di Valentino Parlato
Il decreto antiromeni se non fascista, certo fascistizzante, non può essere approvato, non dovrebbe essere approvato, dai parlamentari del neonato Partito democratico e tanto più da quelli di Rifondazione, dai verdi e dai comunisti italiani.
Tanto più dovrebbe essere respinto dalle forze di centro-sinistra e di sinistra ove ci fosse il consenso della Casa delle libertà e dell'ex Movimento sociale di Fini. Affermare, per legge, che chi non riesce a guadagnarsi il cosiddetto pane quotidiano va cacciato e con espulsione «coatta» è solo l'anticipazione, nazista, che i poveri vanno ammazzati.
La questione è politica e anche morale. E il nostro paese sta facendo una figuraccia internazionale. Ieri tutti i giornali d'Europa (i loro paesi non sono tanto meglio del nostro) ci hanno accusato di essere un po' selvaggi e lontani dalla civiltà europea. I giornali di quei paesi imbrogliano. Anche loro sono piuttosto come noi, tuttavia il comportamento del nostro attuale governo ha dato loro il destro di metterci alla gogna. Oltre che l'errore di principio, di moralità politica, l'attuale governo, i partiti che lo sostengono e, soprattutto, il suo ministro degli interni sono stati goffi, subalterni e autolesionisti.
Tutto questo per dire che un paese serio risponde alle sfide che lo investono e non soggiace ad esse. Tanto più che il nostro paese è stato un paese di grande emigrazione e dovrebbe ricordare che i siciliani negli Usa erano considerati assai peggio dei rumeni e dei rom. Tuttavia, se non sbaglio, gli Stati uniti non fecero mai una legge per l'espulsione coatta dei siciliani e degli italiani.
Certo, l'Italia oggi è un paese diviso tra i delusi delle speranze di rinnovamento socialista e i soliti, storici reazionari, che hanno sempre accompagnato la nostra storia nazionale. L'affare dei romeni e dei rom e del decreto caccia stranieri, benché europei, è il terreno di confronto tra la civiltà e la reazione troglodita, non dico tra la sinistra e la destra in un normale confronto democratico.
Non dico che saremmo alla «difesa della razza» (di tremenda memoria), ma all'esaltazione dell'egoismo di gruppo o di famiglia.
Domani, o qualche giorno dopo, vedremo quel che accadrà. Certo se quelle forze che ancora si dicono di sinistra e non soltanto democratiche daranno via libera a quel decreto, sarà un terribile passo indietro della nostra civiltà.
Se le forze di sinistra, che si dicono ancora di sinistra, daranno via libera a questo decreto ammazza immigrati, vorrà dire che siamo a una crisi della democrazia italiana, che siamo a un fascismo di sostanza anche se non dichiarato. Mi si obietta: ma se le forze di sinistra voteranno contro potrà cadere il governo Prodi e si aprirebbe la via al ritorno di Berlusconi. Questo rischio c'è, ma forse è preferibile un ritorno di Berlusconi a una berlusconizzazione di noi stessi.
da Il Manifesto del 6 novembre 2007
mercoledì 7 novembre 2007
lunedì 5 novembre 2007
I deportati dalla Libia in Italia
Intervista a Angelo Del Boca «La guerra del 1911 crimine della nostra storia.». Domani un convegno a Roma
I danni di guerra sono stati rimborsati con taccagneria. Resta aperto il contenzioso con la Libia di Gheddafi che si aspetta a saldo dei suoi 100mila morti non promesse materiali ma il riconoscimento del loro sacrificio negato 29 ottobre 1911, alle Tremiti e a Ustica sbarcano i primi 2.975 esiliati. Presi a caso per le strade di Tripoli, stivati a forza nelle navi, senza alcuna prova di colpevolezza. Fra di loro bimbi in tenera età, donne e vecchi. Molti non sopravviveranno.
di Tommaso Di Francesco
Si apre domani, 29 ottobre, all'Archivio centrale di stato (ore 10, piazzale degli Archivi, 27) il convegno «I deportati libici in Italia negli anni 1911- 1912». La data del 29 ottobre è stata scelta perché è quella dell'arrivo della prima nave di esiliati libici nelle Isole Tremiti. Il Comune del piccolo arcipelago è il promotore dell'iniziativa. Che ha il patrocinio del Ministero degli esteri italiano, la collaborazione dell'Ambasciata libica, dell'Isiao, insieme alla collaborazione dei comuni di Favignana, Ponza e Ustica, che hanno avuto il triste primato di avere ospitato i luoghi di detenzione dove si è consumata la vita di centinaia e centinaia di disperati. Abbiamo rivolto alcune domande ad Angelo Del Boca storico del colonialismo italiano.
L'avventura coloniale italiana in Libia (1911-1943) mostra da subito particolari forme di repressione: rappresaglie, uso di gas asfissianti proibiti e bombe incendiare contro i civili, i primi campi di concentramento per civili del ventesimo secolo. Perché questa violenza rabbiosa e diffusa, tanto che lei nelle sue opere parla di genocidio?
La reazione violenta e rabbiosa delle autorità civili e militari italiane fu causata, innanzitutto, dalla spiacevole sorpresa di vedere che i libici solidarizzavano, al momento dello sbarco, nell'ottobre del 1911, con le truppe turche di guarnigione ed anzi costituivano i reparti più aggressivi. Giolitti, male informato, era persuaso che gli abitanti della Tripolitania e della Cirenaica attendessero l'arrivo degli italiani con autentica gioia. Deluso ed irritato, inviava al generale Caneva quei nefasti telegrammi con i quali ordinava stragi e deportazioni. Non soltanto gli italiani avevano sottostimato il patriottismo arabo, ma erano convinti che un «popolo di beduini» non sarebbe stato in grado di opporre una valida resistenza. Dovevano amaramente ricredersi. Già il 23 ottobre subivano, a Sciara Sciat, una pesante sconfitta con un bilancio di 21 ufficiali e 482 soldati uccisi. Ma non era che l'inizio. Nel 1915, durante la «grande rivolta araba», gli italiani avrebbero perso tutti i territori conquistati ed avrebbero conservato soltanto alcuni porti, dopo una frettolosa e disperate ritirata che era costata diecimila morti. Ci vollero vent'anni per riconquistare integralmente la Libia e l'uso di tutti i mezzi, compresi quelli proibiti. In effetti, la civilissima Italia giungeva ad impiegare l'iprite e il fosgene sulle popolazioni civili, nonostante che il governo di Mussolini avesse firmato la convenzione di Ginevra che proibiva l'impiego dei gas.
Quanti furono i deportati libici nel paese, gli esiliati fuori dalla Libia nelle isole italiane che allora erano tra i luoghi più impervi e malsani, e quante le vittime di questa repressione di massa?
I deportati libici in Italia superarono i 4 mila nel solo ottobre del 1911. In seguito, dopo ogni rovescio, le colonie penali italiane vedevano giungere altri confinati, dei quali però non è stato possibile tenere precisa contabilità. Siamo, invece, molto più informati sui libici che furono internati nei campi di concentramento del Sud-Bengasino e della Sirtica. Come è noto, l'idea di rinchiudere in tredici lager gran parte della popolazione della Cirenaica venne al generale Badoglio quando si accorse che la controguerriglia tradizionale non dava alcun frutto ed era assolutamente necessario isolare Omar el-Mukthar e i suoi mugiahidin. Scriveva infatti Badoglio e Graziani: «Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione». Badoglio era perfettamente consapevole del pericolo che incombeva sui libici, ma non modificò i suoi piani. Il risultato fu che dei 100 mila libici internati nei lager, 40 mila morirono per le epidemie, le spaventose condizioni igieniche dei campi, la scarsa e cattiva alimentazione, le frequenti decimazioni.
Quanto la mancanza di una memoria storica accettata - tuttora i libri di testo italiani non menzionano queste atrocità ed è ancora impossibile vedere il film sull'eroe libico Omar el-Mukhtar giustiziato dalle truppe d'occupazione fasciste guidate da Graziani - ha alimentato al contrario il mito di una occupazione italiana bonaria, alla «brava gente»?
Ovviamente su tutto ciò che accadeva di violento e negativo in Libia l'opinione pubblica italiana non veniva informata. La censura era rigidissima sia nel periodo della liberaldemocrazia che durante il ventennio fascista. Ma ciò che sorprende e indigna è che il silenzio sulle deportazioni e le stragi, consumate in Libia come in Etiopia, è stato mantenuto in Italia anche nel secondo dopoguerra, a libertà e democrazia ristabilite. Ancora oggi i testi scolastici, salvo poche eccezioni, ignorano quei gravissimi fatti o li minimizzano. E si dà il caso che un film sulla resistenza libica, «Il leone nel deserto», sia stato in pratica proibito e visionato soltanto nei cineclub. Ciò che prevale ancora oggi in Italia, nonostante le precise ed assordanti rivelazioni sui misfatti del colonialismo italiano, è una visione mitica e bonaria delle nostre imprese coloniali.
In che modo questa responsabilità storica ha costituito e costituisce un elemento irrisolto di quello che il governo libico chiama «mancato risarcimento delle vittime»? Cosa chiede ancora la Libia che non non riusciamo ad esaudire ma che promettiamo soltanto?
I risarcimenti dei danni di guerra, richiesti dalla Libia e dall'Etiopia, sono stati rimborsati con estrema taccagneria, al punto da aprire, specie con la Libia di Gheddafi, un eterno contenzioso. Si è allora cercato, con altrettanta grettezza, di saldare il debito materiale e morale con la promessa di costruire un ospedale o una strada litoranea. Ma ciò che si attendono veramente i libici, a saldo dei loro 100 mila morti, non sono tanto dei beni materiali quanto il riconoscimento del loro sacrificio, della loro dignità troppo a lungo calpestata, del loro patriottismo sovente negato. Salvo alcune nobili parole dell'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema, il 1º dicembre 1999, dinanzi al monumento ai martiri di Sciara Sciat, i vertici dello Stato italiano continuano ad ignorare i fatti e i loro debiti morali.
Come giudichi questa iniziativa nella quale, dopo il mausoleo allestito alle Tremiti l'anno scorso, proprio le piccole isole della deportazione prendono la voce della memoria?
Mi sembra estremamente lodevole che sia stato il sindaco delle Isole Tremiti a convocare questa giornata di studi sui deportati. E' proprio nelle Tremiti e ad Ustica che sbarcano, tra il 29 ottobre e il 3 novembre 1911, i primi 2.975 deportati. Sono stati raccolti a caso per le strade di Tripoli e poi ammucchiati nelle stive delle navi, senza alcuna prova di colpevolezza. Fra gli esiliati ci sono bimbi in tenera età, donne e persino un vecchio di 90 anni. Molti non sopravviveranno ai rigori della prigionia, alla cattiva alimentazione, all'angoscia per la separazione dai famigliari.
La disperazione dei deportati libici rimanda alla nuovissima tragedia dell'immigrazione che fugge dalla grande miseria dell'Africa. Non ti sembra che permanga una forma malcelata di colonialismo nella pressante richiesta da parte italiana e europea - il muro di Shengen - alla Libia perché si trasformi in gendarme degli immigrati?
I Centri istituiti in Libia negli ultimi anni, nell'ambito della lotta all'immigrazione clandestina, con il consenso e il finanziamento delle autorità italiane, non si possono configurare certo come autentici campi di concentramento, ma essi rientrano tuttavia in quel novero di strumenti odiosi che credevamo estinti. Pertanto rivolgiamo un invito alle autorità italiane e libiche a ricercare strumenti più umani per risolvere i problemi della convivenza. Aggiungere sofferenze a sofferenze non fa che acuire il contrasto fra il sud e il nord del pianeta, con tutte le conseguenze che sappiamo.
dal Manifesto del 28 ottobre 2007
I danni di guerra sono stati rimborsati con taccagneria. Resta aperto il contenzioso con la Libia di Gheddafi che si aspetta a saldo dei suoi 100mila morti non promesse materiali ma il riconoscimento del loro sacrificio negato 29 ottobre 1911, alle Tremiti e a Ustica sbarcano i primi 2.975 esiliati. Presi a caso per le strade di Tripoli, stivati a forza nelle navi, senza alcuna prova di colpevolezza. Fra di loro bimbi in tenera età, donne e vecchi. Molti non sopravviveranno.
di Tommaso Di Francesco
Si apre domani, 29 ottobre, all'Archivio centrale di stato (ore 10, piazzale degli Archivi, 27) il convegno «I deportati libici in Italia negli anni 1911- 1912». La data del 29 ottobre è stata scelta perché è quella dell'arrivo della prima nave di esiliati libici nelle Isole Tremiti. Il Comune del piccolo arcipelago è il promotore dell'iniziativa. Che ha il patrocinio del Ministero degli esteri italiano, la collaborazione dell'Ambasciata libica, dell'Isiao, insieme alla collaborazione dei comuni di Favignana, Ponza e Ustica, che hanno avuto il triste primato di avere ospitato i luoghi di detenzione dove si è consumata la vita di centinaia e centinaia di disperati. Abbiamo rivolto alcune domande ad Angelo Del Boca storico del colonialismo italiano.
L'avventura coloniale italiana in Libia (1911-1943) mostra da subito particolari forme di repressione: rappresaglie, uso di gas asfissianti proibiti e bombe incendiare contro i civili, i primi campi di concentramento per civili del ventesimo secolo. Perché questa violenza rabbiosa e diffusa, tanto che lei nelle sue opere parla di genocidio?
La reazione violenta e rabbiosa delle autorità civili e militari italiane fu causata, innanzitutto, dalla spiacevole sorpresa di vedere che i libici solidarizzavano, al momento dello sbarco, nell'ottobre del 1911, con le truppe turche di guarnigione ed anzi costituivano i reparti più aggressivi. Giolitti, male informato, era persuaso che gli abitanti della Tripolitania e della Cirenaica attendessero l'arrivo degli italiani con autentica gioia. Deluso ed irritato, inviava al generale Caneva quei nefasti telegrammi con i quali ordinava stragi e deportazioni. Non soltanto gli italiani avevano sottostimato il patriottismo arabo, ma erano convinti che un «popolo di beduini» non sarebbe stato in grado di opporre una valida resistenza. Dovevano amaramente ricredersi. Già il 23 ottobre subivano, a Sciara Sciat, una pesante sconfitta con un bilancio di 21 ufficiali e 482 soldati uccisi. Ma non era che l'inizio. Nel 1915, durante la «grande rivolta araba», gli italiani avrebbero perso tutti i territori conquistati ed avrebbero conservato soltanto alcuni porti, dopo una frettolosa e disperate ritirata che era costata diecimila morti. Ci vollero vent'anni per riconquistare integralmente la Libia e l'uso di tutti i mezzi, compresi quelli proibiti. In effetti, la civilissima Italia giungeva ad impiegare l'iprite e il fosgene sulle popolazioni civili, nonostante che il governo di Mussolini avesse firmato la convenzione di Ginevra che proibiva l'impiego dei gas.
