giovedì 5 febbraio 2015
Il neoliberismo ha ucciso le città
Pubblichiamo la prefazione di Paolo Maddalena al nuovo saggio dell'urbanista Paolo Berdini, "Le città fallite. I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano", in questi giorni in libreria edito da Donzelli.
di Paolo Maddalena
Il libro di Paolo Berdini, dall’illuminante titolo “Le città fallite”, copre un vuoto nella pur ampia letteratura sugli scempi edilizi: esso enumera con lodevole completezza la serie dei fatti eclatanti che hanno distrutto i territori urbani, ponendo in evidenza come questa distruzione territoriale e ambientale sia andata di pari passo con la cancellazione delle regole dell’urbanistica. Da vero, grande urbanista quale è, l’Autore esprime quasi un grido di dolore, che sembra materialmente emergere da queste accattivanti pagine, e che si trasmette automaticamente al lettore, rendendolo spiritualmente vicino al pensiero di chi scrive.
L’attrattiva di questo libro, in effetti, sta proprio nello svelare le cause e i retroscena dell’immane devastazione delle nostre città, che mantiene il lettore in una specie di suspense, nell’attesa di conoscere chi o cosa c’è dietro questa dannosissima sciagura.
Non è nostro intento far venir meno la «tensione» del lettore e ci asterremo, pertanto, dall’illustrazione dei singoli accadimenti, limitandoci a porre in evidenza soltanto l’importanza delle regole urbanistiche, del loro grande valore di civiltà e della loro importanza giuridico-costituzionale.
Il libro si apre con un’illustrazione della «città pubblica», della città che è «servente» al bisogno umano di incontrarsi e di vivere in comunità. È in fondo la città che ci hanno donato, sulle orme di tessuti urbani pre-esistenti, i governanti liberali dei primi anni dell’unità d’Italia. Dal punto di vista più strettamente giuridico, viene posta in evidenza l’importanza, si direbbe strategica, di aver individuato la categoria degli «standard edilizi», di cui parla il decreto ministeriale 1444 del 1968, secondo il quale ogni cittadino ha il diritto ad avere a disposizione una superficie minima di territorio su cui realizzare i servizi di cittadinanza: l’istruzione, il verde, i servizi alla persona.
Insomma, emerge chiaramente che funzione propria dell’urbanistica è quella di garantire i diritti dell’uomo, e, con questi, il decoro e la bellezza delle nostre città. A tal proposito, si citano gli esempi della famiglia Crespi, che aveva una fabbrica di tessuti e che ebbe cura di creare un ambiente comunitario e sereno per i lavoratori. Ma si cita anche La Pira, sindaco di Firenze, che, negli anni cinquanta, requisì le abitazioni abbandonate per darle ai senzatetto, e infine l’esempio di Adriano Olivetti, che a Ivrea tanto si dedicò per la creazione di un vero modo comunitario di vivere.
Le noti dolenti cominciano con l’avvento del pensiero unico del «neoliberismo economico», divenuto soffocante nell’ultimo ventennio. Questo modo di vedere, così contrario alla scienza urbanistica, uccide la «città pubblica» e la fa diventare un puro «conto economico». La nostra tradizionale città è stretta in una tenaglia: da un lato la pressione della finanza speculativa, spesso in accordo con le istituzioni, dall’altro la mancanza di risorse per garantire il funzionamento della città stessa. Si impone una logica di rapina che distrugge le conquiste sociali, favorisce i grandi centri commerciali, porta al fallimento, specie tramite le cosiddette «liberalizzazioni», le piccole imprese, che sono state sempre il nerbo della nostra economia.
In sostanza, si prepara l’avvento della fase di Tangentopoli. Comincia Craxi con il primo condono edilizio del 1985, cui seguiranno i due condoni del governo Berlusconi, e inizia subito la stagione delle «deroghe urbanistiche», delle quali parla la legge n. 79 del 1992. Ma soprattutto si afferma il principio dell’«urbanistica contrattata», alla quale seguono le ulteriori «deroghe» della legge Tognoli per la costruzione dei parcheggi nei centri storici e l’invenzione dei «Consorzi di imprese», che si dividono gli appalti delle grandi opere pubbliche.
Un grave colpo all’urbanistica è dato da Bassanini, il quale non inserisce nel Codice degli appalti del 2001 un emendamento per mantenere il vincolo, posto dalla legge Bucalossi n. 10 del 1977, di destinazione degli oneri urbanistici per la realizzazione di opere di urbanizzazione primaria e secondaria: da allora essi possono essere utilizzati anche per le spese correnti. In tal modo speculatori e amministratori comunali si trovano sullo stesso piano di interessi. Entrambi convergono sulla convenienza di distruggere il territorio per ottenere danaro. L’accordo fra costruttori e amministratori diventa una regola.
Sempre nello stesso anno un altro duro colpo è inferto con la «Legge obiettivo», che Berlusconi illustra su una lavagna in una famosa apparizione televisiva. Basta dire che questa legge, con uno stanziamento di 110 miliardi in tre anni, prevede il «ponte sullo Stretto di Messina», cioè una vera ecatombe ambientale.
Tuttavia, è la «rendita fondiaria», cioè l’urbanizzazione dei terreni agricoli, che aguzza l’ingegno degli speculatori, e Berlusconi va loro incontro con il «Piano casa», che fa nascere una gara tra le Regioni per concedere ai costruttori il massimo di guadagni possibili, soprattutto in termini di cambio di destinazione d’uso e di aumento delle cubature. Quello della rendita fondiaria è un problema gravissimo del quale si era occupato nel 1962 Fiorentino Sullo, proponendo che i Comuni dovessero prima acquistare i terreni agricoli e poi urbanizzarli, facendo in modo che l’enorme aumento di valore del terreno trasformato da agricolo a edificabile restasse al pubblico e non divenisse un regalo per gli speculatori edilizi. Ma la politica, in accordo con gli speculatori, non ha mai fatto passare questo intelligente progetto.
Si deve aggiungere che questo sistema ha avuto un largo consenso tra la gente, poiché alla rendita fondiaria donata ai costruttori, nella fase ascendente della nostra economia, si è aggiunto l’aumento di valore degli immobili, che giova fortemente ai proprietari di abitazioni. Sicché tre grandi forze, per motivi diversi, si sono aiutate l’un l’altra nella distruzione dei terreni agricoli: gli speculatori edilizi, gli amministratori pubblici e i cittadini.
Sennonché la crisi economica e la conseguente diminuzione di valore degli appartamenti, che nelle periferie ha raggiunto il 40%, ha lasciato il danaro ai costruttori e ai cittadini la «beffa». Chi ha contratto un mutuo per pagare l’acquisto dell’alloggio oggi paga un prezzo di gran lunga superiore al valore del bene acquistato.
Anche per questo motivo si assiste oggi a un cambio delle forze sociali e politiche in campo: da un lato c’è la popolazione che si è schierata fortemente contro la politica, dall’altro ci sono i politici in perfetto accordo con l’alta finanza e i costruttori di case.
