo. La definizione di un grande (stavolta sì) programma di messa in sicurezza degli edifici pubblici. Il volto dello stato si vede da come si presentano le scuole dell’obbligo. L’ottanta per cento di esse è fatiscente o non rispetta le norme di sicurezza. Stesso discorso vale per gli ospedali e per gli altri servizi. Una grande opera di ricostruzione del volto dei luoghi pubblici e delle città, che sono gli elementi portanti della convivenza civile di ogni paese civile. E se qualcuno obiettasse spudoratamente che in questo modo si spendono soldi pubblici, basterebbe mostrargli i volti dei giovani che in Abruzzo hanno perso la vita soltanto perché l’ideologia liberista ha imposto in questi anni la distruzione di ogni funzione pubblica.


* docente di Urbanistica all'Università Tor Vergata di Roma

dal Manifesto del 7 aprile 2009




giovedì 5 marzo 2009

'Innocenti' dalla nascita

INNSE, MACCHINA CHE GIRA SEMPRE
di Guglielmo Ragozzino
Un gruppo di lavoratori difende ciò che resta di una grande fabbrica, l'Innse, che dopo aver costruito tubi e Lambrette, auto e centrali siderurgiche, è destinata alla rottamazione
All'Innse, a Milano-Lambrate ci sono bandiere rosse fuori dalla porta, ma la porta non c'è più: forse per scoraggiare i senza casa di quell'area ormai priva di fabbriche. I lavoratori che proteggono la fabbrica dalle incursioni del padrone o dalle eventuali mosse del proprietario dell'area, si alternano, in un paio di locali e un'improvvisata cucina. Sono circondati dalla solidarietà di chi capisce come sia importante resistere. A loro volta aiutano i senza casa, privi di acqua e cibo. Alla Rsu mi indicano il portavoce. Gli chiedo chi sia il padrone. «La domanda è complicata. Il mio padrone si chiama Genta Silvano. Mi ha licenziato il 25 agosto. Dal 25 agosto noi siamo in mobilità. Genta Silvano è un commerciante che si occupa di macchine utensili usate. Non è un industriale, ma un rottamaio, chiamalo come vuoi. Tratta macchinario in disuso, ma le nostre macchine funzionano. Nel 2006, in febbraio il signor Genta compra Innse dall'amministrazione straordinaria. Paga 700mila euro, macchinari e lavoratori. In tutto 53 persone.
Solo 53, di tanti al tempo di Innocenti?
Innocenti Sant'Eustachio nel 1973 è passata a Italimpianti. I padroni non me li ricordo tutti, ma Italimpianti è passata ai tedeschi della Demag, da questi al gruppo Manzoni, finito in seguito in amministrazione straordinaria. E poi Genta. Era un'unica grande fabbrica, l'Innocenti. Nel '73 si scinde dall'auto e diventa Innocenti Sant'Eustachio; e di là rimangono le auto. Noi passiamo sotto l'Italimpianti, l'Iri in una parola.
Quanti eravate alla scissione?
Duemila, nel '73. Poi di tre in tre anni, casse integrazione in serie, con prepensionamenti. La gente che andava a casa era contenta, però così ci tagliavamo un pezzo alla volta. Ci sono stati dei prepensionamenti anche di dieci anni. Si pagavano i contributi e dopo dieci anni si andava in pensione. A scanso di equivoci era un lavoro vero, fino al 17 settembre del 2008, lavoro vero. Turbìne enormi...carri traversi di quattordici metri di lunghezza... e parliamo di tollerabilità di centimetri sulla linea traversa...
Avete ancora tecnici?
Come no! Come no! Nel gruppo che resiste ci sono tutti. Potremmo riprendere la produzione domani. Commesse ne abbiamo. Il vecchio direttore di produzione, attivo fino a pochi mesi fa, diceva che avevamo davanti 3 anni e mezzo di commesse. A volerlo fare. Le nostre sono lavorazioni meccaniche di grandi dimensioni; e il mercato per l'energia è in gran tiro.
Come ve lo spiegate questo attacco?