Quanti furono i deportati libici nel paese, gli esiliati fuori dalla Libia nelle isole italiane che allora erano tra i luoghi più impervi e malsani, e quante le vittime di questa repressione di massa?
I deportati libici in Italia superarono i 4 mila nel solo ottobre del 1911. In seguito, dopo ogni rovescio, le colonie penali italiane vedevano giungere altri confinati, dei quali però non è stato possibile tenere precisa contabilità. Siamo, invece, molto più informati sui libici che furono internati nei campi di concentramento del Sud-Bengasino e della Sirtica. Come è noto, l'idea di rinchiudere in tredici lager gran parte della popolazione della Cirenaica venne al generale Badoglio quando si accorse che la controguerriglia tradizionale non dava alcun frutto ed era assolutamente necessario isolare Omar el-Mukthar e i suoi mugiahidin. Scriveva infatti Badoglio e Graziani: «Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione». Badoglio era perfettamente consapevole del pericolo che incombeva sui libici, ma non modificò i suoi piani. Il risultato fu che dei 100 mila libici internati nei lager, 40 mila morirono per le epidemie, le spaventose condizioni igieniche dei campi, la scarsa e cattiva alimentazione, le frequenti decimazioni.
Quanto la mancanza di una memoria storica accettata - tuttora i libri di testo italiani non menzionano queste atrocità ed è ancora impossibile vedere il film sull'eroe libico Omar el-Mukhtar giustiziato dalle truppe d'occupazione fasciste guidate da Graziani - ha alimentato al contrario il mito di una occupazione italiana bonaria, alla «brava gente»?
Ovviamente su tutto ciò che accadeva di violento e negativo in Libia l'opinione pubblica italiana non veniva informata. La censura era rigidissima sia nel periodo della liberaldemocrazia che durante il ventennio fascista. Ma ciò che sorprende e indigna è che il silenzio sulle deportazioni e le stragi, consumate in Libia come in Etiopia, è stato mantenuto in Italia anche nel secondo dopoguerra, a libertà e democrazia ristabilite. Ancora oggi i testi scolastici, salvo poche eccezioni, ignorano quei gravissimi fatti o li minimizzano. E si dà il caso che un film sulla resistenza libica, «Il leone nel deserto», sia stato in pratica proibito e visionato soltanto nei cineclub. Ciò che prevale ancora oggi in Italia, nonostante le precise ed assordanti rivelazioni sui misfatti del colonialismo italiano, è una visione mitica e bonaria delle nostre imprese coloniali.
In che modo questa responsabilità storica ha costituito e costituisce un elemento irrisolto di quello che il governo libico chiama «mancato risarcimento delle vittime»? Cosa chiede ancora la Libia che non non riusciamo ad esaudire ma che promettiamo soltanto?
I risarcimenti dei danni di guerra, richiesti dalla Libia e dall'Etiopia, sono stati rimborsati con estrema taccagneria, al punto da aprire, specie con la Libia di Gheddafi, un eterno contenzioso. Si è allora cercato, con altrettanta grettezza, di saldare il debito materiale e morale con la promessa di costruire un ospedale o una strada litoranea. Ma ciò che si attendono veramente i libici, a saldo dei loro 100 mila morti, non sono tanto dei beni materiali quanto il riconoscimento del loro sacrificio, della loro dignità troppo a lungo calpestata, del loro patriottismo sovente negato. Salvo alcune nobili parole dell'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema, il 1º dicembre 1999, dinanzi al monumento ai martiri di Sciara Sciat, i vertici dello Stato italiano continuano ad ignorare i fatti e i loro debiti morali.
Come giudichi questa iniziativa nella quale, dopo il mausoleo allestito alle Tremiti l'anno scorso, proprio le piccole isole della deportazione prendono la voce della memoria?
Mi sembra estremamente lodevole che sia stato il sindaco delle Isole Tremiti a convocare questa giornata di studi sui deportati. E' proprio nelle Tremiti e ad Ustica che sbarcano, tra il 29 ottobre e il 3 novembre 1911, i primi 2.975 deportati. Sono stati raccolti a caso per le strade di Tripoli e poi ammucchiati nelle stive delle navi, senza alcuna prova di colpevolezza. Fra gli esiliati ci sono bimbi in tenera età, donne e persino un vecchio di 90 anni. Molti non sopravviveranno ai rigori della prigionia, alla cattiva alimentazione, all'angoscia per la separazione dai famigliari.
La disperazione dei deportati libici rimanda alla nuovissima tragedia dell'immigrazione che fugge dalla grande miseria dell'Africa. Non ti sembra che permanga una forma malcelata di colonialismo nella pressante richiesta da parte italiana e europea - il muro di Shengen - alla Libia perché si trasformi in gendarme degli immigrati?
I Centri istituiti in Libia negli ultimi anni, nell'ambito della lotta all'immigrazione clandestina, con il consenso e il finanziamento delle autorità italiane, non si possono configurare certo come autentici campi di concentramento, ma essi rientrano tuttavia in quel novero di strumenti odiosi che credevamo estinti. Pertanto rivolgiamo un invito alle autorità italiane e libiche a ricercare strumenti più umani per risolvere i problemi della convivenza. Aggiungere sofferenze a sofferenze non fa che acuire il contrasto fra il sud e il nord del pianeta, con tutte le conseguenze che sappiamo.
dal Manifesto del 28 ottobre 2007
Dalle piccole isole italiane una grande lezione di storia
Valentino Parlato
Nel 1911, per tenersi buona la destra, Giovanni Giolitti (uno dei politici più abili che l'Italia abbia avuto) dichiarò guerra alla Turchia e avviò l'occupazione della Libia. Non fu una guerra facile, non tanto per le truppe turche, ma per la resistenza dei libici. Anche mio nonno partecipò a quell'occupazione e tanto non sopportava la cosiddetta disciplina che aveva deciso di sparare al suo comandante; per fortuna un suo compagno d'armi lo dissuase.
Quella guerra, proprio per la resistenza libica, valga per tutti ricordare Omar el-Mukhtar proditoriamente e barbaramente impiccato dai comandi delle truppe italiane, non fu facile. Però produsse una barbara e inattesa trovata: la deportazione dei libici resistenti o sospetti di resistenza. Caricate come bestie sulle navi queste persone furono deportate nelle isole: le Tremiti, Favignana, Ponza, Ustica. Deportati nelle isole e lì abbandonati a morire. Gli «italiani brava gente» queste deportazioni hanno fatto tra il 1911 e il 1912, ben prima del fascismo che poi, direi inevitabilmente, arrivò.
E' una memoria triste e che fa vergogna, ma che è parte della nostra storia e non va dimenticata. Quindi dobbiamo dire, proprio come italiani, grazie al sindaco delle Tremiti che si è fatto promotore di questa cerimonia del ricordo e insieme con lui i comuni di Favignana, Ponza e Ustica. Un grazie anche all'Ambasciata di Libia - domani sarà presente l'ambasciatore Abdulhafed Gaddur -, all'Isiao e all'Archivio centrale di stato. Un grazie, molto convinto, anche al ministro degli Esteri Massimo D'Alema, la cui presenza sta a significare che l'Italia di oggi vuole scoprire gli scheletri lasciati nell'armadio, e proprio per questo dà grande importanza alla memoria; sa bene che non si realizza un vero mutamento, rimuovendo il passato. Per tutto questo - e nel caso mio anche per memorie libiche - saremo in molti domani 29 ottobre nella sede dell'Archivio centrale di Stato a Roma, dove buoni relatori ci parleranno della storia dei deportati libici in Italia.
La memoria è la storia. E dimenticare il passato rende oscuro e difficile l'avvenire.
------------------------------
«Alle Tremiti siamo in 400, come tutti gli esiliati morti»
Nell'isola è stato edificato nel 2006, sopra la grande fossa comune, il primo mausoleo italiano per i deportati libici. Il sindaco Calabrese: «Per restituire dignità»
«I deportati libici in Italia negli anni 1911-1912»: è il titolo del convegno che si apre domani, lunedì 29 a Roma presso l'Archivio Centrale delo stato (piazzale degli Archivi, 27 - ore 10) organizzato dal Comune delle Isole Tremiti, con il patrocinio del Ministero degli esteri e in collaborazione con l'Ambasciata di Libia, l'Isiao - Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente, l'Archivio centrale delo Stato, il Centro studi storici di Tripoli, e ancora piccole isole che hanno visto la deportazione coloniale come i comuni di Favignana, Ponza, Ustica. Ed è sicuramente un dato di valore che una memoria così troppo spesso non accettata, quella del colonialismo italiano, sia invece ricordata dalle piccole isole che, stavolta sono state capaci di coinvolgere con la loro iniziativa anche il governo italiano.
«Il senso di questa iniziativa - ci spiega Giuseppe Calabrese, sindaco delle Tremiti - è innanzitutto questo: noi isolani abbiamo voluto restituire dignità a persone che non ci sono più, di qualunque nazionalità siano, perché la dignità non ha colorazioni particolari, e che finora invece erano stati quasi cancellati, messi alla rinfusa in anonime fosse comuni. Perché secondo me la storia delle persone va rivalutata, a qualunque realtà nazionale appartengano. Per noi la dignità ha un solo colore e quindi abbiamo voluto ridare dignità a morti che erano sulle nostre isole così messi alla rinfusa, dimenticati in una fossa comune e abbiamo voluto dare loro un riconoscimento che finora non è ancora arrivato da nessuno».
Gli abitanti delle isole Tremiti, racconta il sindaco, sono circa 400, quasi quanto gli stessi deportati seppelliti. E le piccole isole che sulla memoria diventano grandi - chiediamo? «C'è stato come una scambio, pieno di scoperte - continua Giuseppe Calabrese - che riguarda perfino cimiteri di pescatori in isole dell'Egeo, ma che vuole impegnarsi anche sui cimiteri spesso dimenticati dei caduti italiani nelle avventure coloniali italiane».
Il fatto è che il comune delle Tremiti dal 2006 ha anticipato questa iniziativa sulla memoria. «Sin da ragazzo passavo nella parte più lontana dell'isola di S. Nicola dove c'è un cimitero che risale all'epoca dei benedettini» spiega il sindaco. Lì c'era un'abbazia ed era all'epoca l'unica isola abitata. Sopra ci passavano capre e le persone non sapevano nemmeno che laggiù in fondo fossero stati seppelliti in una fossa comune i deportati libici morti di stenti e malattie alle Tremiti.
Così, con un po' di fondi messi a disposizione dal ministero degli esteri e un po' di soldi trovati tra gli isolani, le Tremiti hanno eretto il primo mausoleo in terra italiana per i deportati libici. «E' venuto qui un imam che prima ha sconsacrato il luogo poi lo ha riconsacrato secondo il rito musulmano. In fondo il nostro mausoleo è stato solo un riconoscimento di dignità, un gesto molto semplice», conclude il sindaco Calabrese.
dal Manifesto del 28 ottobre 2007
Nel 1911, per tenersi buona la destra, Giovanni Giolitti (uno dei politici più abili che l'Italia abbia avuto) dichiarò guerra alla Turchia e avviò l'occupazione della Libia. Non fu una guerra facile, non tanto per le truppe turche, ma per la resistenza dei libici. Anche mio nonno partecipò a quell'occupazione e tanto non sopportava la cosiddetta disciplina che aveva deciso di sparare al suo comandante; per fortuna un suo compagno d'armi lo dissuase.
Quella guerra, proprio per la resistenza libica, valga per tutti ricordare Omar el-Mukhtar proditoriamente e barbaramente impiccato dai comandi delle truppe italiane, non fu facile. Però produsse una barbara e inattesa trovata: la deportazione dei libici resistenti o sospetti di resistenza. Caricate come bestie sulle navi queste persone furono deportate nelle isole: le Tremiti, Favignana, Ponza, Ustica. Deportati nelle isole e lì abbandonati a morire. Gli «italiani brava gente» queste deportazioni hanno fatto tra il 1911 e il 1912, ben prima del fascismo che poi, direi inevitabilmente, arrivò.
E' una memoria triste e che fa vergogna, ma che è parte della nostra storia e non va dimenticata. Quindi dobbiamo dire, proprio come italiani, grazie al sindaco delle Tremiti che si è fatto promotore di questa cerimonia del ricordo e insieme con lui i comuni di Favignana, Ponza e Ustica. Un grazie anche all'Ambasciata di Libia - domani sarà presente l'ambasciatore Abdulhafed Gaddur -, all'Isiao e all'Archivio centrale di stato. Un grazie, molto convinto, anche al ministro degli Esteri Massimo D'Alema, la cui presenza sta a significare che l'Italia di oggi vuole scoprire gli scheletri lasciati nell'armadio, e proprio per questo dà grande importanza alla memoria; sa bene che non si realizza un vero mutamento, rimuovendo il passato. Per tutto questo - e nel caso mio anche per memorie libiche - saremo in molti domani 29 ottobre nella sede dell'Archivio centrale di Stato a Roma, dove buoni relatori ci parleranno della storia dei deportati libici in Italia.
La memoria è la storia. E dimenticare il passato rende oscuro e difficile l'avvenire.
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«Alle Tremiti siamo in 400, come tutti gli esiliati morti»
Nell'isola è stato edificato nel 2006, sopra la grande fossa comune, il primo mausoleo italiano per i deportati libici. Il sindaco Calabrese: «Per restituire dignità»
«I deportati libici in Italia negli anni 1911-1912»: è il titolo del convegno che si apre domani, lunedì 29 a Roma presso l'Archivio Centrale delo stato (piazzale degli Archivi, 27 - ore 10) organizzato dal Comune delle Isole Tremiti, con il patrocinio del Ministero degli esteri e in collaborazione con l'Ambasciata di Libia, l'Isiao - Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente, l'Archivio centrale delo Stato, il Centro studi storici di Tripoli, e ancora piccole isole che hanno visto la deportazione coloniale come i comuni di Favignana, Ponza, Ustica. Ed è sicuramente un dato di valore che una memoria così troppo spesso non accettata, quella del colonialismo italiano, sia invece ricordata dalle piccole isole che, stavolta sono state capaci di coinvolgere con la loro iniziativa anche il governo italiano.
«Il senso di questa iniziativa - ci spiega Giuseppe Calabrese, sindaco delle Tremiti - è innanzitutto questo: noi isolani abbiamo voluto restituire dignità a persone che non ci sono più, di qualunque nazionalità siano, perché la dignità non ha colorazioni particolari, e che finora invece erano stati quasi cancellati, messi alla rinfusa in anonime fosse comuni. Perché secondo me la storia delle persone va rivalutata, a qualunque realtà nazionale appartengano. Per noi la dignità ha un solo colore e quindi abbiamo voluto ridare dignità a morti che erano sulle nostre isole così messi alla rinfusa, dimenticati in una fossa comune e abbiamo voluto dare loro un riconoscimento che finora non è ancora arrivato da nessuno».