Il governo Monti segue in pieno «le prescrizioni» dell’alta finanza che ha occupato le istituzioni economiche europee. Egli ripristina l’imposta sulla casa senza prevedere alcuna esenzione; continua il finanziamento delle «grandi opere» (i 110 miliardi in tre anni sono sempre iscritti in bilancio), riduce gravemente le spese per la sanità, la giustizia, la rete dei servizi pubblici.
Anche Letta, con il suo breve «governo del fare», aiuta la speculazione immobiliare con la «Quadrilatero Spa», che dovrebbe unire, per ora inutilmente, l’Umbria e le Marche. La «trovata» è che la garanzia per i crediti sarebbe venuta dalle «aree di cattura di valore», cioè dall’aumento di valore dei terreni lambiti dalla costruzione dell’autostrada. È stato un fallimento e sono stati posti sulle spalle degli italiani altri 270 milioni di euro. Poco dopo, il ministro Franceschini (governo Renzi) ha accettato l’emendamento dell’onorevole del Pd, Maria Coscia, istituendo i «Comitati di garanzia per la revisione dei pareri paesaggistici». È la fine della tutela paesaggistica.
E, come se tutto questo non bastasse, c’è lo Sblocca Italia di Renzi, che fa prevalere l’interesse alla costruzione delle «grandi opere» sulla tutela del paesaggio, dei beni artistici e storici, della salute e dell’incolumità pubblica. Mentre il ministro Lupi, con la sua proposta di modifica della materia urbanistica, mette sullo stesso piano pubblico e privato e propone l’indennizzo della «conformazione» della proprietà privata e l’abrogazione del citato d.m. n. 1444 del 1968 relativo agli standard edilizi.
L’urbanistica è, dunque, del tutto distrutta.
Dobbiamo ricominciare daccapo. E questa volta l’iniziativa deve venire dal basso, dalle associazioni, dai comitati e dai comitatini, come ironicamente dice il nostro presidente del Consiglio. Si tratta di applicare il principio di «partecipazione popolare», previsto, anche come «diritto di resistenza», dalla nostra Costituzione, e in particolare dall’art. 118, secondo il quale i cittadini, singoli o associati, possono svolgere attività di interesse generale, secondo il principio di sussidiarietà.
In sostanza, occorre ottenere un «capovolgimento» dell’immaginario collettivo, e far capire che la Costituzione protegge soprattutto «l’utilità pubblica» (art. 41) e riconosce e garantisce la «proprietà privata» solo se essa persegue la «funzione sociale» (art. 42). È ora, in altri termini, che la «rivoluzione promessa» di cui parlava Calamandrei sia finalmente attuata.
Molti intellettuali sono all’opera: Antonio Perrotti, Vezio De Lucia, Francesco Erbani, Salvatore Settis, Tomaso Montanari e tanti altri.
La speranza si fonda sull’azione delle associazioni e dei comitati, che di fronte allo spreco del nostro territorio devono agire e unirsi in una lotta senza quartiere, da svolgere sul piano della legalità costituzionale e, specificamente, sotto l’egida di quella che è stata denominata «l’etica costituzionale», e cioè i principi di libertà, eguaglianza e solidarietà.
5 febbraio 2015
martedì 29 aprile 2014
La gaia scienza degli Ogm
di Piero Bevilacqua
Non è la prima volta che scienziati e studiosi di varia formazione, perorano la causa degli Ogm in nome della razionalità scientifica, contro la diffusa superstizione popolare che li teme.
Umberto Veronesi in primis, ma anche Edoardo Boncinelli e Giulio Gioriello, per citare i più illustri, lo hanno fatto in passato in varie occasioni. Ora ripropongono il motivo, con un di più di confusione, Elena Cattaneo e Gilberto Corbellini (Quelle mistificazioni sugli Ogm, La Repubblica, 9/4/2014).I due studiosi aprono un fronte polemico contro alcune forme di atteggiamento antiscientifico diffuse nel nostro paese, quali la difesa del metodo stamina, i sospetti contro il vaccino trivalente, considerato possibile causa di autismo nei bambini, la lotta contro la sperimentazione condotta sugli animali, l’omeopatia e infine gli Ogm. Francamente mi pare troppo, anche per chi, come me, lamenta la scarsa popolarità delle conoscenze scientifiche nel nostro paese. Che cosa c’entra l’opposizione contro gli Ogm con tutte le questioni precedentemente elencate? Non è questo un modo poco scientifico di svalutare un atteggiamento di razionale cautela associandolo a convincimenti di tutt’altra natura? Cautela scientifica, perché gli Ogm sono un prodotto di laboratorio approdato alla storia umana solo da pochi anni. È poco scientifico cercare di far passare questa frattura biologica come una continuità storica, affermando, come spesso si fa, che i contadini hanno sempre manipolato le piante per migliorarle. Sono uno storico dell’agricoltura e so bene quanto lavoro selettivo ha permesso agli agricoltori di «costruire» il patrimonio di biodiversità agricola di cui disponiamo. Ma le selezioni compiute nei millenni dai contadini e dagli agronomi di oggi si sono mosse e si svolgono tutte dentro il regno vegetale. Gli Ogm di cui parliamo e di cui parlano gli autori, ossia, soprattutto mais bt e soia round up, commercialmente i più importanti, sono piante create tramite un salto di specie o comunque un innesto transegenico. Nel mais Bt è stato inserito materiale genetico prelevato dal Bacillus Thuringiensis (Bt), un batterio presente nel terreno, che difende il mais dai danni della piralide. Mentre la soia transgenica, creata dalla Monsanto, resiste a un potente erbicida, il glisofate.
Scrivono gli autori: un «documento pubblicato l’anno scorso dall’European Academies Science Advisory Council… sulle sfide e le opportunità delle piante geneticamente migliorate dice esplicitamente che gli ogm non sono dannosi per l’ambiente e non attentano alla sicurezza alimentare» E anzi «possono ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura». Non conosco l’autorevolissimo documento – ne circolano tanti, sia contro che pro Ogm — ma le affermazioni non sono per nulla convincenti o sono smentite da un’ampia letteratura. Intanto, diciamo che c’è differenza tra piante «geneticamente migliorate» e Ogm. Il «miglioramento» delle piante condotto da genetisti, biologi e agronomi — sia pure con metodi diversi — prosegue la storia millenaria dei contadini e contribuirà in futuro a limitare l’inquinamento chimico nelle campagne. Ma non è così per gli Ogm di cui parliamo. La coltivazione della soia round up è associata all’uso di un veleno che si disperde nel terreno, inquina le falde, è sospettato di produrre tumori negli agricoltori. E’ noto perfino agli scienziati della Monsanto che le piante transgeniche disperdono il loro polline nell’ambiente, interagendo in modo ancora del tutto ignoto con le altre piante, con gli insetti, gli uccelli, i microrganismi del terreno, insomma con gli equilibri generali dell’ecosistema. Che cosa può accadere nel tempo al vasto patrimonio della biodiversità agricola?Nessuno lo sa. Nessuno fa ricerche e investe risorse in tale ambito. Mentre gli scienziati che hanno influenza e voce sui media sono impegnati a fare la pubblicità agli Ogm.