Il proprietario di tutta l'area si chiama Aedes, un'immobiliare in cattive acque. Se non viene ricapitalizzata rischia il fallimento. Non siamo proprio al centro, ma dentro questa area. Ci sono altri capannoni, abbandonati. Cosa vogliano farne non è chiaro. Nel piano regolatore del '98, vigente perché non è stato ancora modificato, si dice espressamente che finché c'è Innse, questa è area industriale. Il nostro capannone è di 25.000 metri quadri. Tutta l'area trecentomila, almeno. Si racconta che quando l'lnnse finì in un guaio perché si sbagliarono delle presse per Cassino - parliamo dell'89, non di ora - per colmare il buco di bilancio, la proprietà di allora decise di vendere il terreno, rimanendo in affitto. Poi l'amministrazione straordinaria e Genta che due anni fa, con la legge Prodi, compra il macchinario. Qui entra in scena l'immobiliare Aedes che dice: di lì ve ne dovete andare. E' chiaro che l'affare di Genta si unifica all'affare di Aedes e fanno un solo blocco contro di noi. In ogni caso dal 31 maggio al 17 settembre abbiamo lavorato, senza la copertura, visto che per Genta dovevamo chiudere l'attività. Noi abbiamo proseguito a lavorare fino a settembre.
E a chi avete venduto?
Venduto niente. Abbiamo lavorato. Abbiamo prodotto per 160 mila euro, occupandoci un po' di tutto, non solo della produzione. Compratori ce ne sono, per esempio Ormis. Il 31 maggio Genta dichiara cessata l'attività. Noi però continuiamo a lavorare perché abbiamo commesse di Ormis e di altri. Continuiamo a lavorare, finché in giugno Ormis si fa avanti e dice: «io sono interessato a comprare anche lo stabilimento». Ma fanno di tutto per farlo scappare: rovina i piani di Aedes e di Genta. Ormis vuoi comprare per proseguire l'attività, Genta vuol cessare il capannone per vendersi le macchine, Aedes vuole il capannone libero per fare la speculazione edilizia.
Per Aedes è meglio senza voi tra i piedi.
Nel '98 venne inserita la clausola dell'area industriale Innse. Il piano della zona prevedeva due fasi: fase uno e fase due. In mezzo la tangenziale. Di là si è fatta la fase uno e come puoi vedere sono palazzi orribili. Ci sono comitati di inquilini arrabbiati come belve. Qui poteva cominciare a costruire a condizione di accettare il piano regolatore con dentro il vincolo di Innse. Per cui gli affari di Aedes sull'area li ha già fatti, e ha accettato il vincolo; altrimenti l'accordo non sarebbe passato in consiglio comunale. Aedes nel '98 ha accettato il vincolo perché in cambio le si dava mano libera per costruire dall'altra parte della tangenziale, verso Milano. La fase uno oltre tutto non è ancora completata: di là sono rimasti dei vuoti dove non hanno costruito niente. E' chiaro che in un'area così hai un tot di spazio industriale, un tot di parchi. L'Innse ci può stare benissimo. La nostra offerta è ragionevole.
Avete fatto un'offerta?
Possiamo concentrare tutto nell'area dell'officina; tutto lo spazio che c'è intorno all'officina potrebbe tornare all'Aedes. Abbiamo anche proposto di ridimensionare il capannone. Siamo stati molto ragionevoli. Possiamo fare a meno di un'area che è tre volte l'officina, perché siamo ormai in 50, anche se Ormis dice che porterebbe a 150 il numero degli addetti. L'altro problema era il trasferimento. Ci dicevano: siete disposti a trasferirvi? Solo che c'è una gru da duecento tonnellate, c'è un tornio da 14 metri di diametro: spostarli 100 metri più in là non è una stupidata. Il trasferimento era una trovata per demolire l'Innse. Perciò noi ci siamo opposti. Si tratta di macchine che se non fanno due o tre anni di stabilizzazione non lavorano più al centesimo. Per cui la nostra proposta più seria era: portiamo tutti i servizi dentro e ragioniamo sul nostro capannone da 25 mila metri quadri. Ma spostarci, anche di 100 metri, no. Ci sono macchinari di grandi dimensioni: facevamo presse e anche macchine utensili. Non si distrugge una produzione industriale importante; neanche ce ne fossero, da buttare.
