"... Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: "non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre.
Il viaggiatore ritorna subito."
da "Viaggio in Portogallo" di Josè Saramago
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lunedì 29 marzo 2010
domenica 28 marzo 2010
Chi ha paura di Émile Zola
dal sito http://www.nazioneindiana.com/
Bufale dei Pirenei
di Pierluigi Pellini
Sul «Corriere della sera» di martedì 23 febbraio 2010, un articolo di Vittorio Messori (Da Zola a internet l’eterno duello su Lourdes), ricollegandosi al dibattito sul film di Jessica Hausner (Lourdes) e sulla recentissima traduzione di un taccuino di Émile Zola (Viaggio a Lourdes, Medusa edizioni, 2010), si scaglia contro le «vecchie leggende» laiciste che negano le apparizioni; depreca la proliferazione di «pareri opposti», «tanto più appassionati quanto più disinformati»; e poi porta, a favore della realtà dei miracoli, argomenti che lasciano esterrefatto chiunque abbia un minimo di conoscenze sull’autore dei Rougon-Macquart.
Racconta Messori che, nel 1892, Zola «s’imbarcò sul treno dei malati del Pellegrinaggio Nazionale»; sul marciapiede di una non meglio precisata «stazione di Parigi», lo scrittore naturalista avrebbe osservato una «tisica all’ultimo stadio», Marie Lebranchu. Sempre secondo Messori, «le testimonianze sono unanimi»: Zola avrebbe promesso di convertirsi al culto mariano nel caso in cui le acque di Lourdes avessero guarito Marie; più tardi, di fronte al puntuale avverarsi del miracolo, avrebbe ignorato la promessa, cercando addirittura di corrompere la donna: sarebbe andato a casa di Marie chiedendole di tacere e emigrare in Belgio, in cambio di lauto compenso; «in quel momento», continua Messori, «tornò il marito, solido operaio, che buttò il romanziere giù per le scale».
È vero che nell’estate del 1892, durante un viaggio nel sud della Francia con la moglie Alexandrine, Zola si fermò una dozzina di giorni a Lourdes, in concomitanza con il Pellegrinaggio Nazionale, per prendere appunti in vista di un romanzo dedicato alla città di Bernadette. E tuttavia Zola e signora si guardarono bene dal viaggiare su un treno di pellegrini: la sera del 18 agosto, alla gare d’Orléans (l’attuale gare d’Austerlitz), salirono a bordo di un confortevole sleeping car del «Pyrénées-Express». Messori attribuisce allo scrittore le vicende (immaginarie) di Pierre Froment, il protagonista del romanzo Lourdes (1894): confondendo con superficialità disarmante vita e invenzione romanzesca. E condisce l’aneddoto riesumando senza alcun vaglio critico le calunnie mirabolanti diffuse da personaggi ambigui e interessati come il dottor Boissarie (il medico incaricato, a Lourdes, di constatare le guarigioni miracolose) e padre Lasserre (il primo biografo di Bernadette), e riprese con strepito dalla stampa clericale dell’epoca.
Delle «unanimi» testimonianze invocate da Messori non c’è traccia nei documenti d’archivio e nei libri di studiosi seri dedicati all’argomento: nell’ottima edizione del romanzo curata da Jacques Noiray per «Folio» nel 1995, nella monumentale biografia (Zola, tremila pagine in tre volumi, a tratti prolisse ma impeccabilmente documentate) pubblicata da Henri Mitterand per Fayard fra il 1999 e il 2002, nel bel libro dell’antropologa Clara Gallini (Il miracolo e la sua prova. Un etnologo a Lourdes, Liguori, 1998). Né poteva esserci: trattandosi di pure e semplici invenzioni. Messori le copia da un libro pubblicato in Francia nel 1957 e tradotto da Mondadori l’anno successivo, "Cento anni di miracoli a Lourdes" di Michel Agnellet: un volume apologetico, privo di qualsiasi attendibilità storico-filologica. Del resto, della favola di Zola corruttore nella soffitta di Marie Lebranchu si era già appropriato nel suo "Ipotesi su Maria" (Edizioni Ares, 2005), da dove la riprende un altro giornalista digiuno di metodo storico, Antonio Socci, in un pezzo intitolato La Madonna sconvolge gli intellettuali, su "Libero" del 19 febbraio scorso.