Sul piano alimentare, i cibi contenenti Ogm sembrano non dare problemi. Non viene il mal di pancia a mangiare una pannocchia di mais bt. Ma che cosa può succedere con il tempo, in caso di assunzione continuata, negli animali e nell’uomo, in seguito alle interazioni che il principio attivo del batterio Bt può innescare nei batteri dell’intestino ? Se io oggi sbriciolassi in aria un pugno di polvere di amianto e la respirassi non farei neppure uno starnuto. Ma fra 10–15 anni le probabilità di contrarre il cancro della pleura o il blastoma ai polmoni sarebbe elevatissimo. Non sarebbe dunque saggio rispettare il principio di precauzione, adottato dall’ Unione Europea, oggi sempre più traballante sotto la pressione sistematica delle lobbies? Gli autori lamentano che in Italia, dove gli Ogm sono proibiti, non possiamo produrre «mangimi economicamente competitivi» e li importiamo «ipocritamente» dal Brasile o dall’Argentina. Anche in questo caso la perorazione della libertà della scienza, associata alla sacra «crescita economica» fa prendere degli abbagli ai nostri autori. Ma hanno idea i due studiosi di che cosa significa la coltivazione di soia in Brasile e in Argentina? Sterminate aziende con coltivazioni interamente meccanizzate, e assoggettate alla chimica per tutte le fasi della produzione. Come potrebbe mai competere l’agricoltura italiana su questo terreno? E non è piuttosto conveniente, anche sotto il profilo economico, avere soia e granturco non Ogm, cioé piante più sicure, che si presentano sul mercato come un prodotto qualitativamente superiore, se non altro perché non hanno dovuto coesistere con erbicidi e pesticidi devastatori dell’ambiente?
Ma chi ci ha ordinato di inseguire l’agricoltura transgenica, quando noi possediamo un patrimonio di biodiversità agricola unica al mondo, indisgiungibile da una storia millenaria e dai caratteri originali del nostro territorio, dalle forme del paesaggio, dalle tradizioni delle nostre innumerevoli cucine locali? Che senso ha parlare di prodotti e di competizione se non si ha un’idea di che cosa sia il nostro sistema agricolo? Dobbiamo indirizzare la ricerca scientifica alla manipolazione delle piante, per gettare sul mercato nuovi prodotti brevettati, e assoggettare sempre più gli agricoltori all’agroindustria? Oggi sempre più giovani scienziati passano la loro vita in laboratorio, impegnati a manipolare il dna dei semi, senza mai vedere una campagna neppure in gita. E’ questa la ricerca da privilegiare? Non dovremmo studiare le piante nel loro ambiente, nella rete delle loro interconnessioni con l’ecosistema, per produrre beni sempre più sani e sicuri, in un habitat più salubre per tutti i viventi? Non abbiamo il compito di produrre cibo abbondante e sano senza distruggere la casa in cui viviamo?
L’ecologia, vale a dire lo studio degli esseri viventi nel loro habitat, ha aperto un orizzonte del tutto nuovo alle scienze naturali e anche alle scienze dell’uomo. Perché essa consente di vedere la rete di connessioni che lega i vari fenomeni del mondo vivente. Oggi la genetica, per le sue potenzialità manipolative, per la possibilità di ritorni immediati e crescenti che offre all’industria, spinge le scienze della natura nel vicolo stretto del riduzionismo. La curva ascendente dei profitti la trascina verso il basso. Non è perciò corretto rivendicare indistintamente la buona causa della ricerca scientifica in campo transgenico. Questa è una strada, ma non è necessariamente la più consigliabile. E una scelta può pregiudicarne un’altra, più feconda e più utile all’umanità. La storia ci insegna qualcosa in merito. Nei decenni centrali del XX secolo la fisica si è concentrata sullo studio dell’atomo. Nata come scienza di guerra, destinata al genocidio della bomba atomica, essa è diventata la Big Science per creare energia, assorbendo lo studio delle più grandi menti del secolo e concentrando investimenti immensi da parte dei maggiori stati industriali. Ci si può chiedere che cosa sarebbe accaduto se la ricerca si fosse incamminata su un’altra strada, se si fosse studiata l’energia solare? Forse oggi non avremmo di fronte lo scenario del riscaldamento climatico globale che incombe sul nostro avvenire.
da il manifesto del 22 aprile 2014
Scrivono gli autori: un «documento pubblicato l’anno scorso dall’European Academies Science Advisory Council… sulle sfide e le opportunità delle piante geneticamente migliorate dice esplicitamente che gli ogm non sono dannosi per l’ambiente e non attentano alla sicurezza alimentare» E anzi «possono ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura». Non conosco l’autorevolissimo documento – ne circolano tanti, sia contro che pro Ogm — ma le affermazioni non sono per nulla convincenti o sono smentite da un’ampia letteratura. Intanto, diciamo che c’è differenza tra piante «geneticamente migliorate» e Ogm. Il «miglioramento» delle piante condotto da genetisti, biologi e agronomi — sia pure con metodi diversi — prosegue la storia millenaria dei contadini e contribuirà in futuro a limitare l’inquinamento chimico nelle campagne. Ma non è così per gli Ogm di cui parliamo. La coltivazione della soia round up è associata all’uso di un veleno che si disperde nel terreno, inquina le falde, è sospettato di produrre tumori negli agricoltori. E’ noto perfino agli scienziati della Monsanto che le piante transgeniche disperdono il loro polline nell’ambiente, interagendo in modo ancora del tutto ignoto con le altre piante, con gli insetti, gli uccelli, i microrganismi del terreno, insomma con gli equilibri generali dell’ecosistema. Che cosa può accadere nel tempo al vasto patrimonio della biodiversità agricola?Nessuno lo sa. Nessuno fa ricerche e investe risorse in tale ambito. Mentre gli scienziati che hanno influenza e voce sui media sono impegnati a fare la pubblicità agli Ogm.
Sul piano alimentare, i cibi contenenti Ogm sembrano non dare problemi. Non viene il mal di pancia a mangiare una pannocchia di mais bt. Ma che cosa può succedere con il tempo, in caso di assunzione continuata, negli animali e nell’uomo, in seguito alle interazioni che il principio attivo del batterio Bt può innescare nei batteri dell’intestino ? Se io oggi sbriciolassi in aria un pugno di polvere di amianto e la respirassi non farei neppure uno starnuto. Ma fra 10–15 anni le probabilità di contrarre il cancro della pleura o il blastoma ai polmoni sarebbe elevatissimo. Non sarebbe dunque saggio rispettare il principio di precauzione, adottato dall’ Unione Europea, oggi sempre più traballante sotto la pressione sistematica delle lobbies? Gli autori lamentano che in Italia, dove gli Ogm sono proibiti, non possiamo produrre «mangimi economicamente competitivi» e li importiamo «ipocritamente» dal Brasile o dall’Argentina. Anche in questo caso la perorazione della libertà della scienza, associata alla sacra «crescita economica» fa prendere degli abbagli ai nostri autori. Ma hanno idea i due studiosi di che cosa significa la coltivazione di soia in Brasile e in Argentina? Sterminate aziende con coltivazioni interamente meccanizzate, e assoggettate alla chimica per tutte le fasi della produzione. Come potrebbe mai competere l’agricoltura italiana su questo terreno? E non è piuttosto conveniente, anche sotto il profilo economico, avere soia e granturco non Ogm, cioé piante più sicure, che si presentano sul mercato come un prodotto qualitativamente superiore, se non altro perché non hanno dovuto coesistere con erbicidi e pesticidi devastatori dell’ambiente?