Gli abitanti delle isole Tremiti, racconta il sindaco, sono circa 400, quasi quanto gli stessi deportati seppelliti. E le piccole isole che sulla memoria diventano grandi - chiediamo? «C'è stato come una scambio, pieno di scoperte - continua Giuseppe Calabrese - che riguarda perfino cimiteri di pescatori in isole dell'Egeo, ma che vuole impegnarsi anche sui cimiteri spesso dimenticati dei caduti italiani nelle avventure coloniali italiane».
Il fatto è che il comune delle Tremiti dal 2006 ha anticipato questa iniziativa sulla memoria. «Sin da ragazzo passavo nella parte più lontana dell'isola di S. Nicola dove c'è un cimitero che risale all'epoca dei benedettini» spiega il sindaco. Lì c'era un'abbazia ed era all'epoca l'unica isola abitata. Sopra ci passavano capre e le persone non sapevano nemmeno che laggiù in fondo fossero stati seppelliti in una fossa comune i deportati libici morti di stenti e malattie alle Tremiti.
Così, con un po' di fondi messi a disposizione dal ministero degli esteri e un po' di soldi trovati tra gli isolani, le Tremiti hanno eretto il primo mausoleo in terra italiana per i deportati libici. «E' venuto qui un imam che prima ha sconsacrato il luogo poi lo ha riconsacrato secondo il rito musulmano. In fondo il nostro mausoleo è stato solo un riconoscimento di dignità, un gesto molto semplice», conclude il sindaco Calabrese.
dal Manifesto del 28 ottobre 2007
domenica 28 ottobre 2007
Un giornale non qualsiasi
Avanti Pape
Michela Gesualdo
18 ottobre ore 21,30 piazzale Flaminio stazione ferroviaria Roma Nord. Salgo su uno dei tanti treni di pendolari che dalla capitale portano in periferia, caricando ogni giorno migliaia di persone: studenti, lavoratori, turisti, rom, migranti da ogni luogo del pianeta. A quest'ora c'è poca gente. Mi siedo. Continuo a pensare al 20 ottobre, a p.zza San Giovanni, a come andrà la manifestazione. Dopo qualche minuto si siede accanto a me uno dei tanti ambulanti con il suo pesante borsone carico carico di... Sto per tirare fuori il giornale dalla borsa ma lui mi precede e dalla sua tasca vedo spuntare il manifesto. Rimando la mia azione e, stupita, comincio ad osservarlo: cavolo! sta leggendo proprio la pagina dedicata al 20 ottobre. Non resisto alla tentazione e parto con la mia domanda: come mai anche tu leggi il manifesto? Risponde: È il giornale più bello d'Italia. La mia bocca si spalanca. Continuo con le domande: come hai conosciuto il manifesto? Risposta: Arrivato in Italia mi iscrissi a un corso di italiano. Dopo un po', quando mi sentii in grado di cominciare a leggere pensai che la cosa migliore, anche per tenermi aggiornato sulla situazione italiana, era quella di comprare un quotidiano. Andai in edicola e tra le tante testate notai il manifesto. Il mio pensiero andò a quando nel mio paese lessi «il manifesto del partito comunista» e ho pensato che ci potessero essere delle affinità. Non ho più smesso di comprarlo. Anche quando c'é Alias e Le Monde diplomatique, che acquisto anche in versione francese. Domando ancora: parteciperai alla manifestazione? Assolutamente si per tutte le ragioni che essa sostiene e perché siete stati voi a lanciarla. Continua la conversazione: globalizzazione, Africa, la rabbia nei confronti dei molti presidenti africani tappetini dell'occidente. E così questi 15 minuti che mi separano dalla stazione di arrivo sono stati il primo segnale che il 20 ottobre sarebbe stata una grande giornata. E... scusa, ma come ti chiami? «Io mi chiamo Pape».
dal Manifesto del 25 ottobre 2007
Michela Gesualdo
18 ottobre ore 21,30 piazzale Flaminio stazione ferroviaria Roma Nord. Salgo su uno dei tanti treni di pendolari che dalla capitale portano in periferia, caricando ogni giorno migliaia di persone: studenti, lavoratori, turisti, rom, migranti da ogni luogo del pianeta. A quest'ora c'è poca gente. Mi siedo. Continuo a pensare al 20 ottobre, a p.zza San Giovanni, a come andrà la manifestazione. Dopo qualche minuto si siede accanto a me uno dei tanti ambulanti con il suo pesante borsone carico carico di... Sto per tirare fuori il giornale dalla borsa ma lui mi precede e dalla sua tasca vedo spuntare il manifesto. Rimando la mia azione e, stupita, comincio ad osservarlo: cavolo! sta leggendo proprio la pagina dedicata al 20 ottobre. Non resisto alla tentazione e parto con la mia domanda: come mai anche tu leggi il manifesto? Risponde: È il giornale più bello d'Italia. La mia bocca si spalanca. Continuo con le domande: come hai conosciuto il manifesto? Risposta: Arrivato in Italia mi iscrissi a un corso di italiano. Dopo un po', quando mi sentii in grado di cominciare a leggere pensai che la cosa migliore, anche per tenermi aggiornato sulla situazione italiana, era quella di comprare un quotidiano. Andai in edicola e tra le tante testate notai il manifesto. Il mio pensiero andò a quando nel mio paese lessi «il manifesto del partito comunista» e ho pensato che ci potessero essere delle affinità. Non ho più smesso di comprarlo. Anche quando c'é Alias e Le Monde diplomatique, che acquisto anche in versione francese. Domando ancora: parteciperai alla manifestazione? Assolutamente si per tutte le ragioni che essa sostiene e perché siete stati voi a lanciarla. Continua la conversazione: globalizzazione, Africa, la rabbia nei confronti dei molti presidenti africani tappetini dell'occidente. E così questi 15 minuti che mi separano dalla stazione di arrivo sono stati il primo segnale che il 20 ottobre sarebbe stata una grande giornata. E... scusa, ma come ti chiami? «Io mi chiamo Pape».
dal Manifesto del 25 ottobre 2007
L'urlo di Giannini
di Francesco Scommi
su aprileonline del 26/10/2007
Orgoglio bolscevico: il senatore di Rifondazione comunista, in aula al Senato, prende la parola per un elogio della rivoluzione russa contro un servizio "furbo" del Tg2. La conclusione: "Viva Gramsci, viva Di Vittorio, viva i morti di Reggio Emilia, viva il socialismo!"
Nella sfibrante battaglia di Palazzo Madama, dove giorno dopo giorno la maggioranza perde confini e consistenza, dove i senatori schiacciano pulsanti con il cuore in gola, sapendo che anche una lieve perdita di concentrazione, un tic impercettibile, può innescare crisi senza ritorno, piace, al di là delle parole in sé, dare spazio al coraggio del senatore di Rifondazione comunista, in odore di scissionismo, Fosco Giannini.
Non prende la parola spesso, Giannini, ma stamattina ha deciso di farlo. Vestito di nero come un anarchico dell'Ottocento, ha tuonato contro un servizio che il Tg2 ha mandato in onda in occasione dell'anniversario della Rivoluzione russa. "Affermo - ha tuonato Giannini - in modo determinato, forte e chiaro che questo è stato un servizio vergognoso. È stato esplicitamente detto, signor Presidente, che la Rivoluzione d'ottobre è stata solamente un sanguinoso colpo di Stato, che ha messo fine alla vera rivoluzione, quella menscevica, che ha prodotto solo un nuovo zarismo, che ha gettato la Russia nel sangue e nella violenza, che ha esportato con la forza l'orrore, che la rivoluzione di ottobre ha favorito il sorgere del fascismo in Italia, che lo stesso nazismo sarebbe nato per combattere il mostro del comunismo, che la storia avrebbe dimostrato che comunismo e nazismo sono la stessa cosa, che infine il comunismo avrebbe manipolato i contadini e gli operai italiani".
Giannini non ci sta. "La Rivoluzione d'ottobre - ha proseguito tra le proteste vibranti dei senatori del centrodestra - è stata tra i più grandi eventi della storia dell'umanità. Essa, superando il capitalismo, ha dimostrato una volta per tutte a tutti i popoli oppressi all'interno del proletariato mondiale che i rapporti di produzione capitalistici non sono naturali e dunque eterni ed immutabili. Ha dimostrato che lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sulla donna non è un destino ineluttabile; che i padroni, come l'aristocrazia francese, non sono figli di Dio".
Il senatore ha attaccato di nuovo il TG2 ricordando che il servizio di ieri "si è chiuso con le immagini di manifestazioni operai italiane degli anni '60 con le bandiere rosse. Io mi sono alzato in piedi come si alzavano in piedi i contadini di Di Vittorio di fronte ai padroni delle terre. Mi sono alzato in piedi, senza togliere il cappello, per dire a tutti che questo servizio televisivo è stato contro la democrazia, contro la storia, contro la civiltà". Lirico il finale: "Mi lasci parlare con il cuore: viva la Rivoluzione d'ottobre, viva Antonio Gramsci, viva Giuseppe Di Vittorio, viva i morti di Reggio Emilia, viva il socialismo!".
Il giochetto del Tg2, associare immagini e commenti del comunismo sovietico con le manifestazioni operaie in Italia è stato, va da sé, un colpo di bassa propaganda, ed è inutile stare a rimarcare quanto diverse fossero le due cose. Bene ha fatto Giannini a ricordarlo. E così misere, di fronte all'oratoria gianniniana, sono suonate le risposte di certi del centrodestra. Come il leghista Roberto Castelli: "Ritengo che, al di là del merito, il suo discorso sia assolutamente interessante e chiedo che la registrazione sia acquisita e trasmessa dalla Rai perché gli italiani devono sapere chi i senatori a vita e i cosiddetti moderati alla Follini tengono in vita in questo governo".
Basso cabotaggio, conteggio prosaico. Giannini era stato un altro livello.
su aprileonline del 26/10/2007
Orgoglio bolscevico: il senatore di Rifondazione comunista, in aula al Senato, prende la parola per un elogio della rivoluzione russa contro un servizio "furbo" del Tg2. La conclusione: "Viva Gramsci, viva Di Vittorio, viva i morti di Reggio Emilia, viva il socialismo!"
Nella sfibrante battaglia di Palazzo Madama, dove giorno dopo giorno la maggioranza perde confini e consistenza, dove i senatori schiacciano pulsanti con il cuore in gola, sapendo che anche una lieve perdita di concentrazione, un tic impercettibile, può innescare crisi senza ritorno, piace, al di là delle parole in sé, dare spazio al coraggio del senatore di Rifondazione comunista, in odore di scissionismo, Fosco Giannini.
Non prende la parola spesso, Giannini, ma stamattina ha deciso di farlo. Vestito di nero come un anarchico dell'Ottocento, ha tuonato contro un servizio che il Tg2 ha mandato in onda in occasione dell'anniversario della Rivoluzione russa. "Affermo - ha tuonato Giannini - in modo determinato, forte e chiaro che questo è stato un servizio vergognoso. È stato esplicitamente detto, signor Presidente, che la Rivoluzione d'ottobre è stata solamente un sanguinoso colpo di Stato, che ha messo fine alla vera rivoluzione, quella menscevica, che ha prodotto solo un nuovo zarismo, che ha gettato la Russia nel sangue e nella violenza, che ha esportato con la forza l'orrore, che la rivoluzione di ottobre ha favorito il sorgere del fascismo in Italia, che lo stesso nazismo sarebbe nato per combattere il mostro del comunismo, che la storia avrebbe dimostrato che comunismo e nazismo sono la stessa cosa, che infine il comunismo avrebbe manipolato i contadini e gli operai italiani".
Giannini non ci sta. "La Rivoluzione d'ottobre - ha proseguito tra le proteste vibranti dei senatori del centrodestra - è stata tra i più grandi eventi della storia dell'umanità. Essa, superando il capitalismo, ha dimostrato una volta per tutte a tutti i popoli oppressi all'interno del proletariato mondiale che i rapporti di produzione capitalistici non sono naturali e dunque eterni ed immutabili. Ha dimostrato che lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sulla donna non è un destino ineluttabile; che i padroni, come l'aristocrazia francese, non sono figli di Dio".
Il senatore ha attaccato di nuovo il TG2 ricordando che il servizio di ieri "si è chiuso con le immagini di manifestazioni operai italiane degli anni '60 con le bandiere rosse. Io mi sono alzato in piedi come si alzavano in piedi i contadini di Di Vittorio di fronte ai padroni delle terre. Mi sono alzato in piedi, senza togliere il cappello, per dire a tutti che questo servizio televisivo è stato contro la democrazia, contro la storia, contro la civiltà". Lirico il finale: "Mi lasci parlare con il cuore: viva la Rivoluzione d'ottobre, viva Antonio Gramsci, viva Giuseppe Di Vittorio, viva i morti di Reggio Emilia, viva il socialismo!".
Il giochetto del Tg2, associare immagini e commenti del comunismo sovietico con le manifestazioni operaie in Italia è stato, va da sé, un colpo di bassa propaganda, ed è inutile stare a rimarcare quanto diverse fossero le due cose. Bene ha fatto Giannini a ricordarlo. E così misere, di fronte all'oratoria gianniniana, sono suonate le risposte di certi del centrodestra. Come il leghista Roberto Castelli: "Ritengo che, al di là del merito, il suo discorso sia assolutamente interessante e chiedo che la registrazione sia acquisita e trasmessa dalla Rai perché gli italiani devono sapere chi i senatori a vita e i cosiddetti moderati alla Follini tengono in vita in questo governo".
Basso cabotaggio, conteggio prosaico. Giannini era stato un altro livello.
L'intervento di Fosco Giannini sulla Rivoluzione d’Ottobre
L’intervento è avvenuto tra la contestazione, tentativi di interruzione e le urla continue dell’intero centro-destra
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Signor Presidente, ieri sera, sul Tg2 – “Seconda parte”, ore 20.30, è andato in onda un servizio sulla Rivoluzione d’Ottobre.
Affermo in modo determinato, forte e chiaro che questo servizio è stato una vergogna!
E’ stato esplicitamente detto – Signor Presidente – che la Rivoluzione d’Ottobre è stata solamente un sanguinoso colpo di stato, che ha messo fine alla vera rivoluzione, quella menscevica; che ha prodotto solo nuovo zarismo; che ha gettato la Russia nel sangue e nella violenza; che ha esportato con la forza l’orrore nel mondo; che la Rivoluzione d’Ottobre ha favorito il sorgere del fascismo in Italia; che lo stesso nazismo sarebbe nato per combattere il mostro del comunismo; che la storia avrebbe dimostrato che comunismo e nazismo sono la stessa cosa; che – infine – il comunismo avrebbe “manipolato” i contadini e gli operai italiani.
E per dare forza a tale affermazione, il servizio si è chiuso con le immagini di manifestazioni operaie italiane degli anni ‘50 –‘60 con le bandiere rosse.