Fa specie che a più di mezzo secolo di distanza si prendano per buone le mistificazioni di Agnellet su un giornale serio come il "Corriere" (non stupisce invece «Libero»); e che a Messori sia permesso di scrivere grossolane sciocchezze su Zola (e su Renan), senza che a uno studioso dello scrittore sia concesso il diritto di replica. Con le credenziali di chi ha curato l’edizione italiana dei Romanzi zoliani, per i «Meridiani» Mondadori (il primo volume è in uscita a fine mese), ho inviato al Direttore del «Corriere», Ferruccio De Bortoli, una richiesta di rettifica: ignorata, in barba alle consuetudini e alla deontologia giornalistica. È triste che un pasdaran cattolico possa impunemente diffamare «un momento della coscienza umana» (così Anatole France definì Zola, nel suo celeberrimo elogio funebre). Ma è ancora più squallido – anche, anzi soprattutto, agli occhi di un credente, direi – il tentativo maldestro di ‘provare’ il miracolo, su un quotidiano laico e colto, ricorrendo a storielle che avrebbero potuto far breccia, tutt’al più, fra il pubblico di un oratorio degli anni Cinquanta. Si sa: se i comunisti mangiano i bambini, anche i positivisti hanno buon appetito.
Messori non è nuovo a simili scivoloni. In passato, nella sua smania di accreditare il Mistero (con la maiuscola, e quale che sia), è riuscito a sostenere, sempre sul laico «Corriere», il 24 febbraio 2003, che gli astrologi hanno previsto con secoli di anticipo la Rivoluzione francese, osservando che nel 1789 si sarebbero verificate numerose, temibili congiunzioni di Giove con Saturno. (Che la posizione della Chiesa in materia di astrologia sia complessa, è noto; però viene quasi voglia di rimpiangere i tempi di Urbano VIII, quando Messori qualche problemino con l’Inquisizione probabilmente ce l’avrebbe avuto). A parte l’assurdità in sé del presunto nesso causale, si dà il caso che nel 1789 Saturno non entrò mai in congiunzione con Giove.In un’altra occasione, sul «Corriere» del 13 agosto 2003, è la realtà delle visioni di Bernadette a ispirare al Nostro un’appassionata difesa. C’è una lettera del 28 dicembre 1857 in cui il procuratore generale di Pau mette in guardia il procuratore di Lourdes da «manifestazioni simulanti un carattere soprannaturale, miracoloso». Poche settimane più tardi, hanno inizio le apparizioni: forte il sospetto che si tratti di un’abile truffa, da tempo programmata, ai danni della credulità popolare. La storiografia apologetica contesta l’autenticità della lettera. In particolare, un ‘esperto’ di apparizioni mariane come don René Laurentin crede di dimostrare il falso sostenendo che il 28 dicembre di quell’anno era domenica: gli uffici giudiziari erano chiusi, il procuratore generale non poteva essere in servizio e scrivere al collega. E Messori, come sempre senza controllare, segue Laurentin: sullo smascheramento del presunto falso imbastisce un intero articolo. Peccato che il 28 dicembre del 1857 fosse lunedì.
Di entrambi questi incidenti si è accorto a suo tempo l’astronomo Corrado Lamberti: non ottenendo dal «Corriere» diritto di replica – in nome di quali interessi, di quali protezioni, Via Solferino copre pervicacemente le ripetute bufale del suo opinionista? –, li ha denunciati sui numeri 49 (maggio-giugno 2003) e 54 (marzo-aprile 2004) di «Scienza & Paranormale», la rivista del “Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale” (gli articoli di Lamberti si possono leggere anche in rete, sul sito del Cicap).Oggi Messori è recidivo, con l’aggravante della diffamazione nei confronti di uno dei maggiori scrittori e intellettuali di ogni tempo. Zola non ha mai viaggiato su un treno di pellegrini, non ha mai visto Marie Lebranchu prima della presunta guarigione miracolosa, tantomeno è andato in casa sua con l’intenzione di comprarne il silenzio. A Lourdes, dove ha constatato l’assenza di ogni serio controllo scientifico sulle presunte guarigioni, il romanziere naturalista ha suggerito di sottoporre i malati a visita medica accurata (con anamnesi, vaglio delle cartelle cliniche e fotografia delle piaghe evidenti) prima dell’immersione nelle piscine – il dottor Boissarie si limitava a constatare lo stato di salute dei pellegrini dopo le abluzioni, dando credito, per il pregresso, a certificati medici di dubbia attendibilità.