Ma chi ci ha ordinato di inseguire l’agricoltura transgenica, quando noi possediamo un patrimonio di biodiversità agricola unica al mondo, indisgiungibile da una storia millenaria e dai caratteri originali del nostro territorio, dalle forme del paesaggio, dalle tradizioni delle nostre innumerevoli cucine locali? Che senso ha parlare di prodotti e di competizione se non si ha un’idea di che cosa sia il nostro sistema agricolo? Dobbiamo indirizzare la ricerca scientifica alla manipolazione delle piante, per gettare sul mercato nuovi prodotti brevettati, e assoggettare sempre più gli agricoltori all’agroindustria? Oggi sempre più giovani scienziati passano la loro vita in laboratorio, impegnati a manipolare il dna dei semi, senza mai vedere una campagna neppure in gita. E’ questa la ricerca da privilegiare? Non dovremmo studiare le piante nel loro ambiente, nella rete delle loro interconnessioni con l’ecosistema, per produrre beni sempre più sani e sicuri, in un habitat più salubre per tutti i viventi? Non abbiamo il compito di produrre cibo abbondante e sano senza distruggere la casa in cui viviamo?
L’ecologia, vale a dire lo studio degli esseri viventi nel loro habitat, ha aperto un orizzonte del tutto nuovo alle scienze naturali e anche alle scienze dell’uomo. Perché essa consente di vedere la rete di connessioni che lega i vari fenomeni del mondo vivente. Oggi la genetica, per le sue potenzialità manipolative, per la possibilità di ritorni immediati e crescenti che offre all’industria, spinge le scienze della natura nel vicolo stretto del riduzionismo. La curva ascendente dei profitti la trascina verso il basso. Non è perciò corretto rivendicare indistintamente la buona causa della ricerca scientifica in campo transgenico. Questa è una strada, ma non è necessariamente la più consigliabile. E una scelta può pregiudicarne un’altra, più feconda e più utile all’umanità. La storia ci insegna qualcosa in merito. Nei decenni centrali del XX secolo la fisica si è concentrata sullo studio dell’atomo. Nata come scienza di guerra, destinata al genocidio della bomba atomica, essa è diventata la Big Science per creare energia, assorbendo lo studio delle più grandi menti del secolo e concentrando investimenti immensi da parte dei maggiori stati industriali. Ci si può chiedere che cosa sarebbe accaduto se la ricerca si fosse incamminata su un’altra strada, se si fosse studiata l’energia solare? Forse oggi non avremmo di fronte lo scenario del riscaldamento climatico globale che incombe sul nostro avvenire.
da il manifesto del 22 aprile 2014
giovedì 3 ottobre 2013
Raramente ed inspiegabilmente perdo la pazienza, ecco una possibile spiegazione
Non si sarebbero lamentati per nessun sopruso. Che vuoi fare, vuoi litigare? Era il loro motto ostinato e rassegnato.
Ma attenzione. A fare da pendant con questo tipo di atteggiamento c'era quello opposto, che scattava altrettanto arbitrariamente. Quando pensavano che qualcuno li volesse fregare o ancora peggio mancargli di rispetto. Allora improvvisamente alzavano la voce, diventavano delle belve, stufi ad un tratto di secoli di angherie, tirando fuori la terribile rabbia accumulata negli ultimi millenni e sfogandola tutta in una volta col maleducato di turno.
Come piante tra i sassi
Mariolina Venezia
Ma attenzione. A fare da pendant con questo tipo di atteggiamento c'era quello opposto, che scattava altrettanto arbitrariamente. Quando pensavano che qualcuno li volesse fregare o ancora peggio mancargli di rispetto. Allora improvvisamente alzavano la voce, diventavano delle belve, stufi ad un tratto di secoli di angherie, tirando fuori la terribile rabbia accumulata negli ultimi millenni e sfogandola tutta in una volta col maleducato di turno.
Come piante tra i sassi
Mariolina Venezia
sabato 21 settembre 2013
Citazioni
Mariolina Venezia che cita Federico Fellini che, a sua volta, cita Fernando Pessoa:
Nulla si sa, tutto si immagina
Così presto passa tutto quanto passa!
Muore così giovane davanti agli dèi tutto quanto
Muore! Tutto è così poco!
Niente si sa, tutto si immagina.
Circondati di rose, ama, bevi,
e taci. Il resto è niente.
F. Pessoa "Odi di Ricardo Reis"
Nulla si sa, tutto si immagina
Così presto passa tutto quanto passa!
Muore così giovane davanti agli dèi tutto quanto
Muore! Tutto è così poco!
Niente si sa, tutto si immagina.
Circondati di rose, ama, bevi,
e taci. Il resto è niente.
F. Pessoa "Odi di Ricardo Reis"
mercoledì 6 marzo 2013
Grillo cresce sulle macerie dei movimenti
intervista a Wu Ming di Roberto Ciccarelli sul Manifesto del 1 marzo 2013
WU MING - INTERVISTA AGLI AUTORI DI «Q» SUL MOVIMENTO 5 STELLE: «TIFIAMO PER LA RIVOLTA DELLA "BASE" CONTRO I VERTICI. SARANNO LE BATTAGLIE SPECIFICHE A METTERE I GRILLINI "DI SINISTRA" DAVANTI A QUESTA NECESSITÀ»
Quella di Grillo è una strategia diversiva. Serve a spingere l’«indignazione», tanto celebrata nelle acampade spagnole o negli occupy americani, lontano dalle piazze italiane. Più la crisi diventa feroce e più le scariche di risentimento vengono fatte confluire in un comodo format, quello del blog del Capo dei Cinque Stelle che solletica il giustizialismo giacobino contro la «casta» e le sue maschere. Per Wu Ming, il collettivo dei cinque scrittori autori di Q, (come Luther Blissett), 54 e Altai,il movimento 5 stelle ha inquadrato le energie potenziali di una rivolta contro l’austerità in una gabbia discorsiva che fa la parodia del conflitto politico, lasciandolo amministrare da «un’organizzazione settario-aziendale» (la Casaleggio&Associati) e dalla guida simbolica di Beppe Grillo. Per loro il radicalismo pentastellato «amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia». La tesi esposta con determinazione in un articolo sul sito di Internazionale, è stata ampliata su «Giap», l’influente blog dei Wu Ming, interrompendo il silenzio attonito dei movimenti che hanno attraversato l’ultimo decennio, da Genova alle campagne sui beni comuni.