Mi potete indicare vostri lavori?
Bagnoli, Taranto, abbiamo fatto un impianto all'Orinoco, siderurgia in Cina, in America...La colata continua di Taranto, il laminatoio a freddo di Bagnoli sono nostri. I nostri tecnici hanno smontato Bagnoli per rimontarlo in Cina. I giunti di congiunzione del ponte di Danimarca, il ponte più lungo, li abbiamo fatti qui. Se si deve fare il ponte di Messina...eccoci... Ma era una battuta... Anche sull'acceleratore del Cern di Ginevra abbiamo messo le mani. L'Expo milanese del 2015 ci darebbe molto da lavorare...Come si entra in contatto con voi?Si entra. Siamo sempre aperti, facciamo tre turni, rispettando l'orario di lavoro che avevamo. Io faccio il turno normale, 8-17, ma il ciclo è continuo; ora siccome qui è sempre aperto e le notizie intorno a Innse girano, arrivano in molti qui con dei contributi e cibo e noi raccogliamo... Poi abbiamo iniziato a produrre ricordi, come spille, magliette...la solidarietà si è sviluppata spontaneamente. A mezzogiorno e alla sera organizziamo i pasti, il sindacato ci appoggia, soprattutto la Fiom Cgil ci viene dietro. E' venuto Rinaldini, è venuto Cremaschi, oggi c'era qui Durante...
Quando la polizia ha attaccato...
Il 27 settembre è il primo intervento della polizia. Poi ne fanno altri perché inizia un braccio di ferro tra noi e Genta. Lui che vuole prendere il macchinario e noi che vogliamo difenderlo, visto che nella Innse è l'unica cosa importante, oltre a noi lavoratori, naturalmente. Abbiamo fatto anche accordi con Genta, per separare il materiale finito e il macchinario: c'è differenza tra i mezzi di produzione e le merci lavorate. Per un periodo ha accettato di prendere le merci e lasciare le macchine. Poi ha rotto questo patto. «Io vengo dentro quando voglio e porto via quello che voglio», ha detto. A quel punto abbiamo risposto: allora no, non vendi più niente. Qui c'è stato il braccio di ferro più forte. La polizia, alle quattro e mezza del mattino - avevamo cominciato il presidio a mezzanotte - ha cominciato a far girare intorno le macchine, un'ora dopo è arrivato Genta, hanno bloccato tutte le strade della zona e l'hanno accompagnato dentro. Lo hanno fatto passare da un cantiere, non da una strada; alle cinque e mezza è entrato in fabbrica, con due camion. E' chiaro che la tensione era alta, perché se sei fuori e vedi il padrone che va dentro per spostare il macchinario cui hai affidato tutte le prospettive di rilancio... E' nato un patatrac e ci sono stati gli scontri. E' stato la settimana scorsa, martedì 10. Ne hanno parlato tutti i giornali. Anche voi ne avete parlato, anche se avete fatto un titolo piccolissimo. Ma già che voi siete abituati ai titoli così.
Questa volta ne faremo uno grande.
Niente. Abbiamo ottenuto, con gli scontri, una mediazione della polizia, per cui due di noi, uno della Fiom e un funzionario, hanno preso parte al sopraluogo. Erano presenti duecento poliziotti e carabinieri, di fronte a duecento manifestanti. Si sono fatti anche male: uno di noi ha preso una bastonata sulla testa e ha ancora il segno; un altro operaio ha preso uno scudo sulla faccia. Tutto perché Genta potesse entrare dentro con due camioncini a prendersi un carico di legname, il basamento di una macchina, un rottame, e un quadro elettrico. Ha utilizzato la forza pubblica contro gli operai per un materiale da poco e per un motivo ideologico. Quelli che criticano il nostro atteggiamento ideologico, a ben vedere ce l'hanno peggio di noi. Poi alle dieci e mezza Genta se ne è andato. Ci siamo fatti male per niente.