Io mi sono alzato in piedi, Signor Presidente, come si alzavano i contadini di Di Vittorio di fronte ai padroni delle terre; mi sono alzato in piedi senza togliermi il cappello per dire a tutti che questo servizio televisivo è contro la democrazia, contro la storia e contro la civiltà.
La Rivoluzione d’Ottobre è stata tra i più grandi eventi della storia dell’umanità. Essa – superando il capitalismo – ha dimostrato, una volta per tutte, a tutti i popoli oppressi, all’intero proletariato mondiale, che i rapporti di produzione capitalistici non sono naturali e dunque eterni ed immutabili.
Ha dimostrato che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna non è un destino ineluttabile; che i padroni – come l’aristocrazia francese – non sono figli di Dio!
La Rivoluzione d’Ottobre, Signor Presidente, non favorì il fascismo, ma sconfisse il nazifascismo e spinse masse sterminate – sul piano planetario – a liberarsi dal colonialismo, dallo sfruttamento e dalle dittature fasciste!
E le grandi lotte operaie e contadine di questo Paese furono possibili anche grazie all’ideale acceso dalla Rivoluzione d’Ottobre!
Il comunismo – si è detto – sarebbe uguale al nazifascismo. Si vergognino!
Lo si vede ancora oggi – e sempre si vedrà – la differenza: ancora oggi i fascisti e le destre sono i rappresentanti e i servi fedeli del potere economico e dei signori della guerra; e, come i nazisti di un tempo, hanno in odio i diversi, i Rom, gli immigrati e i comunisti!
Noi, i comunisti e la sinistra, come sempre, per nostra natura ideale, siamo dalla parte della pace e dei lavoratori.
Mi lasci rispondere a tanta vergogna, Signor Presidente, mi lasci parlare con il cuore: viva la Rivoluzione d’Ottobre! viva Antonio Gramsci! viva Giuseppe Di Vittorio! viva i morti di Reggio Emilia! viva il socialismo!
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Signor Presidente, ieri sera, sul Tg2 – “Seconda parte”, ore 20.30, è andato in onda un servizio sulla Rivoluzione d’Ottobre.
Affermo in modo determinato, forte e chiaro che questo servizio è stato una vergogna!
E’ stato esplicitamente detto – Signor Presidente – che la Rivoluzione d’Ottobre è stata solamente un sanguinoso colpo di stato, che ha messo fine alla vera rivoluzione, quella menscevica; che ha prodotto solo nuovo zarismo; che ha gettato la Russia nel sangue e nella violenza; che ha esportato con la forza l’orrore nel mondo; che la Rivoluzione d’Ottobre ha favorito il sorgere del fascismo in Italia; che lo stesso nazismo sarebbe nato per combattere il mostro del comunismo; che la storia avrebbe dimostrato che comunismo e nazismo sono la stessa cosa; che – infine – il comunismo avrebbe “manipolato” i contadini e gli operai italiani.
E per dare forza a tale affermazione, il servizio si è chiuso con le immagini di manifestazioni operaie italiane degli anni ‘50 –‘60 con le bandiere rosse.
Io mi sono alzato in piedi, Signor Presidente, come si alzavano i contadini di Di Vittorio di fronte ai padroni delle terre; mi sono alzato in piedi senza togliermi il cappello per dire a tutti che questo servizio televisivo è contro la democrazia, contro la storia e contro la civiltà.
La Rivoluzione d’Ottobre è stata tra i più grandi eventi della storia dell’umanità. Essa – superando il capitalismo – ha dimostrato, una volta per tutte, a tutti i popoli oppressi, all’intero proletariato mondiale, che i rapporti di produzione capitalistici non sono naturali e dunque eterni ed immutabili.
Ha dimostrato che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna non è un destino ineluttabile; che i padroni – come l’aristocrazia francese – non sono figli di Dio!
La Rivoluzione d’Ottobre, Signor Presidente, non favorì il fascismo, ma sconfisse il nazifascismo e spinse masse sterminate – sul piano planetario – a liberarsi dal colonialismo, dallo sfruttamento e dalle dittature fasciste!
E le grandi lotte operaie e contadine di questo Paese furono possibili anche grazie all’ideale acceso dalla Rivoluzione d’Ottobre!
Il comunismo – si è detto – sarebbe uguale al nazifascismo. Si vergognino!
Lo si vede ancora oggi – e sempre si vedrà – la differenza: ancora oggi i fascisti e le destre sono i rappresentanti e i servi fedeli del potere economico e dei signori della guerra; e, come i nazisti di un tempo, hanno in odio i diversi, i Rom, gli immigrati e i comunisti!
Noi, i comunisti e la sinistra, come sempre, per nostra natura ideale, siamo dalla parte della pace e dei lavoratori.
Mi lasci rispondere a tanta vergogna, Signor Presidente, mi lasci parlare con il cuore: viva la Rivoluzione d’Ottobre! viva Antonio Gramsci! viva Giuseppe Di Vittorio! viva i morti di Reggio Emilia! viva il socialismo!
martedì 9 ottobre 2007
2 giornalisti, 1 professore e 1 intellettuale
Lo so non si copia da altri blog....
Da Aronne il blog di Michele Fronterrè:
Tariq Ramadan infilza Ferrara, Guolo e Armeni

Ieri sera Tariq Ramadan ha dato una bella lezione a Ferrara, alla Armeni ed a Renzo Guolo. Ferrara deve aver fatto male i calcoli. Non trova un professore universitario, di quelli pacati ma arruginiti. Di quelli incastrati nelle pieghe di un sapere incrostato. Tariq Ramadan "teni i 'ppal" che in filosofia vuol dire sapere il fatto suo ed anche quello degli altri. Dimostra di avere una cultura che è somma di tanti, tantissimi contributi. Di possedere l'umiltà e la curiosità necessarie per conoscere ciò che è altro da sè.
Ferrara ovviamente non ci sta a fare la figura di quello che non riesce a mettere nell'angolo l'interlocutore. E' fazioso, ma subisce un ritorno veemente di Tariq. La interprete è magistrale. Tiene testa al procedere del prof. musulmano. Guolo è lì a Torino in collegamento, è poco chiaro, persino abulico. La scena è di Tariq. La interprete, che immagino sarà stata, al termine della puntata, frustata da Ferrara, rende bene l'impeto e la vigoria della risposta, dell'argomentare.
La lingua, l'italiano della interprete fa da ansa ad un torrente che dal Sinai viene giù, sugli elefanti di Pirro contro il "cicciopotamo" nostrano.
A questo punto Ferrara che fa? Se la ride. Lui fa cultura, discute di temi interessanti, altro che Grillo. Lui porta in tavola il dibattito per intellettuali di livello. Sì. Questo è quello che tradisce il risolino.
In realtà fa una gran figura di merda. Perchè si capisce solo che in Italia si prova a fare quello che dice Ratzinger, mentre all'estero si cerca di capire se quello che dice Ratzinger può stare bene a tutti. Chè parliamo di integrazione non di acquisizione. Non è un insieme grande che ne ingloba uno piccolo. E' somma di insiemi equiupotenti, almeno sul piano del pensiero, almeno fino a prova contraria. E Cartesio di insiemi ne capiva più di Ferrara.
il video della puntata
Da Aronne il blog di Michele Fronterrè:
Tariq Ramadan infilza Ferrara, Guolo e Armeni

Ieri sera Tariq Ramadan ha dato una bella lezione a Ferrara, alla Armeni ed a Renzo Guolo. Ferrara deve aver fatto male i calcoli. Non trova un professore universitario, di quelli pacati ma arruginiti. Di quelli incastrati nelle pieghe di un sapere incrostato. Tariq Ramadan "teni i 'ppal" che in filosofia vuol dire sapere il fatto suo ed anche quello degli altri. Dimostra di avere una cultura che è somma di tanti, tantissimi contributi. Di possedere l'umiltà e la curiosità necessarie per conoscere ciò che è altro da sè.
Ferrara ovviamente non ci sta a fare la figura di quello che non riesce a mettere nell'angolo l'interlocutore. E' fazioso, ma subisce un ritorno veemente di Tariq. La interprete è magistrale. Tiene testa al procedere del prof. musulmano. Guolo è lì a Torino in collegamento, è poco chiaro, persino abulico. La scena è di Tariq. La interprete, che immagino sarà stata, al termine della puntata, frustata da Ferrara, rende bene l'impeto e la vigoria della risposta, dell'argomentare.
La lingua, l'italiano della interprete fa da ansa ad un torrente che dal Sinai viene giù, sugli elefanti di Pirro contro il "cicciopotamo" nostrano.
A questo punto Ferrara che fa? Se la ride. Lui fa cultura, discute di temi interessanti, altro che Grillo. Lui porta in tavola il dibattito per intellettuali di livello. Sì. Questo è quello che tradisce il risolino.
In realtà fa una gran figura di merda. Perchè si capisce solo che in Italia si prova a fare quello che dice Ratzinger, mentre all'estero si cerca di capire se quello che dice Ratzinger può stare bene a tutti. Chè parliamo di integrazione non di acquisizione. Non è un insieme grande che ne ingloba uno piccolo. E' somma di insiemi equiupotenti, almeno sul piano del pensiero, almeno fino a prova contraria. E Cartesio di insiemi ne capiva più di Ferrara.
il video della puntata
lunedì 8 ottobre 2007
Buoni, non toccate il governo amico
di Alessandro Robecchi
Un unico, vero inoppugnabile argomento viene in questi giorni sbandierato da più parti: chi critica il governo si rende conto che rischia di far tornare Berlusconi?
Lo ha detto pure Mastella, quindi dev'essere vero, e del resto è un classico: non lo sentiamo ripetere a ogni passo? Dunque, pensiamoci prima di fare marce e cortei di protesta. E se poi torna Berlusconi e cancella i Dico che questo governo ha realizzato con tanta prontezza? Non sarebbe una iattura per le tante coppie di fatto che grazie al governo di centro-sinistra hanno conquistato un nuovo e prezioso diritto civile? Certo, è giusto chiedere molto a un governo amico. Ma non bisogna esagerare con le pressioni. E se torna Silvio? Lo scenario è inquietante: metti che ritorna il Cavaliere e ripristina la legge Biagi-Maroni che questo governo ha così coraggiosamente superato a rischio di far arrabbiare Montezemolo. Non sarebbe triste che per la nostra ottusa radicalità tornassero al governo le destre, magari ( parlo per assurdo ) proponendo un pacchetto welfare gradito a Confindustria? Ammetterete che lo scenario è orribile. Con Berlusconi tornerebbe massicciamente nelle vite di giovani e meno giovani quella precarietà che questo governo ha definitivamente debellato. Per non dire di quel che succederebbe se, per una nostra miope impostazione ideologica, tornasse Berlusconi e abbassasse di nuovo la tassazione sulle rendite finanziarie che questo governo ha così coraggiosamente alzato - come da programma - penalizzando la rendita che non crea lavoro, ma soltanto speculazione e privilegio. Per cui vi prego, compagni, mostratevi un po' più disponibili, fate qualche sforzo. Non vorrete per caso far tornare Silvio e mettere in discussione tutte le mirabili conquiste sociali che abbiamo ottenuto in questo entusiasmante anno e mezzo!
da Il Manifesto di domenica 7 0ttobre 2007
Un unico, vero inoppugnabile argomento viene in questi giorni sbandierato da più parti: chi critica il governo si rende conto che rischia di far tornare Berlusconi?
Lo ha detto pure Mastella, quindi dev'essere vero, e del resto è un classico: non lo sentiamo ripetere a ogni passo? Dunque, pensiamoci prima di fare marce e cortei di protesta. E se poi torna Berlusconi e cancella i Dico che questo governo ha realizzato con tanta prontezza? Non sarebbe una iattura per le tante coppie di fatto che grazie al governo di centro-sinistra hanno conquistato un nuovo e prezioso diritto civile? Certo, è giusto chiedere molto a un governo amico. Ma non bisogna esagerare con le pressioni. E se torna Silvio? Lo scenario è inquietante: metti che ritorna il Cavaliere e ripristina la legge Biagi-Maroni che questo governo ha così coraggiosamente superato a rischio di far arrabbiare Montezemolo. Non sarebbe triste che per la nostra ottusa radicalità tornassero al governo le destre, magari ( parlo per assurdo ) proponendo un pacchetto welfare gradito a Confindustria? Ammetterete che lo scenario è orribile. Con Berlusconi tornerebbe massicciamente nelle vite di giovani e meno giovani quella precarietà che questo governo ha definitivamente debellato. Per non dire di quel che succederebbe se, per una nostra miope impostazione ideologica, tornasse Berlusconi e abbassasse di nuovo la tassazione sulle rendite finanziarie che questo governo ha così coraggiosamente alzato - come da programma - penalizzando la rendita che non crea lavoro, ma soltanto speculazione e privilegio. Per cui vi prego, compagni, mostratevi un po' più disponibili, fate qualche sforzo. Non vorrete per caso far tornare Silvio e mettere in discussione tutte le mirabili conquiste sociali che abbiamo ottenuto in questo entusiasmante anno e mezzo!
da Il Manifesto di domenica 7 0ttobre 2007
domenica 7 ottobre 2007
La democrazia delle bugie
di Alberto Burgio
Durante gli anni ruggenti del potere berlusconiano eravamo in tanti a ritenere che il massacro della verità fosse una sua prerogativa. Assistevamo a spudorate violazioni del diritto e alla contestuale lamentazione di presunte offese subite. E pensavamo, sbalorditi e indignati: «questa odiosa modalità riflette l’essenza della destra, esprime il suo disprezzo per la democrazia». Il corollario di quei pensieri era che «noi» non avremmo fatto lo stesso: «noi», una volta giunti alla guida del Paese, avremmo detto la verità. O, quanto meno, non ne avremmo fatto strame.
Ci sbagliavamo. Stiamo affogando in un mare di bugie. Stiamo soffocando in un’aria resa irrespirabile dalla menzogna. Anche questo fatto ci costringe a chiederci che cosa sia nato prima, se Berlusconi o lo spirito di questi tempi. Non si tratta soltanto di deformazioni, di omissioni, di travisamenti ed edulcorazioni. Questa sarebbe semplicemente «ideologia», gemella siamese della politica. Siamo al rovesciamento delle cose e alla creazione di un’altra realtà. Siamo alla «neolingua» di Orwell, alla lingua «imperiale» di Victor Klemperer.
Sul manifesto di questi giorni sono usciti articoli che illustrano la portata di questo fenomeno a proposito, in particolare, di due argomenti. Gianni Ferrara ha documentato le falsità che caratterizzano l’«informazione» sul referendum elettorale, Rossana Rossanda quelle che hanno inquinato la discussione sulle pensioni. Si sono propagate, nell’uno come nell’altro caso, balle belle e buone. Un referendum che, qualora vincesse, lascerebbe le cose come stanno per quanto attiene al numero dei partiti, al potere delle loro segreterie nella scelta dei parlamentari e al disastroso bipolarismo che ci affligge da una quindicina d’anni, viene sistematicamente propagandato come un rimedio capace di semplificare la geografia della rappresentanza, di arginare la «partitocrazia» e di garantire una maggiore stabilità dei governi. Quanto alle pensioni, lo sconcio è persin maggiore.