Voi dite che Grillo non è un incendiario ma un pompiere, perché pratica la sistematica occupazione dello spazio discorsivo dei movimenti: la No-Tav, l’acqua bene comune, la scuola e l’università, il reddito. E lo ricolloca in una cornice che definite di «destra». Potete spiegare che cosa significa?
La nascita del grillismo è una conseguenza della crisi dei movimenti altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si prosciugava, il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio letto. Nei primi anni, i liquidi erano ancora «misti», e questo ha impedito di vedere cosa si agitava nel miscuglio, oltre ad attenuare certe puzze. In seguito, la crescita tumultuosa del M5S è divenuta a sua volta una causa – o almeno una concausa importante – dell’assenza di movimenti radicali in Italia, per via della sistematica «cattura» delle istanze delle lotte territoriali, soprattutto di quelle più «fotogeniche». Non c’è lotta «civica» su cui il M5S non abbia messo il cappello, descrivendosi come suo unico protagonista. Temi, rivendicazioni e parole d’ordine sono stati cooptati e rideclinati in un discorso confusionista e classicamente «né-né», cioè che si presenta come oltre la destra e oltre la sinistra. È un discorso che accumula sempre più contraddizioni, perché mette insieme ultraliberismo e difesa dei beni comuni, retorica della democrazia diretta e grillocentrico «principio del capo», appoggio ai No Tav che fanno disobbedienza civile e legalitarismo spicciolo che confonde l’etica col non avere condanne giudiziarie. Quest’ultimo aspetto era già evidente al primo V Day, quando dal palco Grillo accomunò Daniele Farina del Leoncavallo a gente in odore di mafia, solo perché anche lui aveva «condanne». Già tutto questo tanfa di cultura di destra, ma a essere destrorso è innanzitutto il racconto dell’Italia che fa Grillo.
Ecco, qual è il racconto di Grillo?
C’è un «Popolo onesto» (dato per indiviso al suo interno, niente classi, niente interessi contrapposti) e c’è una «Casta corrotta» descritta come esterna al «Popolo». Per risolvere i problemi dell’Italia, bisogna eleggere «le persone oneste», che non prenderanno «decisioni di destra» o «decisioni di sinistra»: prenderanno le decisioni «giuste». In questo, la retorica del grillismo è affine a quella del tanto odiato governo Monti: le questioni sono tecniche, non politiche. E’ un frame semplicistico e consolatorio, che rimuove le contraddizioni, non tocca le cause della crisi e offre nemici facili da riconoscere.
Ma perché il M5S oggi riscuote un enorme consenso anche presso persone di sinistra e attivisti dei movimenti precedenti?
Se Grillo e Casaleggio sono riusciti a fare questo, è perché i movimenti non hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune. Grillo personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che dobbiamo interrogarci. Il fatto che molte persone di sinistra anche radicale (addirittura protagonisti dei precedenti cicli di lotte) abbiano scelto Grillo «perché non c’è altro» è comprensibile, non è con loro che ce l’abbiamo, ma siamo convinti che il M5S sia una falsa soluzione, e il «non c’è altro» sia una conseguenza della «cattura» che dicevamo: se a ogni movimento viene sovrapposta la faccia di Grillo, è inevitabile avere l’impressione che si muova solo lui. Va spezzato l’incantesimo e, allo stesso tempo, bisogna avviare un duro lavoro di ricostruzione.
Parlavate dei No Tav. Il 23 marzo tutti i parlamentari M5S andranno in val susa a manifestare contro la tav, un segnale forte, il movimento fa proprie le istanze della valle. E questo si potrebbe ripetere per altri movimenti. Come può essere compatibile questa scelta di organicità ad un movimento reale con il frame di destra di M5S?
Dovrebbero essere loro a spiegare come si concilia l’appoggio a un movimento che non teme di ricorrere all’illegalità e ha praticato anche l’uso della forza, con una concezione di «onestà» che si limita alla fedina penale «pulita». Anche questa è una contraddizione che l’attivismo frenetico e appariscente cerca di tenere occultata: si corre di qua e di là proprio per non affrontare davvero nessun nodo di fondo.
Potete fare un esempio di un «nodo di fondo» che non vogliono affrontare?
Il «reddito di cittadinanza»: lo nominano di continuo, e questo era già un vecchio vizio del movimento «antagonista», soprattutto di certo post-operaismo un po’… «flower power». Ma cosa s’intende per «reddito di cittadinanza»? La questione si divide ulteriormente in due: cosa si intende per «reddito»? E’ un sussidio di disoccupazione? E’ il salario minimo? Sono mille euro a testa? E poi, li reperiamo tassando i ricchi oppure abolendo le pensioni e tagliando tutti gli stipendi pubblici? Certamente l’ultraliberista Casaleggio spinge per la seconda ipotesi, ma son tutti d’accordo? Inoltre, cosa s’intende per «cittadinanza»? E’ il principio universalistico nato dalla Rivoluzione Francese o è la sua declinazione nazionalista di destra? È loius soli o lo ius sanguinis ? Il mio vicino di casa dalla pelle scura, i cui figli vanno a scuola con i miei, è incluso o no? A giudicare da certe esternazioni razziste provenienti da esponenti M5S e da Grillo in persona, diremmo che non è incluso, e che il «reddito di cittadinanza» sarebbe erogato secondo criteri sciovinisti.
«Tifate» per la rivolta della base del movimento contro il vertice di M5S e la base. Ma di quale base stiamo parlando, visto che in M5S c’è il precario e la partita Iva, ma anche il piccolo imprenditore in crisi o il pensionato?
Su questo punto si è generato un equivoco. Per «tifare rivolta dentro il M5S» noi intendiamo l’auspicio che le contraddizioni si acuiscano ed esplodano. Questo non va confuso con un discorso perbenista sulla «base» che «è buona»: nella base ci sono parecchi fascisti e gente che fino a ieri si esaltava per Bossi o per Berlusconi, c’è anche quel tizio del M5S Pontedera che ha diramato un comunicato razzista raccapricciante, c’è quel grillino sardo che ha paragonato il matrimonio gay all’accoppiamento con animali… La «base» non è «buona», anche questo sarebbe un frame di destra, un far rientrare surrettiziamente il discorso del «Popolo» contro la «Casta», laddove in questo caso la casta sono Grillo e Casaleggio. No, noi ci auguriamo spaccature verticali e orizzontali, e su questioni concrete. Saranno le battaglie specifiche a mettere i grillini «di sinistra» di fronte a scelte che ormai non sono procrastinabili.
Pensate che Grillo accetterà l’offerta di «governare» per non «finire come in grecia»?
