INNSE, MACCHINA CHE GIRA SEMPRE
di Guglielmo Ragozzino
Un gruppo di lavoratori difende ciò che resta di una grande fabbrica, l'Innse, che dopo aver costruito tubi e Lambrette, auto e centrali siderurgiche, è destinata alla rottamazione
All'Innse, a Milano-Lambrate ci sono bandiere rosse fuori dalla porta, ma la porta non c'è più: forse per scoraggiare i senza casa di quell'area ormai priva di fabbriche. I lavoratori che proteggono la fabbrica dalle incursioni del padrone o dalle eventuali mosse del proprietario dell'area, si alternano, in un paio di locali e un'improvvisata cucina. Sono circondati dalla solidarietà di chi capisce come sia importante resistere. A loro volta aiutano i senza casa, privi di acqua e cibo. Alla Rsu mi indicano il portavoce. Gli chiedo chi sia il padrone. «La domanda è complicata. Il mio padrone si chiama Genta Silvano. Mi ha licenziato il 25 agosto. Dal 25 agosto noi siamo in mobilità. Genta Silvano è un commerciante che si occupa di macchine utensili usate. Non è un industriale, ma un rottamaio, chiamalo come vuoi. Tratta macchinario in disuso, ma le nostre macchine funzionano. Nel 2006, in febbraio il signor Genta compra Innse dall'amministrazione straordinaria. Paga 700mila euro, macchinari e lavoratori. In tutto 53 persone.
Solo 53, di tanti al tempo di Innocenti?
Innocenti Sant'Eustachio nel 1973 è passata a Italimpianti. I padroni non me li ricordo tutti, ma Italimpianti è passata ai tedeschi della Demag, da questi al gruppo Manzoni, finito in seguito in amministrazione straordinaria. E poi Genta. Era un'unica grande fabbrica, l'Innocenti. Nel '73 si scinde dall'auto e diventa Innocenti Sant'Eustachio; e di là rimangono le auto. Noi passiamo sotto l'Italimpianti, l'Iri in una parola.
Quanti eravate alla scissione?
Duemila, nel '73. Poi di tre in tre anni, casse integrazione in serie, con prepensionamenti. La gente che andava a casa era contenta, però così ci tagliavamo un pezzo alla volta. Ci sono stati dei prepensionamenti anche di dieci anni. Si pagavano i contributi e dopo dieci anni si andava in pensione. A scanso di equivoci era un lavoro vero, fino al 17 settembre del 2008, lavoro vero. Turbìne enormi...carri traversi di quattordici metri di lunghezza... e parliamo di tollerabilità di centimetri sulla linea traversa...
Avete ancora tecnici?
Come no! Come no! Nel gruppo che resiste ci sono tutti. Potremmo riprendere la produzione domani. Commesse ne abbiamo. Il vecchio direttore di produzione, attivo fino a pochi mesi fa, diceva che avevamo davanti 3 anni e mezzo di commesse. A volerlo fare. Le nostre sono lavorazioni meccaniche di grandi dimensioni; e il mercato per l'energia è in gran tiro.
Come ve lo spiegate questo attacco?
Il proprietario di tutta l'area si chiama Aedes, un'immobiliare in cattive acque. Se non viene ricapitalizzata rischia il fallimento. Non siamo proprio al centro, ma dentro questa area. Ci sono altri capannoni, abbandonati. Cosa vogliano farne non è chiaro. Nel piano regolatore del '98, vigente perché non è stato ancora modificato, si dice espressamente che finché c'è Innse, questa è area industriale. Il nostro capannone è di 25.000 metri quadri. Tutta l'area trecentomila, almeno. Si racconta che quando l'lnnse finì in un guaio perché si sbagliarono delle presse per Cassino - parliamo dell'89, non di ora - per colmare il buco di bilancio, la proprietà di allora decise di vendere il terreno, rimanendo in affitto. Poi l'amministrazione straordinaria e Genta che due anni fa, con la legge Prodi, compra il macchinario. Qui entra in scena l'immobiliare Aedes che dice: di lì ve ne dovete andare. E' chiaro che l'affare di Genta si unifica all'affare di Aedes e fanno un solo blocco contro di noi. In ogni caso dal 31 maggio al 17 settembre abbiamo lavorato, senza la copertura, visto che per Genta dovevamo chiudere l'attività. Noi abbiamo proseguito a lavorare fino a settembre.