Pagine e pagine e pagine dei maggiori quotidiani hanno offerto ogni giorno statistiche e diagrammi che attestano l’importanza vitale dello scalone. Una ministra ha finto di dimettersi per dar forza all’allarme. Schiere di truci senatori e decani del giornalismo «democratico» hanno scagliato anatemi all’indirizzo di chi non si adegua alla teologia rigorista. Il governatore della Banca centrale – per non dire di illustri economisti e dei guardiani europei di Maastricht – ha profetizzato sciagure ove non si costringessero gli italiani a lavorare più a lungo. Ci ha messo del suo persino il leader designato della falange riformista discettando di un presunto «conflitto generazionale». Il tutto conti alla mano. Falsi. Costruiti su un mucchio di fandonie pur di continuare a mungere il lavoro dipendente. E di nascondere che in realtà i conti della previdenza pubblica sono in ordine, che operai e impiegati si pagherebbero in abbondanza le proprie pensioni se non fossero costretti a farsi carico anche dell’assistenza, e che in Italia i giovani sono alla frutta perché non trovano lavori buoni e per le fregature appioppate loro dalle varie «riforme» pensionistiche.
È il trionfo delle frottole. Di fronte al quale la prima reazione è la rabbia. La seconda, la voglia di fare di tutt’erbe un fascio. Ma forse vale la pena di ragionare freddamente e di cercare di fare, una volta tanto, buon uso delle altrui bugie. Per ricavarne, paradossalmente, qualche importante verità.
Cominciamo da un po’ di storia. La modernità nasce anche dalla lotta contro il segreto, architrave dell’antico regime. Il povero Kant, che di quella lotta fu alfiere, teorizzò che, per avere le carte in regola, i governi debbono porsi solo quegli obiettivi che, per realizzarsi, debbono essere resi in tutto e per tutto pubblici. Il ragionamento è chiaro: se per raggiungere uno scopo bisogna che tutti ne siano debitamente informati, ciò vuol dire che quello scopo piace alla popolazione, la quale vi vede riconosciuti i propri interessi, diritti, bisogni.
È un principio di democrazia. Ma ovviamente vale anche l’opposto. Se per fare quel che si propone un governo dice delle gran balle, è perché sa che, al contrario, quanto intende fare non può piacere alla gran parte della popolazione. Sa che i suoi intenti colpiscono interessi, violano diritti, negano bisogni di massa. Insomma, in quelle balle è scritta a chiare lettere la natura anti-popolare di quei propositi: una natura nella quale, per venire a noi (questa è la preziosa verità custodita dalle bugie che ci vengono propinate), è inciso il carattere saliente dell’attuale fase della storia del capitalismo.
Il neoliberismo è la privatizzazione di tutto. Non solo delle risorse materiali e ambientali. Non solo dei saperi e delle istituzioni pubbliche. Anche del discorso, del linguaggio, del senso comune. Mediante un uso totalitario dei media, il capitalismo neoliberista privatizza il discorso pubblico, asservendolo agli interessi particolari. Si tratta, a ben guardare, di una rottura in senso stretto epocale. Per effetto della quale la modernità è come spinta fuori da se stessa. Verso un nuovo ancien régime.
C’è una sola differenza. Mentre nell’antico regime il potere si proteggeva col segreto, nella democrazia oligarchica «moderna» esso si avvale di discorsi infarciti di bugie. Ma non è una differenza decisiva. Segreti e bugie in fondo sono affini, in quanto entrambi forme del silenzio.
su Il Manifesto del 26/07/2007
Durante gli anni ruggenti del potere berlusconiano eravamo in tanti a ritenere che il massacro della verità fosse una sua prerogativa. Assistevamo a spudorate violazioni del diritto e alla contestuale lamentazione di presunte offese subite. E pensavamo, sbalorditi e indignati: «questa odiosa modalità riflette l’essenza della destra, esprime il suo disprezzo per la democrazia». Il corollario di quei pensieri era che «noi» non avremmo fatto lo stesso: «noi», una volta giunti alla guida del Paese, avremmo detto la verità. O, quanto meno, non ne avremmo fatto strame.
Ci sbagliavamo. Stiamo affogando in un mare di bugie. Stiamo soffocando in un’aria resa irrespirabile dalla menzogna. Anche questo fatto ci costringe a chiederci che cosa sia nato prima, se Berlusconi o lo spirito di questi tempi. Non si tratta soltanto di deformazioni, di omissioni, di travisamenti ed edulcorazioni. Questa sarebbe semplicemente «ideologia», gemella siamese della politica. Siamo al rovesciamento delle cose e alla creazione di un’altra realtà. Siamo alla «neolingua» di Orwell, alla lingua «imperiale» di Victor Klemperer.
Sul manifesto di questi giorni sono usciti articoli che illustrano la portata di questo fenomeno a proposito, in particolare, di due argomenti. Gianni Ferrara ha documentato le falsità che caratterizzano l’«informazione» sul referendum elettorale, Rossana Rossanda quelle che hanno inquinato la discussione sulle pensioni. Si sono propagate, nell’uno come nell’altro caso, balle belle e buone. Un referendum che, qualora vincesse, lascerebbe le cose come stanno per quanto attiene al numero dei partiti, al potere delle loro segreterie nella scelta dei parlamentari e al disastroso bipolarismo che ci affligge da una quindicina d’anni, viene sistematicamente propagandato come un rimedio capace di semplificare la geografia della rappresentanza, di arginare la «partitocrazia» e di garantire una maggiore stabilità dei governi. Quanto alle pensioni, lo sconcio è persin maggiore.
Pagine e pagine e pagine dei maggiori quotidiani hanno offerto ogni giorno statistiche e diagrammi che attestano l’importanza vitale dello scalone. Una ministra ha finto di dimettersi per dar forza all’allarme. Schiere di truci senatori e decani del giornalismo «democratico» hanno scagliato anatemi all’indirizzo di chi non si adegua alla teologia rigorista. Il governatore della Banca centrale – per non dire di illustri economisti e dei guardiani europei di Maastricht – ha profetizzato sciagure ove non si costringessero gli italiani a lavorare più a lungo. Ci ha messo del suo persino il leader designato della falange riformista discettando di un presunto «conflitto generazionale». Il tutto conti alla mano. Falsi. Costruiti su un mucchio di fandonie pur di continuare a mungere il lavoro dipendente. E di nascondere che in realtà i conti della previdenza pubblica sono in ordine, che operai e impiegati si pagherebbero in abbondanza le proprie pensioni se non fossero costretti a farsi carico anche dell’assistenza, e che in Italia i giovani sono alla frutta perché non trovano lavori buoni e per le fregature appioppate loro dalle varie «riforme» pensionistiche.
È il trionfo delle frottole. Di fronte al quale la prima reazione è la rabbia. La seconda, la voglia di fare di tutt’erbe un fascio. Ma forse vale la pena di ragionare freddamente e di cercare di fare, una volta tanto, buon uso delle altrui bugie. Per ricavarne, paradossalmente, qualche importante verità.
Cominciamo da un po’ di storia. La modernità nasce anche dalla lotta contro il segreto, architrave dell’antico regime. Il povero Kant, che di quella lotta fu alfiere, teorizzò che, per avere le carte in regola, i governi debbono porsi solo quegli obiettivi che, per realizzarsi, debbono essere resi in tutto e per tutto pubblici. Il ragionamento è chiaro: se per raggiungere uno scopo bisogna che tutti ne siano debitamente informati, ciò vuol dire che quello scopo piace alla popolazione, la quale vi vede riconosciuti i propri interessi, diritti, bisogni.
È un principio di democrazia. Ma ovviamente vale anche l’opposto. Se per fare quel che si propone un governo dice delle gran balle, è perché sa che, al contrario, quanto intende fare non può piacere alla gran parte della popolazione. Sa che i suoi intenti colpiscono interessi, violano diritti, negano bisogni di massa. Insomma, in quelle balle è scritta a chiare lettere la natura anti-popolare di quei propositi: una natura nella quale, per venire a noi (questa è la preziosa verità custodita dalle bugie che ci vengono propinate), è inciso il carattere saliente dell’attuale fase della storia del capitalismo.
Il neoliberismo è la privatizzazione di tutto. Non solo delle risorse materiali e ambientali. Non solo dei saperi e delle istituzioni pubbliche. Anche del discorso, del linguaggio, del senso comune. Mediante un uso totalitario dei media, il capitalismo neoliberista privatizza il discorso pubblico, asservendolo agli interessi particolari. Si tratta, a ben guardare, di una rottura in senso stretto epocale. Per effetto della quale la modernità è come spinta fuori da se stessa. Verso un nuovo ancien régime.
C’è una sola differenza. Mentre nell’antico regime il potere si proteggeva col segreto, nella democrazia oligarchica «moderna» esso si avvale di discorsi infarciti di bugie. Ma non è una differenza decisiva. Segreti e bugie in fondo sono affini, in quanto entrambi forme del silenzio.
su Il Manifesto del 26/07/2007
I partigiani e i nazisti, mio nonno e l'Osservatore romano bipartisan
Ascanio Celestini
Rosario arriva a via Rasella qualche minuto prima delle due. Con lui, lungo la strada ci stanno gli altri partigiani. Ma dopo un'ora i tedeschi non sono ancora passati. Poi arrivano le tre... e poi le tre e mezza... e poi alle quattro meno un quarto si decide di aspettare fino alle quattro... e se i tedeschi non si fanno vedere l'azione verrà rimandata. E già Bentivegna pensa al carretto pieno di esplosivo che deve riportarsi indietro. Pensa che ci stava la pena di morte per uno che veniva trovato con la pistola... figuriamoci con 18 chili di tritolo...
Ma qualche minuto prima delle quattro viene dato il segnale. I tedeschi arrivano. Marciano cantando una canzone tedesca che dice «Salta ragazza mia...» Davanti c'è un gruppo d'avanguardia e in fondo c'è un carretto trascinato da un somaro e sul carretto ci sta' un fucile mitragliatore. Bentivegna col braciere della pipa accende la miccia e corre via. Carla Capponi gli corre dietro, gli nasconde la spalle con un impermeabile e scappano su un autobus. Mentre la miccia brucia... lungo la strada c'è un gruppo di ragazzini che gioca a pallone proprio vicino all'esplosivo. Allora Pasquale Balsamo, un altro partigiano, corre su da via del Boccaccio, arriva lì vicino a 'sto ragazzino e gli ruba il pallone. Dà un calcio a 'sto pallone e il pallone rotola giù per la discesa. Il ragazzino si gira e je dice: «Aho, a fijo de 'na mignotta ma che stai a fa'?» Poi vede che il pallone suo non c'è più e corre in fondo alla discesa per recuperarlo... così quei ragazzini si salveranno. Nel frattempo il carretto esplode e gli altri partigiani lanciano delle bombe a mano. Nell'esplosione moriranno 32 tedeschi e un ragazzino italiano. Piero Zuccheretti si chiamava.
I tedeschi non capiscono bene quello che è successo. Pensano che le bombe siano state buttate dall'alto e si mettono a sparare per aria. Sparano verso i tetti, verso i balconi e le finestre. È stata colpita l'undicesima compagnia del Polizei-regiment «Bozen» in fase di addestramento a Roma. Quando Adolf Hitler dalla Germania viene a sapere quello che è successo a Roma in pieno centro, in pieno giorno, in una città occupata... dà ordine che vengano uccisi 50 italiani per ogni soldato tedesco morto, e bisogna far saltare in aria l'intero quartiere. Questo è l'ordine che dà Hitler dalla Germania. Poi qualcuno dice: «50 sono troppi. Sarebbe meglio ucciderne 30, meglio 20» Io non lo so quello che si sono detti in quelle ore. Io credo che non lo sa nessuno con precisione e poi chissà quante cose so' state dette in quel momento... Però so quello che è successo e so quello che stava pure scritto sul giornale che ha letto mio nonno due giorni dopo. Un paio di giorni dopo... dopo la rappresaglia tedesca... sul giornale c'era scritto che erano stati uccisi dieci comunisti badogliani per ogni soldato tedesco morto. E se i tedeschi morti a via Rasella sono 32, il conto è facile: gli italiani da uccidere sono 320. 320 che però devono essere già stati condannati a morte per fare un'esecuzione esemplare davanti agli occhi di tutti. Ma 320 condannati a morte a Roma non ce ne stanno. Li vanno a contare e in galera ce ne stanno solo tre. E tre persone non sono 300.
Allora Herbert Kappler pensa bene che per sveltire la pratica... perché questo fu un crimine, ma i criminali che l'hanno compiuto non rassomigliano al mostro che ammazza le sue vittime divorandole. Tutto questo crimine rassomiglia ad una pratica burocratica dove i nazisti si trovarono a dover compilare delle liste come un qualunque funzionario di qualche anonimo ufficio del ministero... e così anche Kappler si trovò davanti all'urgenza di sveltire la pratica e forse per questo motivo pensò che era meglio passare dai condannati a morte a quelli che erano ipoteticamente condannabili. E nell'ipotesi, per Kappler, a Roma tutti potrebbero essere condannabili. Secondo Kappler era condannabile anche uno che si chiamava Ettore Ronconi. Questo faceva l'oste a Genzano. Faceva il vino... era un oste appena arrivato a Roma per portare il vino all'osteria di via Rasella. Anche lui ipoteticamente è condannabile per Kappler, e anche il giorno appresso verrà ammazzato all'Ardeatine.
Poi durante la notte muore un altro tedesco. Muore perché era rimasto ferito a via Rasella, ma muore per conto suo all'ospedale. Allora Kappler, senza che manco nessuno glielo lo va a comandare, decide che per un fatto di matematica e di giustizia bisogna mettere nel numero delle persone da ammazzare altri dieci italiani. Poi forse si sbaglia e ce ne mette 15 per un totale di 335 persone. (...)
Adesso c'è da fare più di 300 fucilazioni. Così i tedeschi si ricordano di quando Roma diventò la capitale. Di quando si costruirono le case e i ministeri e per recuperare calce e mattoni attorno a Roma si scavarono più di 170 cave con 3000 persone che ci lavoravano dentro. Adesso ci sta la guerra e nessuno pensa più a costruire cosicché le cave sono in disuso. Così i 335 vengono portati in una cava abbandonata sulla via Ardeatina. Li fanno entrare in gruppi di cinque con le mani legate dietro la schiena. L'ordine è preciso e anche questa è 'na cosa che deve essere scientifica, una pratica burocratica: le persone devono ricevere il colpo all'altezza della nuca col capo leggermente rovesciato in avanti in maniera che muoiono subito e non si sprechino troppe pallottole, ma qualcuno non muore subito. Durante l'esumazione il dottor Ascarelli ne troverà uno con quattro fori nel cranio. Per 39 di loro sarà impossibile reperire la testa, perché forse è scoppiata coi gas d'esplosione all'interno della scatola cranica. Tanti altri vengono trovati con ferite lievi e forse neanche so' morti subito.