Casaleggio, che certamente si è divorato manuali di marketing come Prosperare sul caos di Tom Peters, si sta interrogando su come mantenere l’immagine del M5S come «grande scompigliatore» anche in una fase come questa, dove qualche decisione concreta andrà pur presa, e a qualunque decisione concreta andrà sacrificato qualcosa (e qualcuno). In ogni caso, qualunque strada scelgano, le contraddizioni di cui sopra non potranno restare occultate a lungo
sabato 26 gennaio 2013
Le quattro esigenze del lavoro
di Francesco Garibaldo
Dopo cinque anni di crisi e la prospettiva di almeno un altro anno di crisi, di cosa ha bisogno il mondo del lavoro? Le esigenze sono sia di natura economica e sociale sia democratica e politica. Il mondo del lavoro, infatti, sperimenta contemporaneamente: A. Dal punto di vista economico e sociale: una grave crisi occupazionale; una frammentazione e corporativizzazione di coloro che sono ancora occupati, ricattati dalla paura della disoccupazione e costretti ad accettare condizioni di lavoro sempre peggiori; una diminuzione consistente del potere di acquisto dei salari e degli stipendi, con l’espandersi di aree di povertà anche tra chi lavora; un’erosione del welfare, sia locale sia nazionale, con una riduzione del reddito non monetario. Dal punto di vista democratico e politico, la liquidazione progressiva della sua esistenza come soggetto collettivo, cui le forze politiche di governo devono fare riferimento, e come singolo lavoratore la sottrazione dei suoi diritti sociali e democratici nei luoghi di lavoro, come dimostra il pervicace rifiuto di consentire l’approvazione democratica delle piattaforme e delle ipotesi di contratto.
Che cosa occorrerebbe fare, quindi?In primo luogo creare posti di lavoro e difendere quelli esistenti. Tale obiettivo è irraggiungibile senza una messa in discussione del cuore stesso dell’impianto economico e sociale attuale dell’Unione Europea. Da questo punto di vista il confronto tra la Bce e la Federal Reserve è illuminante. L’una con il solo compito della stabilità monetaria, l’altra con il duplice compito della stabilità monetaria e del ciclo economico; l’una prigioniera, con qualche sussulto di Draghi, di un’ortodossia monetarista cieca e stupida, l’altra con la scelta, totalmente non convenzionale e creativa, di legare i tassi d’interesse direttamente al livello di disoccupazione sino al raggiungimento di un livello di disoccupazione considerabile frizionale. Se quindi le forze politiche che si candidano a guidare il paese vogliono seriamente creare dei posti di lavoro, in numero sufficiente a riassorbire la disoccupazione giovanile in tre anni, l’unica strada è di subordinare ogni altra manovra economica e finanziaria a tale obiettivo. In concreto ciò significa muoversi su due terreni: la domanda pubblica e una ripresa industriale. La domanda pubblica che può essere messa in moto in tempi brevi riguarda le grandi priorità dell’Italia: la difesa del territorio, la messa in sicurezza e l’adeguamento energetico dell’edilizia scolastica e degli edifici sedi di servizi pubblici, un piano energetico nazionale che affronti il problema della riconversione dell’edilizia residenziale, un piano per la mobilità pubblica nella direzione della sostenibilità ambientale e la realizzazione di un’infrastruttura di telecomunicazioni di ultima generazione.
In questa prospettiva bisogna fare un bilancio della stagione delle privatizzazioni, anche tenendo conto dell’esperienza europea complessiva, e riconsiderare la necessità di una presenza pubblica in alcune aree dei servizi.
La ripresa industriale non è possibile sulla base dell’assunto che il mercato selezioni quelli in grado di sopravvivere; è evidente ormai che tale insieme d’imprese riguarda una piccola minoranza. Non si vuole sostenere che occorre salvare le altre a prescindere; al contrario si vuole sostenere che partendo dalla nostra tradizione manifatturiera si tratta di riqualificare la struttura rispetto ai nuovi modelli di manifattura: ibrida, a risparmio energetico, con modelli d’innovazione aperti, basata sulla cooperazione industriale intersettoriale e con una forza lavoro stabile e ad alta qualificazione. Ciò richiede una politica industriale che non può ridursi né al dogma della creazione dell’ambiente idoneo per la competizione, né alla selezione dei campioni settoriali che dovrebbero poi trainare il resto. L’obiettivo della politica industriale è recuperare il grosso delle forze manifatturiere, il che significa creare gli strumenti per sostenere un sentiero d’innovazione anche delle Pmi.
Disastrosa da questo punto di vista è stata la politica dei governi Berlusconi e Monti sul lavoro; l’idea che l’Italia fosse impedita nella creazione di nuovi posti di lavoro da un’esagerata protezione del lavoro, ha semplicemente rimosso il vero problema che sta nell’incapacità del sistema produttivo di creare attività produttiva vendibile; a riprova di ciò le poche aziende italiane di successo sono nella maggior parte dei casi caratterizzate da occupazione stabile e buone condizioni di lavoro. La Fiat, per altro, dopo avere disintegrato ogni ragionevole parvenza di Relazioni Industriali non riesce a raggiungere livelli produttivi rilevanti.
Le misure di disarticolazione del mercato del lavoro -precarizzazione – e delle Relazioni Industriali – liquidazione progressiva del contratto nazionale con incentivi fiscali – e di messa in mora dei contratti – l’articolo otto della legge 2011 n.148 – e messa in mora delle tutele contro i licenziamenti – nuova versione dell’art. 18 nella legge 214 del 2011 – vanno quindi cancellate.
Una seria politica industriale ha bisogno anche di ammortizzatori sociali che difendano il patrimonio di lavoro e industriale esistente per rendere credibile un processo d’innovazione che non sia la pura registrazione di chi comunque sopravvivrebbe alla crisi. Vanno quindi rinnovati e modificati gli ammortizzatori sociali lungo la linea seguita dalla Germania in questi anni. Infine, sul piano materiale, occorre ridare potere d’acquisto ai salari e agli stipendi. La strada maestra è quella del circolo virtuoso ripresa produttiva basata sull'innovazione e su alti standard lavorativi – crescita occupazionale e aumento delle retribuzioni. Il circolo virtuoso può essere sostenuto con adeguate manovre fiscali e d’incentivazione.
Una necessità vitale per il mondo del lavoro italiano è metter fine alla gestione autoritaria e totalmente antidemocratica della rappresentanza e della validazione della contrattazione. Naturalmente vi è una responsabilità primaria delle organizzazioni sindacali ma, nel momento in cui l’intero sistema delle Relazioni Industriali italiane è collassato – grazie alle iniziative convergenti della Fiat, della Cisl, della Uil e del ministro Sacconi – vi è anche una responsabilità politica e governativa da assolvere. Va risolto, per legge, il problema della rappresentanza delle organizzazioni sindacali e la validazione democratica delle loro iniziative negoziali. Non si tratta solo, come sembra prevalere tra le forze politiche, di regolare la rappresentanza, magari con la trasformazione in legge dell’accordo del 2011, ma di risolvere, per via legislativa, il problema di come si risolve un contenzioso contrattuale tra organizzazioni la cui rappresentatività sia stata accertata. L’unica strada democratica è il voto di tutti quelli che sono oggetto di una regolazione contrattuale, a qualsiasi livello ciò accada.
dal Manifesto del 25 gennaio 2013
Dopo cinque anni di crisi e la prospettiva di almeno un altro anno di crisi, di cosa ha bisogno il mondo del lavoro? Le esigenze sono sia di natura economica e sociale sia democratica e politica. Il mondo del lavoro, infatti, sperimenta contemporaneamente: A. Dal punto di vista economico e sociale: una grave crisi occupazionale; una frammentazione e corporativizzazione di coloro che sono ancora occupati, ricattati dalla paura della disoccupazione e costretti ad accettare condizioni di lavoro sempre peggiori; una diminuzione consistente del potere di acquisto dei salari e degli stipendi, con l’espandersi di aree di povertà anche tra chi lavora; un’erosione del welfare, sia locale sia nazionale, con una riduzione del reddito non monetario. Dal punto di vista democratico e politico, la liquidazione progressiva della sua esistenza come soggetto collettivo, cui le forze politiche di governo devono fare riferimento, e come singolo lavoratore la sottrazione dei suoi diritti sociali e democratici nei luoghi di lavoro, come dimostra il pervicace rifiuto di consentire l’approvazione democratica delle piattaforme e delle ipotesi di contratto.