E a chi avete venduto?
Venduto niente. Abbiamo lavorato. Abbiamo prodotto per 160 mila euro, occupandoci un po' di tutto, non solo della produzione. Compratori ce ne sono, per esempio Ormis. Il 31 maggio Genta dichiara cessata l'attività. Noi però continuiamo a lavorare perché abbiamo commesse di Ormis e di altri. Continuiamo a lavorare, finché in giugno Ormis si fa avanti e dice: «io sono interessato a comprare anche lo stabilimento». Ma fanno di tutto per farlo scappare: rovina i piani di Aedes e di Genta. Ormis vuoi comprare per proseguire l'attività, Genta vuol cessare il capannone per vendersi le macchine, Aedes vuole il capannone libero per fare la speculazione edilizia.
Per Aedes è meglio senza voi tra i piedi.
Nel '98 venne inserita la clausola dell'area industriale Innse. Il piano della zona prevedeva due fasi: fase uno e fase due. In mezzo la tangenziale. Di là si è fatta la fase uno e come puoi vedere sono palazzi orribili. Ci sono comitati di inquilini arrabbiati come belve. Qui poteva cominciare a costruire a condizione di accettare il piano regolatore con dentro il vincolo di Innse. Per cui gli affari di Aedes sull'area li ha già fatti, e ha accettato il vincolo; altrimenti l'accordo non sarebbe passato in consiglio comunale. Aedes nel '98 ha accettato il vincolo perché in cambio le si dava mano libera per costruire dall'altra parte della tangenziale, verso Milano. La fase uno oltre tutto non è ancora completata: di là sono rimasti dei vuoti dove non hanno costruito niente. E' chiaro che in un'area così hai un tot di spazio industriale, un tot di parchi. L'Innse ci può stare benissimo. La nostra offerta è ragionevole.
Avete fatto un'offerta?
Possiamo concentrare tutto nell'area dell'officina; tutto lo spazio che c'è intorno all'officina potrebbe tornare all'Aedes. Abbiamo anche proposto di ridimensionare il capannone. Siamo stati molto ragionevoli. Possiamo fare a meno di un'area che è tre volte l'officina, perché siamo ormai in 50, anche se Ormis dice che porterebbe a 150 il numero degli addetti. L'altro problema era il trasferimento. Ci dicevano: siete disposti a trasferirvi? Solo che c'è una gru da duecento tonnellate, c'è un tornio da 14 metri di diametro: spostarli 100 metri più in là non è una stupidata. Il trasferimento era una trovata per demolire l'Innse. Perciò noi ci siamo opposti. Si tratta di macchine che se non fanno due o tre anni di stabilizzazione non lavorano più al centesimo. Per cui la nostra proposta più seria era: portiamo tutti i servizi dentro e ragioniamo sul nostro capannone da 25 mila metri quadri. Ma spostarci, anche di 100 metri, no. Ci sono macchinari di grandi dimensioni: facevamo presse e anche macchine utensili. Non si distrugge una produzione industriale importante; neanche ce ne fossero, da buttare.
Mi potete indicare vostri lavori?