dal Manifesto del 3 marzo 2009

Deriva italiana

di Alberto Asor Rosa
In controtendenza rispetto a una (apparente) inarrestabile deriva negativa, cercherò di riassumere quali siano per me i punti decisivi della situazione italiana: Berlusconi, il suo disegno e la sua forza. Qualche mese fa mi azzardavo a definirli diversi ma peggiori del fascismo, apriti cielo. Oggi i più autorevoli commentatori parlano disinvoltamente di una precisa caratterizzazione populistico-autoritaria. Ma dov'è la differenza? Nessuno dei regimi fascistici del Novecento in Europa fu mai contraddistinto dai caratteri di un puro putsc militare o poliziesco. Al contrario: essi furono, in modi diversi, esperimenti fortemente autoritari ma anche fortemente populistici; arrivati il più delle volte al potere in seguito a regolari elezioni; accompagnati a lungo da un vasto consenso di massa. L'unico regime rivoluzionario arrivato al potere con un atto di rottura violenta delle istituzioni legittime costituite fu quello bolscevico: ma è lecito assai dubitare che, per una lunghissima fase, quel regime non avesse conseguito il medesimo consenso di massa caratteristico dei suoi più accaniti avversari.Dobbiamo perciò acconciarci ad arrivare a una rapida conclusione, che forse dispiacerà a molti dei miei lettori: quel che contraddistingue un sistema democratico degno di questo nome non è in sé e per sé il consenso popolare, neanche quando conseguito con strumenti (formalmente) democratici (le elezioni), ma il rispetto (anche formale, formalissimo) delle regole. Torniamo alla liberaldemocrazia classica? Risposta: perché no, se i tempi sono di estrema emergenza? Il fatto che in un processo possa essere condannato il corrotto e non il corruttore in base ad una legge dello Stato regolarmente approvata; la barbarica esibizione di spiriti primitivi e di perverse persecuzioni nel coso del caso Englaro; la legittima «messa in campo» per le strade delle nostre città di drappelli di sedicenti difensori dell'ordine pubblico, mentre le vere «forze dell'ordine» vengono depotenziate ed emarginate; le spinte risolutamente avverse all'unità e identità nazionali in nome di una parola d'ordine, in sé nobile ma paurosamente degradata, come «federalismo»; il tentativo in corso nel nostro Parlamento di tagliare non solo le unghie ma anche le braccia e le gambe alla magistratura allo scopo di realizzare una perfetta «confusione dei poteri»; l'ostentato esibito, ampiamente praticato ricorso alla decretazione d'urgenza, anche quando d'urgente non c'è nulla, a scapito delle prerogative parlamentari; la costante destabilizzazione dei rapporti fra le istituzioni (vulgo: attacchi indecenti alla Presidenza della Repubblica); la ricerca, quanto mai evidente, di concentrare nel Capo il maggior numero di poteri possibili; tutto ciò, e molto altro, rappresenta con enorme chiarezza la scalata, talvolta provocatoria e nevrotica, più spesso paziente e tenace, verso una diversa forma dello Stato, dove le procedure elettorali, della cui esplicita cancellazione ci sarà sempre meno bisogno, avranno una valenza solo immaginaria. Davanti agli occhi il nostro Presidente del Consiglio ha il modello Putin, come non avvedersene? (questo potrebbe anche voler dire che la cosiddetta «anomalia italiana» sta dentro una più generale crisi del «modello democratico», - Obama contraddicente?, - e questo è vero, ma non c' è spazio per argomentarlo).Consenso di massa, dicevamo, intorno alla scalata antidemocratica di Silvio Berlusconi: come mai? Intanto: Berlusconi, come tutti i leader dei movimenti populistico-autoritari (i.e. Fascisti) del Novecento, è l'unico homo novus nel panorama politico circostante: rappresenta per lui un vantaggio non da poco raffigurare plasticamente l'alternativa a un imbrogliato, querimonioso, incerto, fatiscente sistema liberaldemocratico (fu la stessa cosa per Mussolini, per Hitler, persino per i comunisti bolscevichi). Poi, promette, promette molto: in tempi di crisi, se non c'è un progetto chiaro a contrastarlo, l'illusionismo di un abile prestigiatore appare più seduttivo di qualsiasi piatto e grigio discorso di buonsenso. In terzo luogo: solletica i peggiori istinti delle masse, che ne hanno, o se ne hanno, li fa propri, fa vedere loro che lui è come loro. Da questo punto di vista non c'è da farsi molte illusioni: in Sardegna ha vinto anche perché ha promesso che si sarebbero fatti villaggi turistici in ogni punto della costa, e in Toscana, nella democraticissima Toscana , accadrebbe lo stesso, se a contendersi fossero due partiti, uno dei quali promettesse il rigoroso rispetto della linea delle dolci colline paesane e un altro di costruirci sopra «villettopoli» dappertutto. Infine: la risposta dei suoi avversari fa pena. Infatti: c'è un'opposizione in Italia? Risponderò con un'altra domanda: chi è in grado di dirmi cosa sia il Pd? E' un