Tutto ciò è evidente già a chi legga – per citare solo, fra le tante possibili, una testimonianza ora di facile accessibilità per il pubblico italiano – i manoscritti privati del Viaggio a Lourdes; anche se la traduzione delle edizioni Medusa, opera di Mario Porro, lascia molto a desiderare. (Per dirne una: come si fa, in un contesto che non ha nulla di arcaizzante, a tradurre règles con “regole”, quando significa correntemente “mestruazioni”? Zola nota con un disgusto, questo sì molto ottocentesco, che nelle piscine di Lourdes le donne vengono immerse anche avec leurs règles). Ma il taccuino di viaggio, anche nella sua non impeccabile veste italiana, è ugualmente straordinario: come altri appunti preparatori di Zola, costituisce un ricco e rigoroso reportage etnografico avant la lettre; e bene hanno fatto le piccole e vivaci edizioni Medusa a proporlo per la prima volta al pubblico italiano. Anche se poi è curioso che vadano nelle nostre librerie gli scartafacci (sia pure d’eccezione) e non il romanzo: a Antonio Socci, che non avendo letto né gli uni né l’altro confonde i due libri (il romanzo sarebbe «stato ristampato in Italia anche di recente»), sarà bene ricordare che di qua dalle Alpi l’ultima edizione di Lourdes (il romanzo) è quella stampata a Torino da Roux e Viarengo nel 1903. (Da oltre un secolo – stesso editore, 1904 – è assente dalle librerie italiane anche il secondo volume della trilogia delle Trois villes, Rome: un romanzo che nella trama concede troppo agli stereotipi del melodramma, ma è pur sempre la descrizione letteraria più ampia e più acuta della società romana di fine Ottocento. Stupefacente che in Italia pochissimi ne conoscano l’esistenza: come se vigesse ancora l’anatema del Vaticano, che a suo tempo lo mise all’Indice).Se Messori e Socci avessero letto Lourdes, saprebbero che nei confronti della fede degli umili, delle sofferenze dei malati, delle speranze dei familiari, Zola manifesta compassione e emozione, mai disprezzo. Condanna, invece, l’affarismo dei mercanti nel tempio, dei frati spregiudicati e accaparratori che gestiscono l’industria del miracolo. Per chi ha a cuore la dignità del sentimento religioso popolare, lo Zola degli anni Novanta dell’Ottocento è un bersaglio sbagliato. Viene il sospetto che lo scopo di Messori sia altro: evidentemente, il primo dei moderni intellettuali, uno dei classici del romanzo più letti e amati in tutto il mondo (tranne che in Italia), a qualcuno pare ancora pericoloso. Meglio non leggerlo. E diffamarlo: come faceva la stampa antisemita ai tempi dell’affaire Dreyfus. Non c’è da stupirsi: se i Feltri o i Belpietro possono ispirarsi (inconsapevolmente, temo) allo stile e ai metodi giornalistici di Édouard Drumont, che durante il processo Picquart pubblica sulla «Libre Parole» gli indirizzi di casa dei magistrati, dopo averli definiti «imbecilli», «felloni», «cameriere», i Socci rinverdiscono i fasti della «Croix», il foglio clericale che dopo «J’accuse» titola cristianamente Étripez-le, «Sbudellatelo» (bersaglio, naturalmente, Émile Zola); più melliflui, i Messori si limitano a scrivere sciocchezze.
Una sintesi di questo intervento, e in particolare della sua prima parte, è uscita a pag. 18 de “Il Fatto Quotidiano” di sabato 13 marzo 2010, con il titolo Chi ha paura di Émile Zola.
Bufale dei Pirenei
di Pierluigi Pellini
Sul «Corriere della sera» di martedì 23 febbraio 2010, un articolo di Vittorio Messori (Da Zola a internet l’eterno duello su Lourdes), ricollegandosi al dibattito sul film di Jessica Hausner (Lourdes) e sulla recentissima traduzione di un taccuino di Émile Zola (Viaggio a Lourdes, Medusa edizioni, 2010), si scaglia contro le «vecchie leggende» laiciste che negano le apparizioni; depreca la proliferazione di «pareri opposti», «tanto più appassionati quanto più disinformati»; e poi porta, a favore della realtà dei miracoli, argomenti che lasciano esterrefatto chiunque abbia un minimo di conoscenze sull’autore dei Rougon-Macquart.