Bagnoli, Taranto, abbiamo fatto un impianto all'Orinoco, siderurgia in Cina, in America...La colata continua di Taranto, il laminatoio a freddo di Bagnoli sono nostri. I nostri tecnici hanno smontato Bagnoli per rimontarlo in Cina. I giunti di congiunzione del ponte di Danimarca, il ponte più lungo, li abbiamo fatti qui. Se si deve fare il ponte di Messina...eccoci... Ma era una battuta... Anche sull'acceleratore del Cern di Ginevra abbiamo messo le mani. L'Expo milanese del 2015 ci darebbe molto da lavorare...Come si entra in contatto con voi?Si entra. Siamo sempre aperti, facciamo tre turni, rispettando l'orario di lavoro che avevamo. Io faccio il turno normale, 8-17, ma il ciclo è continuo; ora siccome qui è sempre aperto e le notizie intorno a Innse girano, arrivano in molti qui con dei contributi e cibo e noi raccogliamo... Poi abbiamo iniziato a produrre ricordi, come spille, magliette...la solidarietà si è sviluppata spontaneamente. A mezzogiorno e alla sera organizziamo i pasti, il sindacato ci appoggia, soprattutto la Fiom Cgil ci viene dietro. E' venuto Rinaldini, è venuto Cremaschi, oggi c'era qui Durante...
Quando la polizia ha attaccato...
Il 27 settembre è il primo intervento della polizia. Poi ne fanno altri perché inizia un braccio di ferro tra noi e Genta. Lui che vuole prendere il macchinario e noi che vogliamo difenderlo, visto che nella Innse è l'unica cosa importante, oltre a noi lavoratori, naturalmente. Abbiamo fatto anche accordi con Genta, per separare il materiale finito e il macchinario: c'è differenza tra i mezzi di produzione e le merci lavorate. Per un periodo ha accettato di prendere le merci e lasciare le macchine. Poi ha rotto questo patto. «Io vengo dentro quando voglio e porto via quello che voglio», ha detto. A quel punto abbiamo risposto: allora no, non vendi più niente. Qui c'è stato il braccio di ferro più forte. La polizia, alle quattro e mezza del mattino - avevamo cominciato il presidio a mezzanotte - ha cominciato a far girare intorno le macchine, un'ora dopo è arrivato Genta, hanno bloccato tutte le strade della zona e l'hanno accompagnato dentro. Lo hanno fatto passare da un cantiere, non da una strada; alle cinque e mezza è entrato in fabbrica, con due camion. E' chiaro che la tensione era alta, perché se sei fuori e vedi il padrone che va dentro per spostare il macchinario cui hai affidato tutte le prospettive di rilancio... E' nato un patatrac e ci sono stati gli scontri. E' stato la settimana scorsa, martedì 10. Ne hanno parlato tutti i giornali. Anche voi ne avete parlato, anche se avete fatto un titolo piccolissimo. Ma già che voi siete abituati ai titoli così.
Questa volta ne faremo uno grande.
Niente. Abbiamo ottenuto, con gli scontri, una mediazione della polizia, per cui due di noi, uno della Fiom e un funzionario, hanno preso parte al sopraluogo. Erano presenti duecento poliziotti e carabinieri, di fronte a duecento manifestanti. Si sono fatti anche male: uno di noi ha preso una bastonata sulla testa e ha ancora il segno; un altro operaio ha preso uno scudo sulla faccia. Tutto perché Genta potesse entrare dentro con due camioncini a prendersi un carico di legname, il basamento di una macchina, un rottame, e un quadro elettrico. Ha utilizzato la forza pubblica contro gli operai per un materiale da poco e per un motivo ideologico. Quelli che criticano il nostro atteggiamento ideologico, a ben vedere ce l'hanno peggio di noi. Poi alle dieci e mezza Genta se ne è andato. Ci siamo fatti male per niente.