partito di centro che guarda a sinistra o un partito di sinistra che guarda al centro? O un partito di centro che guarda al centro? E' un partito laico o un partito confessionale? O cos'altro? Fa opposizione o consociazione? Le ultime vicende, - la caduta di Veltroni e la sua sostituzione con Franceschini, ecc. ecc., - sulle quali si è soffermata Rossanda con considerazioni alle quali non ho da aggiungere nulla, complicano il quadro, non lo chiariscono. Faccio solo questa aggiunta istruttoria: nel calderone creato dall'ircocervo si è inabissato, con un'assolutezza totalizzante che incute spavento, qualsiasi residuo di tradizione comunista italiana. Non ne è rimasto nulla, tutto è stato liquidato dai suoi stessi eredi anagraficamente più accreditati: i vincoli profondi con il mondo del lavoro; la presenza capillare e di massa; il «costituzionalismo» senza remore; il riformismo limitato ma serio. Al posto di tutto questo, nessuno sforzo culturale nuovo; una sorta di idiosincrasia per qualsiasi ragionamento culturale fondativo; la pratica istituzionalizzata del giorno per giorno (che lascia spazio a cose perfino vergognose: come la rinnovata spartizione, d'intesa con il berlusconismo, del Consiglio di Amministrazione della Rai).Ma «a sinistra» la situazione è ancora peggiore. Divisioni, personalismi, lotte di apparati (tanto più rissosi quanto più microscopici). Cose ormai inveterate, mi fa pena persino tornarci su. Appena succede qualcosa di nuovo, come ad esempio la proposta di una Costituzione di sinistra, scopri (come accade in Toscana) che è per dare uno sgabelletto di sinistra al Pd, il quale nel frattempo si è spostato ancora più a destra (candidatura di Renzi a sindaco di Firenze). Di nuovo c'è anche che alcuni dei dirigenti che stanno fra i massimi responsabili della catastrofe in atto della sinistra, dopo una breve pausa di ristoro, hanno ricominciato ad andare in giro per l'Italia a spiegare cosa deve fare una sinistra per essere veramente di sinistra. Penoso. E allora? Beh, non devo mica essere io a dare risposte alla catastrofe. Solo qualche considerazione conclusiva, che deduco strettamente da quelle precedenti. Se non ci si vuole adeguare alla prospettiva che il risentimento presente in una parte consistente dell'opinione pubblica italiana si orienti verso soluzioni (specularmente) demagogico-populistiche, utili come reazione nell'immediato, ma che non portano da nessuna parte, bisognerebbe ripartire da alcune riflessioni molto elementari: 1) l'opposizione al berlusconismo è globale: non comporta né accomodamenti né arretramenti né trattative. Con Berlusconi nessun discorso è possibile: è illusorio e autolesionistico cercare di correggerlo in un modo qualsiasi in corso d'opera; 2) quel che manca, incredibilmente e inverosimilmente, in Italia - da questo punto di vista unico paese al mondo -, è un partito di sinistra. Voglio esser chiaro: non un partito della sinistra radicale: ma tout court, un partito di sinistra che interpreti le moderne esigenze di solidarietà sociale, apertura multiculturale, rispetto delle regole, separazione dei poteri, Stato di diritto, laicità e indipendenza culturale, libertà e democrazia, che potrebbero fare da base a un intransigente opposizione antiberlusconiana; 3) chi se ne frega, insomma, della stantia diatriba fra veterocomunismo e pseudoriformismo, se poi non c'è chi sia in grado di mettere in piedi un programma di governo accettabile e praticabile? Mancano un progetto, una linea, una qualsiasi forma (anche minimale) di orientamento strategico, dieci punti, un decalogo elementare, comprensibile e accettabile (tanto dobbiamo fare un semplice partito di sinistra, mica la rivoluzione socialista), in grado di spiegare alla gente chi siamo e dove andiamo; 4) è diffusa una scontentezza, un'insopportazione di massa per le diatribe vane, le astuzie, le furbizie, le manovrette di autosalvataggio degli apparati di sinistra. Gli «uomini nuovi», ahimé, non si creano a comando, neanche con le «primarie» (Renzi docet): vano farne ricerca se da soli non si presentano alla ribalta. Ma la rottura della catastrofica continuità degli apparati, la quale consente e alla fine addirittura persegue la disastrosa liquidazione delle tradizioni e dei valori migliori, costituisce anch'essa un fattore ineliminabile di questo passaggio. Per riallacciarsi alla componente più feconda del nostro passato ci vorranno uomini che vengono dal nostro futuro. Quando? Quando ci saranno.Finché questo non accadrà, non ci resterà che sperare nella forza di resistenza del Presidente della Repubblica (il quale non è mica Dio, fa quel che può). Nella magistratura (fin quando non le saranno tagliate le gambe e le braccia). Nella Corte Costituzionale (da cui ci aspettiamo molto nei prossimi mesi). E nell'Arma dei Carabinieri («Nei secoli fedele». Alla Repubblica, s'intende).