Racconta Messori che, nel 1892, Zola «s’imbarcò sul treno dei malati del Pellegrinaggio Nazionale»; sul marciapiede di una non meglio precisata «stazione di Parigi», lo scrittore naturalista avrebbe osservato una «tisica all’ultimo stadio», Marie Lebranchu. Sempre secondo Messori, «le testimonianze sono unanimi»: Zola avrebbe promesso di convertirsi al culto mariano nel caso in cui le acque di Lourdes avessero guarito Marie; più tardi, di fronte al puntuale avverarsi del miracolo, avrebbe ignorato la promessa, cercando addirittura di corrompere la donna: sarebbe andato a casa di Marie chiedendole di tacere e emigrare in Belgio, in cambio di lauto compenso; «in quel momento», continua Messori, «tornò il marito, solido operaio, che buttò il romanziere giù per le scale».
È vero che nell’estate del 1892, durante un viaggio nel sud della Francia con la moglie Alexandrine, Zola si fermò una dozzina di giorni a Lourdes, in concomitanza con il Pellegrinaggio Nazionale, per prendere appunti in vista di un romanzo dedicato alla città di Bernadette. E tuttavia Zola e signora si guardarono bene dal viaggiare su un treno di pellegrini: la sera del 18 agosto, alla gare d’Orléans (l’attuale gare d’Austerlitz), salirono a bordo di un confortevole sleeping car del «Pyrénées-Express». Messori attribuisce allo scrittore le vicende (immaginarie) di Pierre Froment, il protagonista del romanzo Lourdes (1894): confondendo con superficialità disarmante vita e invenzione romanzesca. E condisce l’aneddoto riesumando senza alcun vaglio critico le calunnie mirabolanti diffuse da personaggi ambigui e interessati come il dottor Boissarie (il medico incaricato, a Lourdes, di constatare le guarigioni miracolose) e padre Lasserre (il primo biografo di Bernadette), e riprese con strepito dalla stampa clericale dell’epoca.
Delle «unanimi» testimonianze invocate da Messori non c’è traccia nei documenti d’archivio e nei libri di studiosi seri dedicati all’argomento: nell’ottima edizione del romanzo curata da Jacques Noiray per «Folio» nel 1995, nella monumentale biografia (Zola, tremila pagine in tre volumi, a tratti prolisse ma impeccabilmente documentate) pubblicata da Henri Mitterand per Fayard fra il 1999 e il 2002, nel bel libro dell’antropologa Clara Gallini (Il miracolo e la sua prova. Un etnologo a Lourdes, Liguori, 1998). Né poteva esserci: trattandosi di pure e semplici invenzioni. Messori le copia da un libro pubblicato in Francia nel 1957 e tradotto da Mondadori l’anno successivo, "Cento anni di miracoli a Lourdes" di Michel Agnellet: un volume apologetico, privo di qualsiasi attendibilità storico-filologica. Del resto, della favola di Zola corruttore nella soffitta di Marie Lebranchu si era già appropriato nel suo "Ipotesi su Maria" (Edizioni Ares, 2005), da dove la riprende un altro giornalista digiuno di metodo storico, Antonio Socci, in un pezzo intitolato La Madonna sconvolge gli intellettuali, su "Libero" del 19 febbraio scorso.
Fa specie che a più di mezzo secolo di distanza si prendano per buone le mistificazioni di Agnellet su un giornale serio come il "Corriere" (non stupisce invece «Libero»); e che a Messori sia permesso di scrivere grossolane sciocchezze su Zola (e su Renan), senza che a uno studioso dello scrittore sia concesso il diritto di replica. Con le credenziali di chi ha curato l’edizione italiana dei Romanzi zoliani, per i «Meridiani» Mondadori (il primo volume è in uscita a fine mese), ho inviato al Direttore del «Corriere», Ferruccio De Bortoli, una richiesta di rettifica: ignorata, in barba alle consuetudini e alla deontologia giornalistica. È triste che un pasdaran cattolico possa impunemente diffamare «un momento della coscienza umana» (così Anatole France definì Zola, nel suo celeberrimo elogio funebre). Ma è ancora più squallido – anche, anzi soprattutto, agli occhi di un credente, direi – il tentativo maldestro di ‘provare’ il miracolo, su un quotidiano laico e colto, ricorrendo a storielle che avrebbero potuto far breccia, tutt’al più, fra il pubblico di un oratorio degli anni Cinquanta. Si sa: se i comunisti mangiano i bambini, anche i positivisti hanno buon appetito.