dal Manifesto del 3 marzo 2009
giovedì 5 marzo 2009
Deriva italiana
di Alberto Asor Rosa
In controtendenza rispetto a una (apparente) inarrestabile deriva negativa, cercherò di riassumere quali siano per me i punti decisivi della situazione italiana: Berlusconi, il suo disegno e la sua forza. Qualche mese fa mi azzardavo a definirli diversi ma peggiori del fascismo, apriti cielo. Oggi i più autorevoli commentatori parlano disinvoltamente di una precisa caratterizzazione populistico-autoritaria. Ma dov'è la differenza? Nessuno dei regimi fascistici del Novecento in Europa fu mai contraddistinto dai caratteri di un puro putsc militare o poliziesco. Al contrario: essi furono, in modi diversi, esperimenti fortemente autoritari ma anche fortemente populistici; arrivati il più delle volte al potere in seguito a regolari elezioni; accompagnati a lungo da un vasto consenso di massa. L'unico regime rivoluzionario arrivato al potere con un atto di rottura violenta delle istituzioni legittime costituite fu quello bolscevico: ma è lecito assai dubitare che, per una lunghissima fase, quel regime non avesse conseguito il medesimo consenso di massa caratteristico dei suoi più accaniti avversari.Dobbiamo perciò acconciarci ad arrivare a una rapida conclusione, che forse dispiacerà a molti dei miei lettori: quel che contraddistingue un sistema democratico degno di questo nome non è in sé e per sé il consenso popolare, neanche quando conseguito con strumenti (formalmente) democratici (le elezioni), ma il rispetto (anche formale, formalissimo) delle regole. Torniamo alla liberaldemocrazia classica? Risposta: perché no, se i tempi sono di estrema emergenza? Il fatto che in un processo possa essere condannato il corrotto e non il corruttore in base ad una legge dello Stato regolarmente approvata; la barbarica esibizione di spiriti primitivi e di perverse persecuzioni nel coso del caso Englaro; la legittima «messa in campo» per le strade delle nostre città di drappelli di sedicenti difensori dell'ordine pubblico, mentre le vere «forze dell'ordine» vengono depotenziate ed emarginate; le spinte risolutamente avverse all'unità e identità nazionali in nome di una parola d'ordine, in sé nobile ma paurosamente degradata, come «federalismo»; il tentativo in corso nel nostro Parlamento di tagliare non solo le unghie ma anche le braccia e le gambe alla magistratura allo scopo di realizzare una perfetta «confusione dei poteri»; l'ostentato esibito, ampiamente praticato ricorso alla decretazione d'urgenza, anche quando d'urgente non c'è nulla, a scapito delle prerogative parlamentari; la costante destabilizzazione dei rapporti fra le istituzioni (vulgo: attacchi indecenti alla Presidenza della Repubblica); la ricerca, quanto mai evidente, di concentrare nel Capo il maggior numero di poteri possibili; tutto ciò, e molto altro, rappresenta con enorme chiarezza la scalata, talvolta provocatoria e nevrotica, più spesso paziente e tenace, verso una diversa forma dello Stato, dove le procedure elettorali, della cui esplicita cancellazione ci sarà sempre meno bisogno, avranno una valenza solo immaginaria. Davanti agli occhi il nostro Presidente del Consiglio ha il modello Putin, come non avvedersene? (questo potrebbe anche voler dire che la cosiddetta «anomalia italiana» sta dentro una più generale crisi del «modello democratico», - Obama contraddicente?, - e questo è vero, ma non c' è spazio per argomentarlo).Consenso di massa, dicevamo, intorno alla scalata antidemocratica di Silvio Berlusconi: come mai? Intanto: Berlusconi, come tutti i leader dei movimenti populistico-autoritari (i.e. Fascisti) del Novecento, è l'unico homo novus nel panorama politico circostante: rappresenta per lui un vantaggio non da poco raffigurare plasticamente l'alternativa a un imbrogliato, querimonioso, incerto, fatiscente sistema liberaldemocratico (fu la stessa cosa per Mussolini, per