dal Manifesto del 26 febbraio 2009

martedì 10 febbraio 2009

Sono sciacalli

di Mariuccia Ciotta

Il silenzio di Eluana ha messo a tacere d'improvviso, alle 20,10, il feroce accanimento del governo sul suo corpo inerme. È stata Eluana a porre fine alla scomposta arroganza del «padrone della vita» pronto ad edificare su di lei un potere senza più limiti.
Eluana ha sottratto se stessa, la sua presenza fantasmatica, all'aula del senato che ieri inscenava lo spettacolo della «corsa contro la morte», come se si dovesse fermare il boia. Mentre in gioco era la sua dignità di persona.
Il suo esodo ne avrebbe richiesto un altro, la rinuncia a continuare una partita cinica fatta in suo nome. E invece il silenzio è durato un solo minuto, poi la rissa, le urla della maggioranza, il grido «assassini, assassini». Il governo passa all'incasso, attacca il capo dello stato, l'opposizione, la magistratura. Berlusconi fa sapere «con profondo dolore» che gli hanno impedito di «salvare una vita». La macchina tritacarne non si ferma e il disegno di legge, che esproprierà ognuno dal diritto di difesa contro l'invasività della politica nella sua sfera più intima, andrà avanti. L'opposizione che si apprestava ad andare divisa al voto, adesso è travolta da un esecutivo che pretende «nella memoria di Eluana», «perché il suo sacrificio non sia vano», di finire il lavoro. Neanche il Vaticano tace, «Che il Signore li perdoni», dopo aver alimentato il tifo tra chi ama e non ama, sostenuto l'operazione più strumentale di questo governo, esercitato una pressione sfrontata sulle istituzioni.
Il duetto del Pdl, «Non è morta, è stata ammazzata», e del papa, «È stato un delitto», risuona come un coro stonato, colonna sonora indecente sulle lacrime di Beppino Englaro, il padre che dice soltanto «Ho fatto tutto da solo, voglio finire da solo». E in questa solitudine vorremmo trovare un posto, essere lì con chi ancora considera l'umanità qualcosa da preservare, e che è fatta di affetti e di relazioni.
Preferiamo stare con lui, senza parole, e lasciare che gli sciacalli si accaniscano su un corpo di ragazza che non c'è più, inutilmente ancora crudeli, vittime di se stessi, mentre lei ci consegna un'eredità che nessuno potrà dissipare, l'idea della vita degna di essere vissuta.