Messori non è nuovo a simili scivoloni. In passato, nella sua smania di accreditare il Mistero (con la maiuscola, e quale che sia), è riuscito a sostenere, sempre sul laico «Corriere», il 24 febbraio 2003, che gli astrologi hanno previsto con secoli di anticipo la Rivoluzione francese, osservando che nel 1789 si sarebbero verificate numerose, temibili congiunzioni di Giove con Saturno. (Che la posizione della Chiesa in materia di astrologia sia complessa, è noto; però viene quasi voglia di rimpiangere i tempi di Urbano VIII, quando Messori qualche problemino con l’Inquisizione probabilmente ce l’avrebbe avuto). A parte l’assurdità in sé del presunto nesso causale, si dà il caso che nel 1789 Saturno non entrò mai in congiunzione con Giove.In un’altra occasione, sul «Corriere» del 13 agosto 2003, è la realtà delle visioni di Bernadette a ispirare al Nostro un’appassionata difesa. C’è una lettera del 28 dicembre 1857 in cui il procuratore generale di Pau mette in guardia il procuratore di Lourdes da «manifestazioni simulanti un carattere soprannaturale, miracoloso». Poche settimane più tardi, hanno inizio le apparizioni: forte il sospetto che si tratti di un’abile truffa, da tempo programmata, ai danni della credulità popolare. La storiografia apologetica contesta l’autenticità della lettera. In particolare, un ‘esperto’ di apparizioni mariane come don René Laurentin crede di dimostrare il falso sostenendo che il 28 dicembre di quell’anno era domenica: gli uffici giudiziari erano chiusi, il procuratore generale non poteva essere in servizio e scrivere al collega. E Messori, come sempre senza controllare, segue Laurentin: sullo smascheramento del presunto falso imbastisce un intero articolo. Peccato che il 28 dicembre del 1857 fosse lunedì.
Di entrambi questi incidenti si è accorto a suo tempo l’astronomo Corrado Lamberti: non ottenendo dal «Corriere» diritto di replica – in nome di quali interessi, di quali protezioni, Via Solferino copre pervicacemente le ripetute bufale del suo opinionista? –, li ha denunciati sui numeri 49 (maggio-giugno 2003) e 54 (marzo-aprile 2004) di «Scienza & Paranormale», la rivista del “Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale” (gli articoli di Lamberti si possono leggere anche in rete, sul sito del Cicap).Oggi Messori è recidivo, con l’aggravante della diffamazione nei confronti di uno dei maggiori scrittori e intellettuali di ogni tempo. Zola non ha mai viaggiato su un treno di pellegrini, non ha mai visto Marie Lebranchu prima della presunta guarigione miracolosa, tantomeno è andato in casa sua con l’intenzione di comprarne il silenzio. A Lourdes, dove ha constatato l’assenza di ogni serio controllo scientifico sulle presunte guarigioni, il romanziere naturalista ha suggerito di sottoporre i malati a visita medica accurata (con anamnesi, vaglio delle cartelle cliniche e fotografia delle piaghe evidenti) prima dell’immersione nelle piscine – il dottor Boissarie si limitava a constatare lo stato di salute dei pellegrini dopo le abluzioni, dando credito, per il pregresso, a certificati medici di dubbia attendibilità.