Hitler, persino per i comunisti bolscevichi). Poi, promette, promette molto: in tempi di crisi, se non c'è un progetto chiaro a contrastarlo, l'illusionismo di un abile prestigiatore appare più seduttivo di qualsiasi piatto e grigio discorso di buonsenso. In terzo luogo: solletica i peggiori istinti delle masse, che ne hanno, o se ne hanno, li fa propri, fa vedere loro che lui è come loro. Da questo punto di vista non c'è da farsi molte illusioni: in Sardegna ha vinto anche perché ha promesso che si sarebbero fatti villaggi turistici in ogni punto della costa, e in Toscana, nella democraticissima Toscana , accadrebbe lo stesso, se a contendersi fossero due partiti, uno dei quali promettesse il rigoroso rispetto della linea delle dolci colline paesane e un altro di costruirci sopra «villettopoli» dappertutto. Infine: la risposta dei suoi avversari fa pena. Infatti: c'è un'opposizione in Italia? Risponderò con un'altra domanda: chi è in grado di dirmi cosa sia il Pd? E' un partito di centro che guarda a sinistra o un partito di sinistra che guarda al centro? O un partito di centro che guarda al centro? E' un partito laico o un partito confessionale? O cos'altro? Fa opposizione o consociazione? Le ultime vicende, - la caduta di Veltroni e la sua sostituzione con Franceschini, ecc. ecc., - sulle quali si è soffermata Rossanda con considerazioni alle quali non ho da aggiungere nulla, complicano il quadro, non lo chiariscono. Faccio solo questa aggiunta istruttoria: nel calderone creato dall'ircocervo si è inabissato, con un'assolutezza totalizzante che incute spavento, qualsiasi residuo di tradizione comunista italiana. Non ne è rimasto nulla, tutto è stato liquidato dai suoi stessi eredi anagraficamente più accreditati: i vincoli profondi con il mondo del lavoro; la presenza capillare e di massa; il «costituzionalismo» senza remore; il riformismo limitato ma serio. Al posto di tutto questo, nessuno sforzo culturale nuovo; una sorta di idiosincrasia per qualsiasi ragionamento culturale fondativo; la pratica istituzionalizzata del giorno per giorno (che lascia spazio a cose perfino vergognose: come la rinnovata spartizione, d'intesa con il berlusconismo, del Consiglio di Amministrazione della Rai).Ma «a sinistra» la situazione è ancora peggiore. Divisioni, personalismi, lotte di apparati (tanto più rissosi quanto più microscopici). Cose ormai inveterate, mi fa pena persino tornarci su. Appena succede qualcosa di nuovo, come ad esempio la proposta di una Costituzione di sinistra, scopri (come accade in Toscana) che è per dare uno sgabelletto di sinistra al Pd, il quale nel frattempo si è spostato ancora più a destra (candidatura di Renzi a sindaco di Firenze). Di nuovo c'è anche che alcuni dei dirigenti che stanno fra i massimi responsabili della catastrofe in atto della sinistra, dopo una breve pausa di ristoro, hanno ricominciato ad andare in giro per l'Italia a spiegare cosa deve fare una sinistra per essere veramente di sinistra. Penoso. E allora? Beh, non devo mica essere io a dare risposte alla catastrofe. Solo qualche considerazione conclusiva, che deduco strettamente da quelle precedenti. Se non ci si vuole adeguare alla prospettiva che il risentimento presente in una parte consistente dell'opinione pubblica italiana si orienti verso soluzioni (specularmente) demagogico-populistiche, utili come reazione nell'immediato, ma che non portano da nessuna parte, bisognerebbe ripartire da alcune riflessioni molto elementari: 1) l'opposizione al berlusconismo è globale: non comporta né accomodamenti né arretramenti né trattative. Con Berlusconi nessun discorso è possibile: è illusorio e autolesionistico cercare di correggerlo in un modo qualsiasi in corso d'opera; 2) quel che manca, incredibilmente e inverosimilmente, in Italia - da questo punto di vista unico paese al mondo -, è un partito di sinistra. Voglio esser chiaro: non un partito della