È il 24 marzo del 1944. Quattro giorni più tardi, i tedeschi tornano alle cave Ardeatine, fanno delle buche, mettono delle cariche d'esplosivo e fanno saltare in aria l'intera cava. Una montagna di terra crolla sopra una montagna di morti. Una montagna dentro un'altra montagna. E adesso... come dice pure l'ultima frase del giornale che ha letto mio nonno: l'ordine è stato eseguito.
Ma in quei giorni esce anche un altro giornale, un giornale che esce ancora e si chiama L'Osservatore romano. È il quotidiano del Vaticano e c'è un articolo curioso che la gente n'ha parlato per tanto tempo. Se ne parla ancora oggi tutte le volte che si riparla della storia di via Rasella. E io mi immagino la gente che voleva sapere cosa c'era scritto sull'articolo... la gente analfabeta al tempo della guerra. Io mi immagino che si andava a cercare qualcuno che glielo poteva leggere questo articolo tanto importante. Così... mi immagino tutta 'sta gente che se ne va al cinema Iris odierno cinema Gioiello in fondo a via Nomentana, a Porta Pia da mio nonno Giulio e gli fa: «Sor Giulio, dite 'n po' che c'è scritto sull'Osservatore romano?» E mio nonno che dice: «C'è scritto: 32 vittime da una parte, 320 sacrificati dall'altra per i colpevoli sfuggiti all'arresto».
Mio nonno legge il giornale.... e il giornale dice che quelli ammazzati alle Ardeatine sono sacrificati, come se fosse un evento biblico e non un crimine umano. Nel giornale i nazisti diventano le vittime e i partigiani sono i colpevoli...
Dico alla bassetta che è qui che incomincia la storia. Da questo punto dovremmo incominciare a raccontarla. Fino ad ora io ho solo messo in fila i fatti, ma è da questo momento che qualcuno ha incominciato a raccontarli. È qui che nasce il racconto e anche la polemica che lo accompagna. A questo punto abbiamo incominciato a sentire qualcuno che diceva: «Ma lo sai che quei 33 soldati che vennero ammazzati dai partigiani a via Rasella erano altoatesini? Mica erano tedeschi, erano proprio altoatesini! Dunque questo attentato di via Rasella fu un gesto criminale senza motivo perché andò a colpire altri italiani... italiani dell'Alto Adige invece delle truppe d'occupazione tedesche!» E io dico che sì... è vero! I 33 uccisi a via Rasella erano altoatesini, erano del Polizei-regiment «Bozen», erano altoatesini. Ma non erano mica gli stessi altoatesini che fanno lo speck sulle alpi! Dico che questi erano nazisti! E poi non credo che la nazionalità conti qualcosa, nel senso che i partigiani romani non facevano un'azione contro qualcuno soltanto perché si trattava di un tedesco. Anche tra i tedeschi ci stanno le differenze e i partigiani non avrebbero sparato a qualcuno solo perché era nato in Germania. Nessuno avrebbe sparato a Hegel, il filosofo, oppure a un ortolano di Berlino o a Schumacher il pilota della Ferrari! Credo che ci sta una bella differenza tra un filosofo, un ortolano, un pilota di formula uno e... un nazista!
E poi c'è l'altra polemica... quella dei manifesti. Perché tanta gente dice che i tedeschi stamparono dei manifesti. Manifesti sui quali c'era scritto che i tedeschi avevano arrestate 300 persone e l'avrebbero salvate soltanto se i partigiani autori dell'azione di via Rasella si fossero presentati. E visto che i partigiani non si presentarono i tedeschi si sentirono autorizzati a compiere l'eccidio delle Ardeatine.
Ma, dico alla bassetta... come potevano stampare i manifesti se la bomba di via Rasella scoppia alle quattro di pomeriggio del 23 marzo... e soltanto un giorno appresso i 335 delle Ardeatine erano già stati uccisi? Come potevano avere il tempo di stampare i manifesti e attaccarli sui muri di Roma?
E poi lo dicono persino i tedeschi che i manifesti non furono mai stampati. Lo dicono al processo nel novembre del '46 quando il giudice dice a Kesserling che avrebbe potuto avvisare la popolazione di quello che stava succedendo e lui risponde: «Sì, adesso a distanza di due anni credo che l'idea sarebbe stata buona!» E il giudice gli fa: «Però non lo faceste?» E Kesserling: «No. Non lo feci!»
E poi i tedeschi non avevano motivo di avvertire i romani che stavano per ammazzare più di 300 persone. Se l'avessero fatto a Roma sarebbe scoppiata una rivolta.
Insomma, i tedeschi non dissero niente se non dopo che la cosa era successa. Eppure ancora oggi tanta gente dice: «Mio nonno li ha visti i manifesti... mio zio li ha visti... c'erano i manifesti», perché la gente i manifesti li ha visti pure se nessuno li ha mai stampati... e mica per cattiveria... ma perché in questa menzogna che si porta avanti da più di cinquant'anni s'è trovata una speranza per questi 335... una speranza che davvero non gliel'ha data mai nessuno. Qualcuno ti dice: «io l'ho sentito perfino alla radio 'sto comunicato!» Ma la realtà è che se tu avessi acceso la radio in quei giorni mica sentivi i comunicati. Se avessi acceso la radio avresti sentito le canzonette che mandava il regime.
Ascanio Celestini è considerato uno dei migliori esponenti del cosiddetto teatro di narrazione. Nel 2000-2001 ha scritto e rappresentato Radio Clandestina (da cui è tratto il testo a fianco, ed. Donzelli), un racconto costruito a partire dal libro l'Ordine è già stato eseguito di Alessandro Portelli, premio Viareggio '99, che raccoglie la memoria orale legata all'eccidio delle fosse Ardeatine del 24 marzo 1944. Lo spettacolo fu presentato nei locali dell'ex-carcere nazista di via Tasso (ora Museo della Liberazione) in forma di studio per i Luoghi della Memoria, manifestazione organizzata dal Comune di Roma e dal Teatro di Roma. Attualmente sta lavorando al suo primo disco, che uscirà a ottobre e si intitolerà «Parole sante».
Rosario arriva a via Rasella qualche minuto prima delle due. Con lui, lungo la strada ci stanno gli altri partigiani. Ma dopo un'ora i tedeschi non sono ancora passati. Poi arrivano le tre... e poi le tre e mezza... e poi alle quattro meno un quarto si decide di aspettare fino alle quattro... e se i tedeschi non si fanno vedere l'azione verrà rimandata. E già Bentivegna pensa al carretto pieno di esplosivo che deve riportarsi indietro. Pensa che ci stava la pena di morte per uno che veniva trovato con la pistola... figuriamoci con 18 chili di tritolo...
Ma qualche minuto prima delle quattro viene dato il segnale. I tedeschi arrivano. Marciano cantando una canzone tedesca che dice «Salta ragazza mia...» Davanti c'è un gruppo d'avanguardia e in fondo c'è un carretto trascinato da un somaro e sul carretto ci sta' un fucile mitragliatore. Bentivegna col braciere della pipa accende la miccia e corre via. Carla Capponi gli corre dietro, gli nasconde la spalle con un impermeabile e scappano su un autobus. Mentre la miccia brucia... lungo la strada c'è un gruppo di ragazzini che gioca a pallone proprio vicino all'esplosivo. Allora Pasquale Balsamo, un altro partigiano, corre su da via del Boccaccio, arriva lì vicino a 'sto ragazzino e gli ruba il pallone. Dà un calcio a 'sto pallone e il pallone rotola giù per la discesa. Il ragazzino si gira e je dice: «Aho, a fijo de 'na mignotta ma che stai a fa'?» Poi vede che il pallone suo non c'è più e corre in fondo alla discesa per recuperarlo... così quei ragazzini si salveranno. Nel frattempo il carretto esplode e gli altri partigiani lanciano delle bombe a mano. Nell'esplosione moriranno 32 tedeschi e un ragazzino italiano. Piero Zuccheretti si chiamava.
I tedeschi non capiscono bene quello che è successo. Pensano che le bombe siano state buttate dall'alto e si mettono a sparare per aria. Sparano verso i tetti, verso i balconi e le finestre. È stata colpita l'undicesima compagnia del Polizei-regiment «Bozen» in fase di addestramento a Roma. Quando Adolf Hitler dalla Germania viene a sapere quello che è successo a Roma in pieno centro, in pieno giorno, in una città occupata... dà ordine che vengano uccisi 50 italiani per ogni soldato tedesco morto, e bisogna far saltare in aria l'intero quartiere. Questo è l'ordine che dà Hitler dalla Germania. Poi qualcuno dice: «50 sono troppi. Sarebbe meglio ucciderne 30, meglio 20» Io non lo so quello che si sono detti in quelle ore. Io credo che non lo sa nessuno con precisione e poi chissà quante cose so' state dette in quel momento... Però so quello che è successo e so quello che stava pure scritto sul giornale che ha letto mio nonno due giorni dopo. Un paio di giorni dopo... dopo la rappresaglia tedesca... sul giornale c'era scritto che erano stati uccisi dieci comunisti badogliani per ogni soldato tedesco morto. E se i tedeschi morti a via Rasella sono 32, il conto è facile: gli italiani da uccidere sono 320. 320 che però devono essere già stati condannati a morte per fare un'esecuzione esemplare davanti agli occhi di tutti. Ma 320 condannati a morte a Roma non ce ne stanno. Li vanno a contare e in galera ce ne stanno solo tre. E tre persone non sono 300.
Allora Herbert Kappler pensa bene che per sveltire la pratica... perché questo fu un crimine, ma i criminali che l'hanno compiuto non rassomigliano al mostro che ammazza le sue vittime divorandole. Tutto questo crimine rassomiglia ad una pratica burocratica dove i nazisti si trovarono a dover compilare delle liste come un qualunque funzionario di qualche anonimo ufficio del ministero... e così anche Kappler si trovò davanti all'urgenza di sveltire la pratica e forse per questo motivo pensò che era meglio passare dai condannati a morte a quelli che erano ipoteticamente condannabili. E nell'ipotesi, per Kappler, a Roma tutti potrebbero essere condannabili. Secondo Kappler era condannabile anche uno che si chiamava Ettore Ronconi. Questo faceva l'oste a Genzano. Faceva il vino... era un oste appena arrivato a Roma per portare il vino all'osteria di via Rasella. Anche lui ipoteticamente è condannabile per Kappler, e anche il giorno appresso verrà ammazzato all'Ardeatine.
Poi durante la notte muore un altro tedesco. Muore perché era rimasto ferito a via Rasella, ma muore per conto suo all'ospedale. Allora Kappler, senza che manco nessuno glielo lo va a comandare, decide che per un fatto di matematica e di giustizia bisogna mettere nel numero delle persone da ammazzare altri dieci italiani. Poi forse si sbaglia e ce ne mette 15 per un totale di 335 persone. (...)
Adesso c'è da fare più di 300 fucilazioni. Così i tedeschi si ricordano di quando Roma diventò la capitale. Di quando si costruirono le case e i ministeri e per recuperare calce e mattoni attorno a Roma si scavarono più di 170 cave con 3000 persone che ci lavoravano dentro. Adesso ci sta la guerra e nessuno pensa più a costruire cosicché le cave sono in disuso. Così i 335 vengono portati in una cava abbandonata sulla via Ardeatina. Li fanno entrare in gruppi di cinque con le mani legate dietro la schiena. L'ordine è preciso e anche questa è 'na cosa che deve essere scientifica, una pratica burocratica: le persone devono ricevere il colpo all'altezza della nuca col capo leggermente rovesciato in avanti in maniera che muoiono subito e non si sprechino troppe pallottole, ma qualcuno non muore subito. Durante l'esumazione il dottor Ascarelli ne troverà uno con quattro fori nel cranio. Per 39 di loro sarà impossibile reperire la testa, perché forse è scoppiata coi gas d'esplosione all'interno della scatola cranica. Tanti altri vengono trovati con ferite lievi e forse neanche so' morti subito.
È il 24 marzo del 1944. Quattro giorni più tardi, i tedeschi tornano alle cave Ardeatine, fanno delle buche, mettono delle cariche d'esplosivo e fanno saltare in aria l'intera cava. Una montagna di terra crolla sopra una montagna di morti. Una montagna dentro un'altra montagna. E adesso... come dice pure l'ultima frase del giornale che ha letto mio nonno: l'ordine è stato eseguito.
Ma in quei giorni esce anche un altro giornale, un giornale che esce ancora e si chiama L'Osservatore romano. È il quotidiano del Vaticano e c'è un articolo curioso che la gente n'ha parlato per tanto tempo. Se ne parla ancora oggi tutte le volte che si riparla della storia di via Rasella. E io mi immagino la gente che voleva sapere cosa c'era scritto sull'articolo... la gente analfabeta al tempo della guerra. Io mi immagino che si andava a cercare qualcuno che glielo poteva leggere questo articolo tanto importante. Così... mi immagino tutta 'sta gente che se ne va al cinema Iris odierno cinema Gioiello in fondo a via Nomentana, a Porta Pia da mio nonno Giulio e gli fa: «Sor Giulio, dite 'n po' che c'è scritto sull'Osservatore romano?» E mio nonno che dice: «C'è scritto: 32 vittime da una parte, 320 sacrificati dall'altra per i colpevoli sfuggiti all'arresto».
Mio nonno legge il giornale.... e il giornale dice che quelli ammazzati alle Ardeatine sono sacrificati, come se fosse un evento biblico e non un crimine umano. Nel giornale i nazisti diventano le vittime e i partigiani sono i colpevoli...
Dico alla bassetta che è qui che incomincia la storia. Da questo punto dovremmo incominciare a raccontarla. Fino ad ora io ho solo messo in fila i fatti, ma è da questo momento che qualcuno ha incominciato a raccontarli. È qui che nasce il racconto e anche la polemica che lo accompagna. A questo punto abbiamo incominciato a sentire qualcuno che diceva: «Ma lo sai che quei 33 soldati che vennero ammazzati dai partigiani a via Rasella erano altoatesini? Mica erano tedeschi, erano proprio altoatesini! Dunque questo attentato di via Rasella fu un gesto criminale senza motivo perché andò a colpire altri italiani... italiani dell'Alto Adige invece delle truppe d'occupazione tedesche!» E io dico che sì... è vero! I 33 uccisi a via Rasella erano altoatesini, erano del Polizei-regiment «Bozen», erano altoatesini. Ma non erano mica gli stessi altoatesini che fanno lo speck sulle alpi! Dico che questi erano nazisti! E poi non credo che la nazionalità conti qualcosa, nel senso che i partigiani romani non facevano un'azione contro qualcuno soltanto perché si trattava di un tedesco. Anche tra i tedeschi ci stanno le differenze e i partigiani non avrebbero sparato a qualcuno solo perché era nato in Germania. Nessuno avrebbe sparato a Hegel, il filosofo, oppure a un ortolano di Berlino o a Schumacher il pilota della Ferrari! Credo che ci sta una bella differenza tra un filosofo, un ortolano, un pilota di formula uno e... un nazista!