Tutto ciò è evidente già a chi legga – per citare solo, fra le tante possibili, una testimonianza ora di facile accessibilità per il pubblico italiano – i manoscritti privati del Viaggio a Lourdes; anche se la traduzione delle edizioni Medusa, opera di Mario Porro, lascia molto a desiderare. (Per dirne una: come si fa, in un contesto che non ha nulla di arcaizzante, a tradurre règles con “regole”, quando significa correntemente “mestruazioni”? Zola nota con un disgusto, questo sì molto ottocentesco, che nelle piscine di Lourdes le donne vengono immerse anche avec leurs règles). Ma il taccuino di viaggio, anche nella sua non impeccabile veste italiana, è ugualmente straordinario: come altri appunti preparatori di Zola, costituisce un ricco e rigoroso reportage etnografico avant la lettre; e bene hanno fatto le piccole e vivaci edizioni Medusa a proporlo per la prima volta al pubblico italiano. Anche se poi è curioso che vadano nelle nostre librerie gli scartafacci (sia pure d’eccezione) e non il romanzo: a Antonio Socci, che non avendo letto né gli uni né l’altro confonde i due libri (il romanzo sarebbe «stato ristampato in Italia anche di recente»), sarà bene ricordare che di qua dalle Alpi l’ultima edizione di Lourdes (il romanzo) è quella stampata a Torino da Roux e Viarengo nel 1903. (Da oltre un secolo – stesso editore, 1904 – è assente dalle librerie italiane anche il secondo volume della trilogia delle Trois villes, Rome: un romanzo che nella trama concede troppo agli stereotipi del melodramma, ma è pur sempre la descrizione letteraria più ampia e più acuta della società romana di fine Ottocento. Stupefacente che in Italia pochissimi ne conoscano l’esistenza: come se vigesse ancora l’anatema del Vaticano, che a suo tempo lo mise all’Indice).Se Messori e Socci avessero letto Lourdes, saprebbero che nei confronti della fede degli umili, delle sofferenze dei malati, delle speranze dei familiari, Zola manifesta compassione e emozione, mai disprezzo. Condanna, invece, l’affarismo dei mercanti nel tempio, dei frati spregiudicati e accaparratori che gestiscono l’industria del miracolo. Per chi ha a cuore la dignità del sentimento religioso popolare, lo Zola degli anni Novanta dell’Ottocento è un bersaglio sbagliato. Viene il sospetto che lo scopo di Messori sia altro: evidentemente, il primo dei moderni intellettuali, uno dei classici del romanzo più letti e amati in tutto il mondo (tranne che in Italia), a qualcuno pare ancora pericoloso. Meglio non leggerlo. E diffamarlo: come faceva la stampa antisemita ai tempi dell’affaire Dreyfus. Non c’è da stupirsi: se i Feltri o i Belpietro possono ispirarsi (inconsapevolmente, temo) allo stile e ai metodi giornalistici di Édouard Drumont, che durante il processo Picquart pubblica sulla «Libre Parole» gli indirizzi di casa dei magistrati, dopo averli definiti «imbecilli», «felloni», «cameriere», i Socci rinverdiscono i fasti della «Croix», il foglio clericale che dopo «J’accuse» titola cristianamente Étripez-le, «Sbudellatelo» (bersaglio, naturalmente, Émile Zola); più melliflui, i Messori si limitano a scrivere sciocchezze.
Una sintesi di questo intervento, e in particolare della sua prima parte, è uscita a pag. 18 de “Il Fatto Quotidiano” di sabato 13 marzo 2010, con il titolo Chi ha paura di Émile Zola.
domenica 14 febbraio 2010
Ex ungue leonem ovvero la Protezione Civile modello Scelba
Quest'articolo è uscito sul Manifesto il 30 gennaio, due settimane prima che la magistratura di Firenze ci desse uno spaccato significativo di come la Protezione civile operasse al di fuori dei controlli e con le ormai solite caratteristiche da basso impero che contraddistingue ogni vicenda pubblica di questo genere.
A dimostrazione, se fosse ancora necessario, che basta volere, per potere vedere, dentro fatti e misfatti di questo governo.
Protezione civile modello Scelba
di Albero Burgio
Ex ungue leonem: basta un'unghia per capire con chi si ha a che fare. Il principio vale anche per un'istituzione niente affatto marginale - la Protezione civile - che, sotto il materno nome, è in realtà un vettore del più generale processo di privatizzazione autoritaria dello Stato. Che procede nella pressoché generale disattenzione, o complicità.
In paesi ad alto rischio sismico e idrogeologico la Protezione civile è un fondamentale strumento di autoprotezione dei cittadini, costituito da una rete di soggetti, volontari e forze di soccorso, dotati di competenze scientifiche e operative. Con una pericolosa particolarità: dover fronteggiare emergenze e calamità naturali impone che la Protezione civile possa agire in deroga alle leggi ordinarie, tramite ordinanze e cumulando poteri normalmente sottoposti al controllo di organismi elettivi o ispettivi. Proprio per questo, si richiede la dichiarazione di stato di calamità naturale da parte dei governi, che, di norma, sono molto attenti in materia. Ma c'è un ma, che ci riporta bruscamente all'attuale fase politica, alla crisi di legittimazione dei sistemi democratici e alla risposta neo-oligarchica delle classi dirigenti.