sinistra radicale: ma tout court, un partito di sinistra che interpreti le moderne esigenze di solidarietà sociale, apertura multiculturale, rispetto delle regole, separazione dei poteri, Stato di diritto, laicità e indipendenza culturale, libertà e democrazia, che potrebbero fare da base a un intransigente opposizione antiberlusconiana; 3) chi se ne frega, insomma, della stantia diatriba fra veterocomunismo e pseudoriformismo, se poi non c'è chi sia in grado di mettere in piedi un programma di governo accettabile e praticabile? Mancano un progetto, una linea, una qualsiasi forma (anche minimale) di orientamento strategico, dieci punti, un decalogo elementare, comprensibile e accettabile (tanto dobbiamo fare un semplice partito di sinistra, mica la rivoluzione socialista), in grado di spiegare alla gente chi siamo e dove andiamo; 4) è diffusa una scontentezza, un'insopportazione di massa per le diatribe vane, le astuzie, le furbizie, le manovrette di autosalvataggio degli apparati di sinistra. Gli «uomini nuovi», ahimé, non si creano a comando, neanche con le «primarie» (Renzi docet): vano farne ricerca se da soli non si presentano alla ribalta. Ma la rottura della catastrofica continuità degli apparati, la quale consente e alla fine addirittura persegue la disastrosa liquidazione delle tradizioni e dei valori migliori, costituisce anch'essa un fattore ineliminabile di questo passaggio. Per riallacciarsi alla componente più feconda del nostro passato ci vorranno uomini che vengono dal nostro futuro. Quando? Quando ci saranno.Finché questo non accadrà, non ci resterà che sperare nella forza di resistenza del Presidente della Repubblica (il quale non è mica Dio, fa quel che può). Nella magistratura (fin quando non le saranno tagliate le gambe e le braccia). Nella Corte Costituzionale (da cui ci aspettiamo molto nei prossimi mesi). E nell'Arma dei Carabinieri («Nei secoli fedele». Alla Repubblica, s'intende).
dal Manifesto del 26 febbraio 2009
In controtendenza rispetto a una (apparente) inarrestabile deriva negativa, cercherò di riassumere quali siano per me i punti decisivi della situazione italiana: Berlusconi, il suo disegno e la sua forza. Qualche mese fa mi azzardavo a definirli diversi ma peggiori del fascismo, apriti cielo. Oggi i più autorevoli commentatori parlano disinvoltamente di una precisa caratterizzazione populistico-autoritaria. Ma dov'è la differenza? Nessuno dei regimi fascistici del Novecento in Europa fu mai contraddistinto dai caratteri di un puro putsc militare o poliziesco. Al contrario: essi furono, in modi diversi, esperimenti fortemente autoritari ma anche fortemente populistici; arrivati il più delle volte al potere in seguito a regolari elezioni; accompagnati a lungo da un vasto consenso di massa. L'unico regime rivoluzionario arrivato al potere con un atto di rottura violenta delle istituzioni legittime costituite fu quello bolscevico: ma è lecito assai dubitare che, per una lunghissima fase, quel regime non avesse conseguito il medesimo consenso di massa caratteristico dei suoi più accaniti avversari.Dobbiamo perciò acconciarci ad arrivare a una rapida conclusione, che forse dispiacerà a molti dei miei lettori: quel che contraddistingue un sistema democratico degno di questo nome non è in sé e per sé il consenso popolare, neanche quando conseguito con strumenti (formalmente) democratici (le elezioni), ma il rispetto (anche formale, formalissimo) delle regole. Torniamo alla liberaldemocrazia classica? Risposta: perché no, se i tempi sono di estrema emergenza? Il fatto che in un processo possa essere condannato il corrotto e non il corruttore in base ad una legge dello Stato regolarmente approvata; la barbarica esibizione di spiriti primitivi e di perverse persecuzioni nel coso del caso Englaro; la legittima «messa in campo» per le strade delle nostre città di drappelli di sedicenti difensori dell'ordine