Che cosa occorrerebbe fare, quindi?In primo luogo creare posti di lavoro e difendere quelli esistenti. Tale obiettivo è irraggiungibile senza una messa in discussione del cuore stesso dell’impianto economico e sociale attuale dell’Unione Europea. Da questo punto di vista il confronto tra la Bce e la Federal Reserve è illuminante. L’una con il solo compito della stabilità monetaria, l’altra con il duplice compito della stabilità monetaria e del ciclo economico; l’una prigioniera, con qualche sussulto di Draghi, di un’ortodossia monetarista cieca e stupida, l’altra con la scelta, totalmente non convenzionale e creativa, di legare i tassi d’interesse direttamente al livello di disoccupazione sino al raggiungimento di un livello di disoccupazione considerabile frizionale. Se quindi le forze politiche che si candidano a guidare il paese vogliono seriamente creare dei posti di lavoro, in numero sufficiente a riassorbire la disoccupazione giovanile in tre anni, l’unica strada è di subordinare ogni altra manovra economica e finanziaria a tale obiettivo. In concreto ciò significa muoversi su due terreni: la domanda pubblica e una ripresa industriale. La domanda pubblica che può essere messa in moto in tempi brevi riguarda le grandi priorità dell’Italia: la difesa del territorio, la messa in sicurezza e l’adeguamento energetico dell’edilizia scolastica e degli edifici sedi di servizi pubblici, un piano energetico nazionale che affronti il problema della riconversione dell’edilizia residenziale, un piano per la mobilità pubblica nella direzione della sostenibilità ambientale e la realizzazione di un’infrastruttura di telecomunicazioni di ultima generazione.
In questa prospettiva bisogna fare un bilancio della stagione delle privatizzazioni, anche tenendo conto dell’esperienza europea complessiva, e riconsiderare la necessità di una presenza pubblica in alcune aree dei servizi.
La ripresa industriale non è possibile sulla base dell’assunto che il mercato selezioni quelli in grado di sopravvivere; è evidente ormai che tale insieme d’imprese riguarda una piccola minoranza. Non si vuole sostenere che occorre salvare le altre a prescindere; al contrario si vuole sostenere che partendo dalla nostra tradizione manifatturiera si tratta di riqualificare la struttura rispetto ai nuovi modelli di manifattura: ibrida, a risparmio energetico, con modelli d’innovazione aperti, basata sulla cooperazione industriale intersettoriale e con una forza lavoro stabile e ad alta qualificazione. Ciò richiede una politica industriale che non può ridursi né al dogma della creazione dell’ambiente idoneo per la competizione, né alla selezione dei campioni settoriali che dovrebbero poi trainare il resto. L’obiettivo della politica industriale è recuperare il grosso delle forze manifatturiere, il che significa creare gli strumenti per sostenere un sentiero d’innovazione anche delle Pmi.
Disastrosa da questo punto di vista è stata la politica dei governi Berlusconi e Monti sul lavoro; l’idea che l’Italia fosse impedita nella creazione di nuovi posti di lavoro da un’esagerata protezione del lavoro, ha semplicemente rimosso il vero problema che sta nell’incapacità del sistema produttivo di creare attività produttiva vendibile; a riprova di ciò le poche aziende italiane di successo sono nella maggior parte dei casi caratterizzate da occupazione stabile e buone condizioni di lavoro. La Fiat, per altro, dopo avere disintegrato ogni ragionevole parvenza di Relazioni Industriali non riesce a raggiungere livelli produttivi rilevanti.
Le misure di disarticolazione del mercato del lavoro -precarizzazione – e delle Relazioni Industriali – liquidazione progressiva del contratto nazionale con incentivi fiscali – e di messa in mora dei contratti – l’articolo otto della legge 2011 n.148 – e messa in mora delle tutele contro i licenziamenti – nuova versione dell’art. 18 nella legge 214 del 2011 – vanno quindi cancellate.
Una seria politica industriale ha bisogno anche di ammortizzatori sociali che difendano il patrimonio di lavoro e industriale esistente per rendere credibile un processo d’innovazione che non sia la pura registrazione di chi comunque sopravvivrebbe alla crisi. Vanno quindi rinnovati e modificati gli ammortizzatori sociali lungo la linea seguita dalla Germania in questi anni. Infine, sul piano materiale, occorre ridare potere d’acquisto ai salari e agli stipendi. La strada maestra è quella del circolo virtuoso ripresa produttiva basata sull'innovazione e su alti standard lavorativi – crescita occupazionale e aumento delle retribuzioni. Il circolo virtuoso può essere sostenuto con adeguate manovre fiscali e d’incentivazione.
Una necessità vitale per il mondo del lavoro italiano è metter fine alla gestione autoritaria e totalmente antidemocratica della rappresentanza e della validazione della contrattazione. Naturalmente vi è una responsabilità primaria delle organizzazioni sindacali ma, nel momento in cui l’intero sistema delle Relazioni Industriali italiane è collassato – grazie alle iniziative convergenti della Fiat, della Cisl, della Uil e del ministro Sacconi – vi è anche una responsabilità politica e governativa da assolvere. Va risolto, per legge, il problema della rappresentanza delle organizzazioni sindacali e la validazione democratica delle loro iniziative negoziali. Non si tratta solo, come sembra prevalere tra le forze politiche, di regolare la rappresentanza, magari con la trasformazione in legge dell’accordo del 2011, ma di risolvere, per via legislativa, il problema di come si risolve un contenzioso contrattuale tra organizzazioni la cui rappresentatività sia stata accertata. L’unica strada democratica è il voto di tutti quelli che sono oggetto di una regolazione contrattuale, a qualsiasi livello ciò accada.
dal Manifesto del 25 gennaio 2013
Intervista a Vladimiro Giacchè sul Monte dei Paschi
«Negli ultimi anni la sinistra italiana è stata subalterna ai poteri finanziari. Ha abbracciato con l’entusiasmo dei neofiti l’idea che il mercato senza Stato fosse la panacea di tutti i mali».