In Italia è sempre più marcata la propensione del governo di abusare delle clausole emergenzialistiche per ampliare a dismisura i propri poteri e agire di fatto al di fuori della legge. Dal 2001 a oggi la Protezione civile ha varato oltre 600 ordinanze, gran parte delle quali nulla ha a che fare con calamità naturali. Si va dalle ordinanze per «emergenza traffico», che in molte città (Roma, Milano, Napoli, Catania) hanno permesso ai sindaci di agire senza un voto del Consiglio comunale, a quelle per i grandi eventi come il G8 previsto alla Maddalena e dirottato all'Aquila, i mondiali di nuoto e persino i funerali di Giovanni Paolo II. In tutti questi casi il governo ha avuto mani libere, semplicemente perché se le è sciolte da sé, indossando le vesti dell'angelo custode della sicurezza pubblica. In taluni casi si sono mobilitate anche funzioni militari. È avvenuto nella Campania governata dalla Protezione civile per l'emergenza rifiuti, con la dichiarazione di siti di interesse strategico militare per le discariche e l'inceneritore di Acerra. A maggior ragione i poteri di ordinanza sono usati per una incontrollata gestione del territorio quando si tratta di calamità naturali. All'Aquila, con questo sistema, sono state imposte trasformazioni urbanistiche radicali come il piano C.a.s.e. E qui viene il bello.
Con un decreto-legge (il n. 195, in discussione in Senato) il governo ha istituito la Protezione civile Spa. È un privatizzazione, ma non la solita. Continua, beninteso, la rapina "modernizzatrice" delle risorse pubbliche, in linea con le ordinanze della Protezione civile che hanno già fruttato appalti per miliardi di euro (300 milioni alle imprese Marcegaglia solo per il G8 abortito della Maddalena). Ma la posta in gioco è ben altra.
Il decreto amplia ulteriormente i poteri dell'esecutivo, prevedendo la figura dell'"emergenza socio-economico-ambientale", una dizione talmente vaga da permettere, per dir così, la normalizzazione dell'emergenza. Torna alla mente una legge speciale firmata da Scelba nel 1951 (VII governo De Gasperi) che, "in caso di eventi che costituiscano pericolo o danno per la incolumità pubblica delle persone e delle cose", prevedeva il conferimento dei pieni poteri al governo, compresa la facoltà di derogare alle leggi vigenti e di "requisire prestazioni personali". Come si vede, lo stato d'eccezione esercita sui nostri politici un fascino potente. E lo strumento è anch'esso in qualche modo un classico: quel processo di strisciante svuotamento del parlamento ed incapacitazione del potere giudiziario che Foucault chiamava "governamentalizzazione". Di questo si tratta. Se la democrazia è il governo delle leggi, che cos'è un sistema in cui l'esecutivo dispone delle leggi a proprio piacimento? Del resto, Berlusconi e i suoi non inventano nulla. Il modello è la Fema, l'Agenzia federale per la gestione dell'emergenza alla quale, dopo l'11 settembre, il governo Bush attribuì poteri militari talmente ampi da far parlare di un governo segreto degli Stati uniti, dotato del potere di sospendere la Costituzione, imporre un comando militare e istituire campi di concentramento.Tornando a noi, sessant'anni fa in parlamento l'opposizione fu durissima. Giorgio Amendola osservò che il governo avrebbe potuto definire calamità naturale anche "il riacutizzarsi di contrasti politici", e su questa base mettere in atto un colpo di Stato. La legge proposta dal ministro Scelba fu fermata. Torna oggi, sotto mentite spoglie, come misura preventiva contro il "riacutizzarsi dei contrasti" sempre possibili in una fase di devastante crisi economica. Insomma, la storia si ripete. Salvo che ai tempi di Scelba c'era il Pci.
dal Manifesto del 30 gennaio 2010
A dimostrazione, se fosse ancora necessario, che basta volere, per potere vedere, dentro fatti e misfatti di questo governo.
Protezione civile modello Scelba
di Albero Burgio
Ex ungue leonem: basta un'unghia per capire con chi si ha a che fare. Il principio vale anche per un'istituzione niente affatto marginale - la Protezione civile - che, sotto il materno nome, è in realtà un vettore del più generale processo di privatizzazione autoritaria dello Stato. Che procede nella pressoché generale disattenzione, o complicità.