pubblico, mentre le vere «forze dell'ordine» vengono depotenziate ed emarginate; le spinte risolutamente avverse all'unità e identità nazionali in nome di una parola d'ordine, in sé nobile ma paurosamente degradata, come «federalismo»; il tentativo in corso nel nostro Parlamento di tagliare non solo le unghie ma anche le braccia e le gambe alla magistratura allo scopo di realizzare una perfetta «confusione dei poteri»; l'ostentato esibito, ampiamente praticato ricorso alla decretazione d'urgenza, anche quando d'urgente non c'è nulla, a scapito delle prerogative parlamentari; la costante destabilizzazione dei rapporti fra le istituzioni (vulgo: attacchi indecenti alla Presidenza della Repubblica); la ricerca, quanto mai evidente, di concentrare nel Capo il maggior numero di poteri possibili; tutto ciò, e molto altro, rappresenta con enorme chiarezza la scalata, talvolta provocatoria e nevrotica, più spesso paziente e tenace, verso una diversa forma dello Stato, dove le procedure elettorali, della cui esplicita cancellazione ci sarà sempre meno bisogno, avranno una valenza solo immaginaria. Davanti agli occhi il nostro Presidente del Consiglio ha il modello Putin, come non avvedersene? (questo potrebbe anche voler dire che la cosiddetta «anomalia italiana» sta dentro una più generale crisi del «modello democratico», - Obama contraddicente?, - e questo è vero, ma non c' è spazio per argomentarlo).Consenso di massa, dicevamo, intorno alla scalata antidemocratica di Silvio Berlusconi: come mai? Intanto: Berlusconi, come tutti i leader dei movimenti populistico-autoritari (i.e. Fascisti) del Novecento, è l'unico homo novus nel panorama politico circostante: rappresenta per lui un vantaggio non da poco raffigurare plasticamente l'alternativa a un imbrogliato, querimonioso, incerto, fatiscente sistema liberaldemocratico (fu la stessa cosa per Mussolini, per Hitler, persino per i comunisti bolscevichi). Poi, promette, promette molto: in tempi di crisi, se non c'è un progetto chiaro a contrastarlo, l'illusionismo di un abile prestigiatore appare più seduttivo di qualsiasi piatto e grigio discorso di buonsenso. In terzo luogo: solletica i peggiori istinti delle masse, che ne hanno, o se ne hanno, li fa propri, fa vedere loro che lui è come loro. Da questo punto di vista non c'è da farsi molte illusioni: in Sardegna ha vinto anche perché ha promesso che si sarebbero fatti villaggi turistici in ogni punto della costa, e in Toscana, nella democraticissima Toscana , accadrebbe lo stesso, se a contendersi fossero due partiti, uno dei quali promettesse il rigoroso rispetto della linea delle dolci colline paesane e un altro di costruirci sopra «villettopoli» dappertutto. Infine: la risposta dei suoi avversari fa pena. Infatti: c'è un'opposizione in Italia? Risponderò con un'altra domanda: chi è in grado di dirmi cosa sia il Pd? E' un partito di centro che guarda a sinistra o un partito di sinistra che guarda al centro? O un partito di centro che guarda al centro? E' un partito laico o un partito confessionale? O cos'altro? Fa opposizione o consociazione? Le ultime vicende, - la caduta di Veltroni e la sua sostituzione con Franceschini, ecc. ecc., - sulle quali si è soffermata Rossanda con considerazioni alle quali non ho da aggiungere nulla, complicano il quadro, non lo chiariscono. Faccio solo questa aggiunta istruttoria: nel calderone creato dall'ircocervo si è inabissato, con un'assolutezza totalizzante che incute spavento, qualsiasi residuo di tradizione comunista italiana. Non ne è rimasto nulla, tutto è stato liquidato dai suoi stessi eredi anagraficamente più accreditati: i vincoli profondi con il mondo del lavoro; la presenza capillare e di massa; il «costituzionalismo» senza remore; il riformismo limitato ma serio. Al posto di tutto questo, nessuno sforzo culturale nuovo; una sorta di idiosincrasia per qualsiasi ragionamento culturale fondativo; la