Sensazioni

Bellissime le tavole in cui una figura si allontana in un paesaggio di periferia con 7/8 di cielo, e quelle in cui Gipi impara a nuotare: in un mare sconfinato una figura appena abbozzata e una piccola didascalia in basso.
In quei pochissimi tratti c’è tutto il fluire del tempo, della vita, del riuscire a ‘starci dentro’ prima semplicemente restando a galla, poi avanzando:
Sto imparando a nuotare
Importante è sentire l’acqua che scorre
Non fare resistenza
L’acqua deve scorrere via
Armonici dovrebbero essere i movimenti delle braccia – di più –
E si deve stare calmi, quando si prende aria“Bravo. Ci sei quasi”


dal blog di arancioeblu
http://arancioeblu.splinder.com/

venerdì 6 febbraio 2009

Quella riforma è un suicidio

Lo sbarramento alle europee avvantaggia solo Berlusconi. Ma per il Pd sarebbe una sciagura

di Edmondo Berselli

Si riaffaccia sulla scena politica il progetto di riforma della legge elettorale per il Parlamento europeo. Poi si inabissa, riappare, riscompare e si ripresenta. Se domani sparisce, dopodomani riapparirà. Strano: non c'è nessuna ragione strutturale, o 'sistemica', per riformare la legge. Non ci sono criteri di governabilità da rispettare. Al massimo si può pensare che fra sistemi elettorali in uno stesso paese dovrebbe esserci una somiglianza di fondo: ma è una ragione debole, soprattutto se invocata a quattro mesi di distanza dalla consultazione elettorale.Quindi, più che di scena politica in cui si ripresenta il fantasma della riforma, si dovrebbe parlare di mercato fra i partiti. Cambiare la legge, con uno sbarramento al 4 per cento, come si sostiene nel Pd, o al 5, come dice Silvio Berlusconi, risponde soltanto a ragioni di convenienza e di opportunità politica. Conviene certamente al Pd, che vede davanti a sé l'incubo di un'erosione dei consensi tale da mandare al naufragio lo stesso progetto 'democrat'. E conviene anche al Pdl e a Berlusconi, anche se, come vedremo, per motivi del tutto diversi rispetto a quelli del Pd.Naturalmente non conviene affatto alle forze uscite sconfitte alle elezioni politiche del 2008, cioè i partiti dell'ex Sinistra Arcobaleno. La sinistra antagonista sta vivendo un momento di eccezionale gravità e di profonda ristrutturazione, a partire dalla scissione di Rifondazione comunista attuata da Nichi Vendola. In queste condizioni lo sbarramento rappresenterebbe semplicemente la volontà politica di annichilire le forze esterne al Pd, e probabilmente la mortificazione di tutto quell'elettorato che mantiene un'idea critica rispetto alle società avanzate e all'economia di mercato.Altro che voto utile, come nell'aprile scorso. Si tratterebbe di rivolgersi con dolcezza alla sinistra ultrà e dire: noi vi facciamo fuori dalla politica, ma considerate che lo facciamo per il vostro bene, e per il bene del centrosinistra, delle prospettive riformiste. Quindi vi strangoliamo, ma senza cattiveria, con dolcezza, un'eutanasia benevola e compassionevole a cui non dovete dire di no.
Ora, a parte che se lo sbarramento fosse davvero al 5 per cento come indica Berlusconi potrebbe andare a rischio anche l'Udc di Casini (e qui appare palese la volontà berlusconiana di far male), e porterebbe inquietudine anche dentro l'Italia dei valori, sarebbe giusto sapere, in primo luogo, in quale sistema moderno si cambiano le regole del confronto quattro mesi prima del voto. Secondo punto: quali sono le ragioni autentiche che inducono Berlusconi a favorire l'accordo con il Pd? Non la crescita a destra di partiti o partitini alternativi al Pdl, che possono rappresentare una puntura di spillo ma non certamente un'alternativa. A quanto si capisce, piuttosto, il premier è reso inquieto dalla possibile implosione del partito di Veltroni. Ormai è diventato un politico a tutto tondo, conosce i meccanismi che presiedono alla vita dei partiti e all'esistenza delle coalizioni. Se effettivamente il Pd franasse, all'interno del Pdl si manifesterebbero spinte e controspinte ancora più forti di quelle attuali, che metterebbero del tutto a rischio la qualità, già scadente, dell'azione di governo.Quindi c'è un interesse convergente, fra Pdl e Pd, a riformare frettolosamente la formula elettorale. Ma almeno da parte dei Democratici, prima di prendere qualsiasi orientamento, si dovrebbe guardare a una strategia politica. E allora occorrerebbe prendere atto che il disegno fondato sulla 'vocazione maggioritaria' del Pd si è arenato. In sintesi: un'alternativa a Berlusconi è possibile soltanto allargando l'alleanza. Chiamatela Ulivo, chiamatela Unione, chiamiamola in un altro modo, la competitività della sinistra non può prescindere dall'aggregazione di culture e strutture politiche esterne al Pd, al centro e a sinistra. Sotto questa luce, lo sbarramento elettorale significherebbe l'azzeramento di qualsiasi potenzialità strategica; avrebbe ripercussioni inevitabili sulle amministrazioni locali, presterebbe il fianco all'idea di un contratto maledetto sottoscritto con Berlusconi. Viene voglia di dire al Pd: coraggio, fatela. Fate questa riforma squinternata e politicamente suicida. Poi andate a leggere una delle "leggi fondamentali della stupidità umana" descritte dallo storico Carlo M. Cipolla in un indimenticato libretto: lo stupido è colui che fa del male agli altri senza ricavarne un vantaggio, anzi, facendo del male anche a se stesso. Perfetto: avanti con lo sbarramento, Democratici.