In paesi ad alto rischio sismico e idrogeologico la Protezione civile è un fondamentale strumento di autoprotezione dei cittadini, costituito da una rete di soggetti, volontari e forze di soccorso, dotati di competenze scientifiche e operative. Con una pericolosa particolarità: dover fronteggiare emergenze e calamità naturali impone che la Protezione civile possa agire in deroga alle leggi ordinarie, tramite ordinanze e cumulando poteri normalmente sottoposti al controllo di organismi elettivi o ispettivi. Proprio per questo, si richiede la dichiarazione di stato di calamità naturale da parte dei governi, che, di norma, sono molto attenti in materia. Ma c'è un ma, che ci riporta bruscamente all'attuale fase politica, alla crisi di legittimazione dei sistemi democratici e alla risposta neo-oligarchica delle classi dirigenti.
In Italia è sempre più marcata la propensione del governo di abusare delle clausole emergenzialistiche per ampliare a dismisura i propri poteri e agire di fatto al di fuori della legge. Dal 2001 a oggi la Protezione civile ha varato oltre 600 ordinanze, gran parte delle quali nulla ha a che fare con calamità naturali. Si va dalle ordinanze per «emergenza traffico», che in molte città (Roma, Milano, Napoli, Catania) hanno permesso ai sindaci di agire senza un voto del Consiglio comunale, a quelle per i grandi eventi come il G8 previsto alla Maddalena e dirottato all'Aquila, i mondiali di nuoto e persino i funerali di Giovanni Paolo II. In tutti questi casi il governo ha avuto mani libere, semplicemente perché se le è sciolte da sé, indossando le vesti dell'angelo custode della sicurezza pubblica. In taluni casi si sono mobilitate anche funzioni militari. È avvenuto nella Campania governata dalla Protezione civile per l'emergenza rifiuti, con la dichiarazione di siti di interesse strategico militare per le discariche e l'inceneritore di Acerra. A maggior ragione i poteri di ordinanza sono usati per una incontrollata gestione del territorio quando si tratta di calamità naturali. All'Aquila, con questo sistema, sono state imposte trasformazioni urbanistiche radicali come il piano C.a.s.e. E qui viene il bello.
Con un decreto-legge (il n. 195, in discussione in Senato) il governo ha istituito la Protezione civile Spa. È un privatizzazione, ma non la solita. Continua, beninteso, la rapina "modernizzatrice" delle risorse pubbliche, in linea con le ordinanze della Protezione civile che hanno già fruttato appalti per miliardi di euro (300 milioni alle imprese Marcegaglia solo per il G8 abortito della Maddalena). Ma la posta in gioco è ben altra.
Il decreto amplia ulteriormente i poteri dell'esecutivo, prevedendo la figura dell'"emergenza socio-economico-ambientale", una dizione talmente vaga da permettere, per dir così, la normalizzazione dell'emergenza. Torna alla mente una legge speciale firmata da Scelba nel 1951 (VII governo De Gasperi) che, "in caso di eventi che costituiscano pericolo o danno per la incolumità pubblica delle persone e delle cose", prevedeva il conferimento dei pieni poteri al governo, compresa la facoltà di derogare alle leggi vigenti e di "requisire prestazioni personali". Come si vede, lo stato d'eccezione esercita sui nostri politici un fascino potente. E lo strumento è anch'esso in qualche modo un classico: quel processo di strisciante svuotamento del parlamento ed incapacitazione del potere giudiziario che Foucault chiamava "governamentalizzazione". Di questo si tratta. Se la democrazia è il governo delle leggi, che cos'è un sistema in cui l'esecutivo dispone delle leggi a proprio piacimento? Del resto, Berlusconi e i suoi non inventano nulla. Il modello è la Fema, l'Agenzia federale per la gestione dell'emergenza alla quale, dopo l'11 settembre, il governo Bush attribuì poteri militari talmente ampi da far parlare di un governo segreto degli Stati uniti, dotato del potere di sospendere la Costituzione, imporre un comando militare e istituire campi di concentramento.Tornando a noi, sessant'anni fa in parlamento l'opposizione fu durissima. Giorgio Amendola osservò che il governo avrebbe potuto definire calamità naturale anche "il riacutizzarsi di contrasti politici", e su questa base mettere in atto un colpo di Stato. La legge proposta dal ministro Scelba fu fermata. Torna oggi, sotto mentite spoglie, come misura preventiva contro il "riacutizzarsi dei contrasti" sempre possibili in una fase di devastante crisi economica. Insomma, la storia si ripete. Salvo che ai tempi di Scelba c'era il Pci.
dal Manifesto del 30 gennaio 2010
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