pratica istituzionalizzata del giorno per giorno (che lascia spazio a cose perfino vergognose: come la rinnovata spartizione, d'intesa con il berlusconismo, del Consiglio di Amministrazione della Rai).Ma «a sinistra» la situazione è ancora peggiore. Divisioni, personalismi, lotte di apparati (tanto più rissosi quanto più microscopici). Cose ormai inveterate, mi fa pena persino tornarci su. Appena succede qualcosa di nuovo, come ad esempio la proposta di una Costituzione di sinistra, scopri (come accade in Toscana) che è per dare uno sgabelletto di sinistra al Pd, il quale nel frattempo si è spostato ancora più a destra (candidatura di Renzi a sindaco di Firenze). Di nuovo c'è anche che alcuni dei dirigenti che stanno fra i massimi responsabili della catastrofe in atto della sinistra, dopo una breve pausa di ristoro, hanno ricominciato ad andare in giro per l'Italia a spiegare cosa deve fare una sinistra per essere veramente di sinistra. Penoso. E allora? Beh, non devo mica essere io a dare risposte alla catastrofe. Solo qualche considerazione conclusiva, che deduco strettamente da quelle precedenti. Se non ci si vuole adeguare alla prospettiva che il risentimento presente in una parte consistente dell'opinione pubblica italiana si orienti verso soluzioni (specularmente) demagogico-populistiche, utili come reazione nell'immediato, ma che non portano da nessuna parte, bisognerebbe ripartire da alcune riflessioni molto elementari: 1) l'opposizione al berlusconismo è globale: non comporta né accomodamenti né arretramenti né trattative. Con Berlusconi nessun discorso è possibile: è illusorio e autolesionistico cercare di correggerlo in un modo qualsiasi in corso d'opera; 2) quel che manca, incredibilmente e inverosimilmente, in Italia - da questo punto di vista unico paese al mondo -, è un partito di sinistra. Voglio esser chiaro: non un partito della sinistra radicale: ma tout court, un partito di sinistra che interpreti le moderne esigenze di solidarietà sociale, apertura multiculturale, rispetto delle regole, separazione dei poteri, Stato di diritto, laicità e indipendenza culturale, libertà e democrazia, che potrebbero fare da base a un intransigente opposizione antiberlusconiana; 3) chi se ne frega, insomma, della stantia diatriba fra veterocomunismo e pseudoriformismo, se poi non c'è chi sia in grado di mettere in piedi un programma di governo accettabile e praticabile? Mancano un progetto, una linea, una qualsiasi forma (anche minimale) di orientamento strategico, dieci punti, un decalogo elementare, comprensibile e accettabile (tanto dobbiamo fare un semplice partito di sinistra, mica la rivoluzione socialista), in grado di spiegare alla gente chi siamo e dove andiamo; 4) è diffusa una scontentezza, un'insopportazione di massa per le diatribe vane, le astuzie, le furbizie, le manovrette di autosalvataggio degli apparati di sinistra. Gli «uomini nuovi», ahimé, non si creano a comando, neanche con le «primarie» (Renzi docet): vano farne ricerca se da soli non si presentano alla ribalta. Ma la rottura della catastrofica continuità degli apparati, la quale consente e alla fine addirittura persegue la disastrosa liquidazione delle tradizioni e dei valori migliori, costituisce anch'essa un fattore ineliminabile di questo passaggio. Per riallacciarsi alla componente più feconda del nostro passato ci vorranno uomini che vengono dal nostro futuro. Quando? Quando ci saranno.Finché questo non accadrà, non ci resterà che sperare nella forza di resistenza del Presidente della Repubblica (il quale non è mica Dio, fa quel che può). Nella magistratura (fin quando non le saranno tagliate le gambe e le braccia). Nella Corte Costituzionale (da cui ci aspettiamo molto nei prossimi mesi). E nell'Arma dei Carabinieri («Nei secoli fedele». Alla Repubblica, s'intende).
dal Manifesto del 26 febbraio 2009
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