E poi c'è l'altra polemica... quella dei manifesti. Perché tanta gente dice che i tedeschi stamparono dei manifesti. Manifesti sui quali c'era scritto che i tedeschi avevano arrestate 300 persone e l'avrebbero salvate soltanto se i partigiani autori dell'azione di via Rasella si fossero presentati. E visto che i partigiani non si presentarono i tedeschi si sentirono autorizzati a compiere l'eccidio delle Ardeatine.
Ma, dico alla bassetta... come potevano stampare i manifesti se la bomba di via Rasella scoppia alle quattro di pomeriggio del 23 marzo... e soltanto un giorno appresso i 335 delle Ardeatine erano già stati uccisi? Come potevano avere il tempo di stampare i manifesti e attaccarli sui muri di Roma?
E poi lo dicono persino i tedeschi che i manifesti non furono mai stampati. Lo dicono al processo nel novembre del '46 quando il giudice dice a Kesserling che avrebbe potuto avvisare la popolazione di quello che stava succedendo e lui risponde: «Sì, adesso a distanza di due anni credo che l'idea sarebbe stata buona!» E il giudice gli fa: «Però non lo faceste?» E Kesserling: «No. Non lo feci!»
E poi i tedeschi non avevano motivo di avvertire i romani che stavano per ammazzare più di 300 persone. Se l'avessero fatto a Roma sarebbe scoppiata una rivolta.
Insomma, i tedeschi non dissero niente se non dopo che la cosa era successa. Eppure ancora oggi tanta gente dice: «Mio nonno li ha visti i manifesti... mio zio li ha visti... c'erano i manifesti», perché la gente i manifesti li ha visti pure se nessuno li ha mai stampati... e mica per cattiveria... ma perché in questa menzogna che si porta avanti da più di cinquant'anni s'è trovata una speranza per questi 335... una speranza che davvero non gliel'ha data mai nessuno. Qualcuno ti dice: «io l'ho sentito perfino alla radio 'sto comunicato!» Ma la realtà è che se tu avessi acceso la radio in quei giorni mica sentivi i comunicati. Se avessi acceso la radio avresti sentito le canzonette che mandava il regime.
Ascanio Celestini è considerato uno dei migliori esponenti del cosiddetto teatro di narrazione. Nel 2000-2001 ha scritto e rappresentato Radio Clandestina (da cui è tratto il testo a fianco, ed. Donzelli), un racconto costruito a partire dal libro l'Ordine è già stato eseguito di Alessandro Portelli, premio Viareggio '99, che raccoglie la memoria orale legata all'eccidio delle fosse Ardeatine del 24 marzo 1944. Lo spettacolo fu presentato nei locali dell'ex-carcere nazista di via Tasso (ora Museo della Liberazione) in forma di studio per i Luoghi della Memoria, manifestazione organizzata dal Comune di Roma e dal Teatro di Roma. Attualmente sta lavorando al suo primo disco, che uscirà a ottobre e si intitolerà «Parole sante».
giovedì 23 agosto 2007
Ora vogliono ammazzare i sindacati
intervista di Roberto Rossi a Luciano Gallino
Residuo premoderno, istituzione demodé, struttura in ritardo irrimediabile sui tempi. Adesso anche casta. Il sindacato in Italia è sottoposto a un pesante attacco come mai prima d’ora. E che ricorda quello che subì, negli anni 80, quello inglese.«È lo stesso piano inclinato» spiega il sociologo Luciano Gallino. Per ora cambia solo la pendenza.
Professore, tra le affermazioni più in voga oggi c’è anche quella di considerare il ruolo del sindacato come troppo invadente nella vita politica del Paese. Concorda?
«È un’affermazione fuori da ogni realtà. Se il sindacato avesse tale potere non si spiegherebbe come i salari dei lavoratori dipendenti in Italia siano fermi da oltre dieci anni, ormai quasi 15, mentre sono cresciuti in termini reali in Francia, Germania e altrove».
Qual è la forza, la presa del sindacato nella società?«Il vantaggio del sindacato è che ha una presa diretta con il mondo che lo circonda. Molte persone, forse anche i redattori dell’Espresso, pensano che il sindacato sia fatto da 30-50 signori che stanno seduti in Corso Italia o da altre parti e che da lì sragionino sulle sorti dei lavoratori. Il sindacato è fatto da decine di migliaia di persone in contatto con le forze produttive del Paese, con le crisi aziendali, le delocalizzazioni, giorno per giorno. Hanno un contatto con la realtà superiore ai partiti che una volta avevano sezioni, club, scuole dove si studiava la società, ma che oggi sono spariti».
Perché secondo lei il settimanale l’Espresso, voce rappresentativa di una parte della sinistra, ha dipinto i sindacati come casta proprio ora? In fondo sono gli stessi di dieci anni fa. C’è un motivo contingente?
«Non lo so. Ma se ci fosse mi pare che la cosa si profili un po’ preoccupante. Quello che il sindacato ha fatto fino a questo punto è resistere, non molto tutto sommato, sulla questione delle pensioni. E ha finito col firmare un protollo dove le pensioni vengono riformate con differenze minime rispetto al piano del centrodestra. E nel quale si sono presi impegni nel mercato del lavoro che potrebbero essere stati scritti benissimo dal governo Berlusconi. Io mi sono guardato il protocollo Damiano. Il fatto di averlo sottoscritto è per i sindacati un segno di debolezza. Altro che casta! Un documento del genere 10 anni fa non sarebbe stato proponibile».
Anche in Gran Bretagna, negli anni ‘80, il ruolo del sindacato fu pesantemente messo in discussione e poi ridimensionato. C’è un parallelismo?
«Purtroppo il piano inclinato è il medesimo. Lì i sindacati sono stati eliminati dalla scena politica ed economica licenziando decine di migliaia di lavoratori. In Italia non siamo allo stesso livello, per fortuna».
Il piano inclinato è l’ideologia liberista?
«Direi proprio di sì, ma non solo. Aggiungerei, come ricorda Warren Buffett, il secondo uomo più ricco al mondo, che le forze delle grandi imprese, delle corporation, i loro modelli, hanno vinto. Hanno perseguito un tale successo che contrastarlo appare sempre più difficile».
Ha vinto il concetto di modernismo?
«Sì, ma in una concezione molto povera, molto deforme del modernismo. Perché, il modernismo o, meglio, la modernità, mirava alla sintesi, la più alta possibile, tra esigenze individuali e interessi collettivi. Il concetto moderno così come si è è malamente affermato ha sostenuto e sta sostenendo solo il primo aspetto. E cioè un liberismo sfrenato che permette notevoli sviluppi della ricchezza privata a scapito di quella pubblica».
Questo progetto di modernismo di basso profilo ha fatto breccia anche a sinistra?
«Ahimè sì. Naturalmente bisogna fare i conti con la storia. Con il fatto che il capitalismo non abbia più antagonisti reali e credibili».
Attaccare il sindacato torna ciclicamente di moda. Era successo con Berlusconi, torna in auge oggi. Perché?
«Perché la vittoria di cui parlavamo prima è forse più ampia di quanto non ci potesse aspettare. E, per la verità, non ha trovato grosse resistenze. Sono le capacità critiche che sono venute meno. La capacità di fare fronte ai dati e ragionarci sopra. Gran parte del discorso politico attuale è ideologico, rispetto al quale i fatti e le cifre non esistono più. Mi sembra molto caratteristico quanto è avvenuto sul fronte delle pensioni ma anche sul fronte del mercato del lavoro».
Il segretario della Cgil Epifani ha parlato più volte di un ritorno di un “diciannovismo”, cioè il tentativo di delegittimazione delle istituzioni tra queste anche i sindacati?
«Per ora il termine mi sembra forte anche se credo che ci sia qualcosa di vero. Perché così come si attacca il sindacato si attacca anche la politica in quanto tale o le stesse istituzioni della democrazia. Spero che fra quattro o cinque anni non si riveli un termine pienamente azzeccato».
Rispetto a dieci anni fa, diciamo quando il protocollo Damiano non sarebbe stato preso in considerazione, come è cambiato il sindacato?
«Potremmo dire che ha qualche acciacco in più. Uno dei problemi principali è una difficoltà di rappresentanza. La frammentazione dell’attività produttiva ha anche frammentato e distribuito sul territorio le forze di lavoro. Inoltre le tecnologie e i nuovi modelli di organizzazione del lavoro hanno moltiplicato e differenziato interessi materiali e ideali dei lavoratori. Però il loro ruolo è ancora vitale. Basta dare un’occhiata a quello che succede nel mondo e uno scopre che dove i sindacati non ci sono di fatto i lavoratori vengono pagati 70 centesimi di dollaro l’ora o fanno 60-70 ore alla settimana».
dall'Unità del 6 agosto 2007
Residuo premoderno, istituzione demodé, struttura in ritardo irrimediabile sui tempi. Adesso anche casta. Il sindacato in Italia è sottoposto a un pesante attacco come mai prima d’ora. E che ricorda quello che subì, negli anni 80, quello inglese.«È lo stesso piano inclinato» spiega il sociologo Luciano Gallino. Per ora cambia solo la pendenza.
Professore, tra le affermazioni più in voga oggi c’è anche quella di considerare il ruolo del sindacato come troppo invadente nella vita politica del Paese. Concorda?
«È un’affermazione fuori da ogni realtà. Se il sindacato avesse tale potere non si spiegherebbe come i salari dei lavoratori dipendenti in Italia siano fermi da oltre dieci anni, ormai quasi 15, mentre sono cresciuti in termini reali in Francia, Germania e altrove».
Qual è la forza, la presa del sindacato nella società?«Il vantaggio del sindacato è che ha una presa diretta con il mondo che lo circonda. Molte persone, forse anche i redattori dell’Espresso, pensano che il sindacato sia fatto da 30-50 signori che stanno seduti in Corso Italia o da altre parti e che da lì sragionino sulle sorti dei lavoratori. Il sindacato è fatto da decine di migliaia di persone in contatto con le forze produttive del Paese, con le crisi aziendali, le delocalizzazioni, giorno per giorno. Hanno un contatto con la realtà superiore ai partiti che una volta avevano sezioni, club, scuole dove si studiava la società, ma che oggi sono spariti».
Perché secondo lei il settimanale l’Espresso, voce rappresentativa di una parte della sinistra, ha dipinto i sindacati come casta proprio ora? In fondo sono gli stessi di dieci anni fa. C’è un motivo contingente?
«Non lo so. Ma se ci fosse mi pare che la cosa si profili un po’ preoccupante. Quello che il sindacato ha fatto fino a questo punto è resistere, non molto tutto sommato, sulla questione delle pensioni. E ha finito col firmare un protollo dove le pensioni vengono riformate con differenze minime rispetto al piano del centrodestra. E nel quale si sono presi impegni nel mercato del lavoro che potrebbero essere stati scritti benissimo dal governo Berlusconi. Io mi sono guardato il protocollo Damiano. Il fatto di averlo sottoscritto è per i sindacati un segno di debolezza. Altro che casta! Un documento del genere 10 anni fa non sarebbe stato proponibile».
Anche in Gran Bretagna, negli anni ‘80, il ruolo del sindacato fu pesantemente messo in discussione e poi ridimensionato. C’è un parallelismo?
«Purtroppo il piano inclinato è il medesimo. Lì i sindacati sono stati eliminati dalla scena politica ed economica licenziando decine di migliaia di lavoratori. In Italia non siamo allo stesso livello, per fortuna».
Il piano inclinato è l’ideologia liberista?
«Direi proprio di sì, ma non solo. Aggiungerei, come ricorda Warren Buffett, il secondo uomo più ricco al mondo, che le forze delle grandi imprese, delle corporation, i loro modelli, hanno vinto. Hanno perseguito un tale successo che contrastarlo appare sempre più difficile».
Ha vinto il concetto di modernismo?
«Sì, ma in una concezione molto povera, molto deforme del modernismo. Perché, il modernismo o, meglio, la modernità, mirava alla sintesi, la più alta possibile, tra esigenze individuali e interessi collettivi. Il concetto moderno così come si è è malamente affermato ha sostenuto e sta sostenendo solo il primo aspetto. E cioè un liberismo sfrenato che permette notevoli sviluppi della ricchezza privata a scapito di quella pubblica».
Questo progetto di modernismo di basso profilo ha fatto breccia anche a sinistra?
«Ahimè sì. Naturalmente bisogna fare i conti con la storia. Con il fatto che il capitalismo non abbia più antagonisti reali e credibili».
Attaccare il sindacato torna ciclicamente di moda. Era successo con Berlusconi, torna in auge oggi. Perché?
«Perché la vittoria di cui parlavamo prima è forse più ampia di quanto non ci potesse aspettare. E, per la verità, non ha trovato grosse resistenze. Sono le capacità critiche che sono venute meno. La capacità di fare fronte ai dati e ragionarci sopra. Gran parte del discorso politico attuale è ideologico, rispetto al quale i fatti e le cifre non esistono più. Mi sembra molto caratteristico quanto è avvenuto sul fronte delle pensioni ma anche sul fronte del mercato del lavoro».
Il segretario della Cgil Epifani ha parlato più volte di un ritorno di un “diciannovismo”, cioè il tentativo di delegittimazione delle istituzioni tra queste anche i sindacati?
«Per ora il termine mi sembra forte anche se credo che ci sia qualcosa di vero. Perché così come si attacca il sindacato si attacca anche la politica in quanto tale o le stesse istituzioni della democrazia. Spero che fra quattro o cinque anni non si riveli un termine pienamente azzeccato».
Rispetto a dieci anni fa, diciamo quando il protocollo Damiano non sarebbe stato preso in considerazione, come è cambiato il sindacato?