Critica doppiamente dura quella di Vladimiro Giacché. Intanto perché arriva da sinistra, visto che si presenta alle politiche con Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia. E poi perché di finanza il candidato arancione, almeno fino a martedì scorso, ne ha masticata parecchia. Cinquant’anni, laurea in filosofia alla Normale di Pisa, Giacchè ha scelto presto il mondo delle banche e dopo un’esperienza al Medio credito Centrale è stato stretto collaboratore di Matteo Arpe al vertice di Capitalia.
Da là è uscito proprio assieme ad Arpe e ad altri manager, dopo un duro braccio di ferro con Cesare Geronzi, per fondare Sator, un operatore di private equity che in Italia ha preso il controllo di Banca Profilo.
Giacché scusi, ma che ci fa un banchiere con Ingroia?
«Un bancario e non un banchiere»
Questa è la battuta con cui se la cava sempre Alessandro Profumo…
«Ma lui è un banchiere davvero» .
Quanto ha guadagnato nel 2012?
«Pubblicheremo i nostri redditi sul sito. Comunque circa 100 mila euro. Creando Sator ci siamo ridotti gli stipendi. E da martedì sono in aspettativa non retribuita ».
Però lei è azionista di Sator, no?
«Sì, ho l’1,4% del capitale».
Lei parla di subalternità della sinistra alla finanza. Nel caso di Mps, però, non è stata invece la banca subalterna al Pd?
«Subalternità nel senso che la sinistra non ha fatto valere le istanze di chi dovrebbe rappresentare e si è accontentata in cambio di qualche posto in cda o comunque di una fettina di potere. Penso anche all’atteggiamento nelle privatizzazioni degli Anni ’90 e in particolare a quella di Telecom. O a operazioni come quelle che hanno portato Sergio Chiamparino al vertice della Compagnia di San Paolo».
Dall'alta finanza a Ingroia. E’ una conversione o un ritorno a casa, per lei figlio di un parlamentare Pci? Il suo nome richiama forse il più noto Vladimir Ili’c?
«Non lo escluderei».
Dunque conversione o no?
«No. Io la vedo come una mossa in continuità con la mia cultura e anche con la mia attività».
Difficile seguire questa continuità.
«Semplice, vedo nei programmi di Rivoluzione Civile elementi che servono a modernizzare davvero il Paese».
E quali?
«Le cito quattro punti. La lotta per la legalità, che è essenziale per rilanciare l’economia. Il fatto che la modernizzazione e la crescita devono andare assieme all'equità sociale anche perché se si continua solo a incidere sui salari le imprese non hanno un incentivo ad aumentare la produttività investendo in Ricerca e Sviluppo. E poi un riequilibrio tra settore pubblico e privato, dando più peso al primo…»
La fermo. Vuole rinazionalizzare?
«Penso che nel settore del credito serva un istituto a medio termine pubblico che finanzi gli investimenti delle imprese. La Germania ce l’ha, noi l’avevamo e l’abbiamo privatizzato senza buoni frutti. E poi quando lo Stato interviene in soccorso di una banca, come sta avvenendo per Mps, deve prendere anche una partecipazione nel capitale».
E il quarto punto?
«E’ l’Europa. Dobbiamo assolutamente rinegoziare il fiscal compact. La politica di austerità, per citare Talleyrand, è peggio di un delitto, è un errore. E se troppo depressive colpiscono anche le finanze pubbliche».
Sembra di sentire Berlusconi…
«Lui e Tremonti ora dicono che l’Europa è cattiva, ma sono loro che hanno accettato queste politiche».
Lei ha curato un volume di scritti di Karl Marx. Oggi si può leggere quello che accade con quegli strumenti?
«La lettura marxiana è l’unica che permette di capire che questa e altre crisi non sono incidenti di percorso, ma fenomeni insiti in un’economia basata sul debito e la finanza. E le assicuro che come me lo pensano molti altri professionisti e finanzieri».
Giacché scusi, ma che ci fa un banchiere con Ingroia?
«Un bancario e non un banchiere»
Questa è la battuta con cui se la cava sempre Alessandro Profumo…
«Ma lui è un banchiere davvero» .
Quanto ha guadagnato nel 2012?
«Pubblicheremo i nostri redditi sul sito. Comunque circa 100 mila euro. Creando Sator ci siamo ridotti gli stipendi. E da martedì sono in aspettativa non retribuita ».
Però lei è azionista di Sator, no?
«Sì, ho l’1,4% del capitale».
Lei parla di subalternità della sinistra alla finanza. Nel caso di Mps, però, non è stata invece la banca subalterna al Pd?
«Subalternità nel senso che la sinistra non ha fatto valere le istanze di chi dovrebbe rappresentare e si è accontentata in cambio di qualche posto in cda o comunque di una fettina di potere. Penso anche all’atteggiamento nelle privatizzazioni degli Anni ’90 e in particolare a quella di Telecom. O a operazioni come quelle che hanno portato Sergio Chiamparino al vertice della Compagnia di San Paolo».
Dall'alta finanza a Ingroia. E’ una conversione o un ritorno a casa, per lei figlio di un parlamentare Pci? Il suo nome richiama forse il più noto Vladimir Ili’c?
«Non lo escluderei».
Dunque conversione o no?
«No. Io la vedo come una mossa in continuità con la mia cultura e anche con la mia attività».
Difficile seguire questa continuità.
«Semplice, vedo nei programmi di Rivoluzione Civile elementi che servono a modernizzare davvero il Paese».
E quali?
«Le cito quattro punti. La lotta per la legalità, che è essenziale per rilanciare l’economia. Il fatto che la modernizzazione e la crescita devono andare assieme all'equità sociale anche perché se si continua solo a incidere sui salari le imprese non hanno un incentivo ad aumentare la produttività investendo in Ricerca e Sviluppo. E poi un riequilibrio tra settore pubblico e privato, dando più peso al primo…»
La fermo. Vuole rinazionalizzare?
«Penso che nel settore del credito serva un istituto a medio termine pubblico che finanzi gli investimenti delle imprese. La Germania ce l’ha, noi l’avevamo e l’abbiamo privatizzato senza buoni frutti. E poi quando lo Stato interviene in soccorso di una banca, come sta avvenendo per Mps, deve prendere anche una partecipazione nel capitale».
E il quarto punto?
«E’ l’Europa. Dobbiamo assolutamente rinegoziare il fiscal compact. La politica di austerità, per citare Talleyrand, è peggio di un delitto, è un errore. E se troppo depressive colpiscono anche le finanze pubbliche».
Sembra di sentire Berlusconi…
«Lui e Tremonti ora dicono che l’Europa è cattiva, ma sono loro che hanno accettato queste politiche».
Lei ha curato un volume di scritti di Karl Marx. Oggi si può leggere quello che accade con quegli strumenti?
«La lettura marxiana è l’unica che permette di capire che questa e altre crisi non sono incidenti di percorso, ma fenomeni insiti in un’economia basata sul debito e la finanza. E le assicuro che come me lo pensano molti altri professionisti e finanzieri».
da La Stampa del 24 gennaio 2013
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