30 gennaio 2009 - L'Espresso

venerdì 30 gennaio 2009

Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
E' bella una tale certezza
ma l'incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno "scusi" nella ressa?
un "ha sbagliato numero" nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
con un salto si scansava.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o lo scorso martedì
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell'infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Una vita all'istante






Una vita all'istante.
Spettacolo senza prove.
Corpo senza modifiche.
Testa senza riflessione.

Non conosco la parte che recito.
So solo che è la mia, non mutabile.
Il soggetto della pièce va indovinato direttamente in scena.
Mal preparata all'onore di vivere, reggo a fatica il ritmo imposto dell'azione.
Improvviso, benchè detesti improvvisare.
Inciampo ad ogni passo nella mia ignoranza.
Il mio modo di fare sa di provinciale.
I miei istinti hanno del dilettante.
L'agitazione, che mi scusa tanto più mi umilia.
Sento come crudeli le attenuanti.

Parole e impulsi non revocabili,
stelle non calcolate,
il carattere come un cappotto abbottonato in corsa -
ecco gli esiti penosi di tale fulmineità.

Poter provare prima, almeno un mercoledì,
o replicare ancora una volta, almeno un giovedì!
Ma qui già sopraggiunge il venerdì con un copione che non conosco.

Mi chiedo se sia giusto
(con voce rauca,
perchè neanche l'ho potuta schiarire tra le quinte).
Illusorio pensare che sia solo un esame superficiale,
fatto in un locale provvisorio. No.

Sto sulla scena e vedo quant'è solida.
Mi colpisce la precisione di ogni attrezzo.
Il girevole è già in funzione da tempo.
Anche le nebulose più lontane sono state accese.
Oh, non ho dubbi che questa sia la prima.
E qualunque cosa io faccia,
si muterà per sempre in ciò che io ho fatto.

Wislawa Szymborska
Opere -Poesie 1945-2005
Adelphi
traduzione di Pietro Marchesani

lunedì 26 gennaio 2009

Quando sei nato qui...

Quando sei nato qui e te ne vai lontano, gli altri cieli sembrano tutti miseri, falsi , come quelli che si vedono dipinti nei teatri. Ma il cielo che mi ha visto nascere è dentro di me: azzurro abbagliante di sole. Se chiudo gli occhi lo vedo, lo sento; anche quando mi circondano nuvole basse, che ricamano pazienti, giorno dopo giorno, tutte le sfumature del grigio. E' bello avere un altro cielo dentro.