«Potremmo dire che ha qualche acciacco in più. Uno dei problemi principali è una difficoltà di rappresentanza. La frammentazione dell’attività produttiva ha anche frammentato e distribuito sul territorio le forze di lavoro. Inoltre le tecnologie e i nuovi modelli di organizzazione del lavoro hanno moltiplicato e differenziato interessi materiali e ideali dei lavoratori. Però il loro ruolo è ancora vitale. Basta dare un’occhiata a quello che succede nel mondo e uno scopre che dove i sindacati non ci sono di fatto i lavoratori vengono pagati 70 centesimi di dollaro l’ora o fanno 60-70 ore alla settimana».
dall'Unità del 6 agosto 2007
mercoledì 22 agosto 2007
Anche gli ingegneri leggono il manifesto :)
Tutto quello che so
Ho letto la lettera di Rossana Rossanda al presidente Prodi (il manifesto del 4 agosto). Io non so se sono popolo di sinistra, quel che so è che a sinistra ho sempre votato. So che ho la partita iva che ho dovuto aprire perché o la prendevi o ciccia che lavoravi, altro che contratti, salari minimi, ferie, malattia, pensione, tutta fantascienza, cose che leggo sui libri e che mi raccontano i miei nonni, ma non so mica se sono vere. So che su quel che guadagno ci pago un botto di tasse fino all'ultimo centesimo, eppure non giro in elicottero, e nemmeno in mercedes. So che nonostante questo non occupo (né tantomeno okkupo), non disobbedisco, non autoriduco, non sfascio le vetrine dei mcdonalds (che son gestiti da poveracci non tanto diversi da me), non sono esente da nulla, ma non do la colpa all'impero del male. So che quando non avevo qualcosa non ho mai detto «deve pensarci lo stato a garantirmela», ho sempre detto «devo darmi da fare per averla». So che verso dei contributi obbligatori per una pensione che non avrò (meglio, che sarà uguale a quella che avrei avuto senza versare nulla), né con lo scalone, né con gli scalini, né con la scala a chiocciola e neanche saltando giù nella tromba delle scale. So che decenni di sprechi dissennati mi hanno lasciato in eredità sulle spalle un debito che non si riesce nemmeno a scriverlo, tante cifre ha (e gli abbiamo appena tolto tre zeri...), e che oramai è tanto grande che ogni anno siamo contenti se è cresciuto poco, invece di farlo calare... so che tutti quanti parlano di diritti che il governo dovrebbe garantire, ma ben pochi parlano di doveri che il governo dovrebbe imporre. Detto questo, ebbene sì, io sono uno di quelli che sanno che la priorità è risanare i conti pubblici. Proprio perché mi sono stancato di pagare tasse per niente, epperò non voglio diventare evasore. Perché mi sono stancato di mantenere gente nullafacente, epperò non voglio dare certi servizi essenziali in mano ai privati. Perché mi sono stancato degli sprechi, epperò non voglio smantellare lo stato sociale. Perché mi sono stancato dei soprusi, epperò non voglio l'anarchia né la legge del taglione. Perché mi sono stancato delle ingiustizie, epperò non voglio rinunciare alla legalità. Chissà che cosa ne dice la Rossanda. Sarò ancora di sinistra?
Distinti saluti.
ing. Paolo Bianco
lettera dal manifesto del 14 agosto 2007
( dell'ing. Paolo Bianco consiglio anche il divertente thread:
http://forum.ingegneri.info/viewtopic.php?t=6976)
Ho letto la lettera di Rossana Rossanda al presidente Prodi (il manifesto del 4 agosto). Io non so se sono popolo di sinistra, quel che so è che a sinistra ho sempre votato. So che ho la partita iva che ho dovuto aprire perché o la prendevi o ciccia che lavoravi, altro che contratti, salari minimi, ferie, malattia, pensione, tutta fantascienza, cose che leggo sui libri e che mi raccontano i miei nonni, ma non so mica se sono vere. So che su quel che guadagno ci pago un botto di tasse fino all'ultimo centesimo, eppure non giro in elicottero, e nemmeno in mercedes. So che nonostante questo non occupo (né tantomeno okkupo), non disobbedisco, non autoriduco, non sfascio le vetrine dei mcdonalds (che son gestiti da poveracci non tanto diversi da me), non sono esente da nulla, ma non do la colpa all'impero del male. So che quando non avevo qualcosa non ho mai detto «deve pensarci lo stato a garantirmela», ho sempre detto «devo darmi da fare per averla». So che verso dei contributi obbligatori per una pensione che non avrò (meglio, che sarà uguale a quella che avrei avuto senza versare nulla), né con lo scalone, né con gli scalini, né con la scala a chiocciola e neanche saltando giù nella tromba delle scale. So che decenni di sprechi dissennati mi hanno lasciato in eredità sulle spalle un debito che non si riesce nemmeno a scriverlo, tante cifre ha (e gli abbiamo appena tolto tre zeri...), e che oramai è tanto grande che ogni anno siamo contenti se è cresciuto poco, invece di farlo calare... so che tutti quanti parlano di diritti che il governo dovrebbe garantire, ma ben pochi parlano di doveri che il governo dovrebbe imporre. Detto questo, ebbene sì, io sono uno di quelli che sanno che la priorità è risanare i conti pubblici. Proprio perché mi sono stancato di pagare tasse per niente, epperò non voglio diventare evasore. Perché mi sono stancato di mantenere gente nullafacente, epperò non voglio dare certi servizi essenziali in mano ai privati. Perché mi sono stancato degli sprechi, epperò non voglio smantellare lo stato sociale. Perché mi sono stancato dei soprusi, epperò non voglio l'anarchia né la legge del taglione. Perché mi sono stancato delle ingiustizie, epperò non voglio rinunciare alla legalità. Chissà che cosa ne dice la Rossanda. Sarò ancora di sinistra?
Distinti saluti.
ing. Paolo Bianco
lettera dal manifesto del 14 agosto 2007
( dell'ing. Paolo Bianco consiglio anche il divertente thread:
http://forum.ingegneri.info/viewtopic.php?t=6976)
Il fine giustifica i mezzi? No (per fortuna)
l'intervento
Con myspace non va tutto bene, madama la marchesa
Ivan Della Mea
Fine giugno 2007. Sesto Fiorentino. Istituto Ernesto de Martino: d'ora in poi IEdM. Da tempo, tanto, troppo forse, sto meditando su uno scritto di Gianni Bosio nel quale lui el mè Giuan afferma essere priorità irrinunciabile dell'IEdM... da lui stesso fondato nel 1966... l'autonomia economica come condizione dell'autonomia politica e culturale: un no secco, dunque, a qualsivoglia mediazione e compromesso con qualsisia istituzione. Poi, Bosio muore il 21 agosto 1971. Oggi l'IEdM vive, meglio, sopravvive, grazie a contributi esclusivamente istituzionali e al tesseramento dei soci che incide in ragione di un assai poco per cento comunque prezioso. Bon, certo i tempi sono cambiati, gli spazi pure, è cambiata la società e sono cambiati i contesti sociali non ci sono più le classi di Paolo Sylos Labini, sono cambiate le condizioni di vita e anche quelle di morte, sono cambiati i costumi sia quelli sociali sia quelli da spiaggia...e e e... morta lì ma tutto questo non mi rasserena rispetto al fatto che la contraddizione resta e che oggi l'autonomia dell'IEdM, nell'accezione bosiana, più non è né tanto né poco e tutti i miei ragionari hanno il sound del ronzio d'un'ape dentro un bugno vuoto.Tiremm innanz.Mi dice una lei giovane che lavora all'IEdM: senti mea c'è questo spazio myspace... maispeis è libero zero costi ci puoi mettere icché ti pare e ti dà una visibilità pazzesca fai conto che se come sito web dell'istituto mediamente faccio per dire ci relazioniamo un giorno per l'altro con dieci realtà singole e collettive con vuvuvu punto maispeis punto com traduco si passa a ... beh proprio non c'e rapporto e non ci sono problemi di sorta e è facile è lì. Pronti via. Non so che dire. Capisco la voglia di lei e di altri giovani che lavorano o che fanno riferimento all'IEdM di avere finalmente più visibilità e più contatti e più comunicazioni e più informazioni di quanti ce ne possano dare il nostro sito e la nostra news e icchéssoiochenonso...Primi d'agosto. Siamo in maispeis e ancora non ho ben chiaro che cosa significhi ma ci siamo e ci sono anche altri compagni e sinistri vari musicisti e cantanti al più ma non solo e con i quali abbiamo rapporti di affetto e di collaborazione. Tutto bene madama la marchesa? Parrebbe.Poi, vengo a sapere che maispeis nato nel 2004 è stato acquistato nel 2005 dall'australiano Rupert Murdoch megaextraiperultramiliardario e vengo a sapere anche che già ha messo assieme centinaia di milioni di contatti e che le previsioni sue dicono di una irresistibile ascesa talché tra poco tutti i mondi terzi quarti e ultimi seguiteranno a crepare di malattie e di fame e di guerre ma potranno contattarsi con e mediante maispeis e vualà il progresso portator di civiltà paraponziponzipà.Ripeto: tutto bene madama la marchesa?No. Non per me. Rupert Murdoch non mi sta bene esattamente come Bill Gates e Silvio Berlusconi e non mi sta bene uno spazio «libero» e generalista e non mi sta bene un'impresa che garantisce a Murdoch tonnellate di pubblicità e di miliardi conseguenti e non mi sta bene di contribuire anche minimamente all'affermazione di un universopolio della pseudo libertà e della pseudo democrazia mediatica e non mi sta bene che una volta ancora e di più la sinistra tanta sinistra da quella filo centrista a quella filolibertaria accettino con dichiarato entusiasmo di usare questo «strumento» nel nome della visibilità e della facilità d'intrecciare contatti relazioni informazioni.Ancor meno, molto di meno, mi sta bene l'amico e compagno che dice da buon comunista qualsiasi opportunità che mi apra al mondo intero per dire che apra l'istituto all'universo mondo mi sta bene e io gli rispondo a me da cattivissimo comunista non sta bene per niente e bon gli estremi di un confronto dialettico e dialogico ci sono tutti e un altro ultratrentenne mi dice il fine giustifica i mezzi e oh cristo no dico io no per dio e per carlo marx.No. Ma come spiegargli che quella frase merita il primo posto nel libro universale dell'infamia? come spiegarglielo in una società come questa nostra e in una cultura dove siffatto concetto è stracondiviso e assolutamente trasversale? come dirgli che in grazia di quello stesso concetto sono stati perpetrati nel nome di tutti gli dèi e di tutti i poteri assassinii massacri e genocidi e non una sola infamissima shoah bensì tante shoah altrettanto infamissime non disumane e non umanissime perché volute e fatte da esseri umani contro altri esseri umani, da uomini per i quali sempre e comunque il fine giustificava e ognora giustifica i mezzi? e come spiegargli che operazioni come maispeis perpetuano la menzogna ormai tautologica di un progresso portatore di civiltà a velocità costantemente accelerata e che maispeis è una sorta di tav e di tac mediatica? come spiegare che maispeis è un altro strumento buono per una gestione soggettiva e solitaria della propria vita con l'illusione di una partecipazione affatto virtuale? come spiegare eccetera eccetera eccetera...Ne ho discusso con i lavoratori dell'IEdM e con alcuni collaboratori volontari e ho detto che quella che si doveva affrontare era una questione meramente politica e che il momento e la sede per la discussione e l'eventuale decisione nel merito doveva essere l'Assemblea snnuale ordinaria dei soci dell'IEdM per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario... e tutte le volte che lo scrivo questo corsivo me ne viene un'ipercoop di sensi di colpa che mi diventano sensi di polpa... assemblea che avrà luogo come da statuto tra il marzo e l'aprile 2008.Poi, alla fin della fiera ho detto che come presidente dell'IEdM e in virtù delle facoltà statutarie che mi sono state date ho deciso di sganciarci ipso facto da myspace maispeis e ho proposto che si facesse quanto era nelle nostre possibilità per spiegare a altri compagni e amici maispessiani o maispeissisti il perché di questa decisione. Questo scritto è già di per sé un tentativo di spiega. Ho fatto bene? Ho fatto male? Davvero non lo so o quanto meno non ne sono certo. Di certo so che una volta ancora nella mia vita mi ritrovo un po' più solo. Grazie per l'ascolto.
dal manifesto del 14 agosto 2007
Con myspace non va tutto bene, madama la marchesa
Ivan Della Mea
Fine giugno 2007. Sesto Fiorentino. Istituto Ernesto de Martino: d'ora in poi IEdM. Da tempo, tanto, troppo forse, sto meditando su uno scritto di Gianni Bosio nel quale lui el mè Giuan afferma essere priorità irrinunciabile dell'IEdM... da lui stesso fondato nel 1966... l'autonomia economica come condizione dell'autonomia politica e culturale: un no secco, dunque, a qualsivoglia mediazione e compromesso con qualsisia istituzione. Poi, Bosio muore il 21 agosto 1971. Oggi l'IEdM vive, meglio, sopravvive, grazie a contributi esclusivamente istituzionali e al tesseramento dei soci che incide in ragione di un assai poco per cento comunque prezioso. Bon, certo i tempi sono cambiati, gli spazi pure, è cambiata la società e sono cambiati i contesti sociali non ci sono più le classi di Paolo Sylos Labini, sono cambiate le condizioni di vita e anche quelle di morte, sono cambiati i costumi sia quelli sociali sia quelli da spiaggia...e e e... morta lì ma tutto questo non mi rasserena rispetto al fatto che la contraddizione resta e che oggi l'autonomia dell'IEdM, nell'accezione bosiana, più non è né tanto né poco e tutti i miei ragionari hanno il sound del ronzio d'un'ape dentro un bugno vuoto.Tiremm innanz.Mi dice una lei giovane che lavora all'IEdM: senti mea c'è questo spazio myspace... maispeis è libero zero costi ci puoi mettere icché ti pare e ti dà una visibilità pazzesca fai conto che se come sito web dell'istituto mediamente faccio per dire ci relazioniamo un giorno per l'altro con dieci realtà singole e collettive con vuvuvu punto maispeis punto com traduco si passa a ... beh proprio non c'e rapporto e non ci sono problemi di sorta e è facile è lì. Pronti via. Non so che dire. Capisco la voglia di lei e di altri giovani che lavorano o che fanno riferimento all'IEdM di avere finalmente più visibilità e più contatti e più comunicazioni e più informazioni di quanti ce ne possano dare il nostro sito e la nostra news e icchéssoiochenonso...Primi d'agosto. Siamo in maispeis e ancora non ho ben chiaro che cosa significhi ma ci siamo e ci sono anche altri compagni e sinistri vari musicisti e cantanti al più ma non solo e con i quali abbiamo rapporti di affetto e di collaborazione. Tutto bene madama la marchesa? Parrebbe.Poi, vengo a sapere che maispeis nato nel 2004 è stato acquistato nel 2005 dall'australiano Rupert Murdoch megaextraiperultramiliardario e vengo a sapere anche che già ha messo assieme centinaia di milioni di contatti e che le previsioni sue dicono di una irresistibile ascesa talché tra poco tutti i mondi terzi quarti e ultimi seguiteranno a crepare di malattie e di fame e di guerre ma potranno contattarsi con e mediante maispeis e vualà il progresso portator di civiltà paraponziponzipà.Ripeto: tutto bene madama la marchesa?No. Non per me. Rupert Murdoch non mi sta bene esattamente come Bill Gates e Silvio Berlusconi e non mi sta bene uno spazio «libero» e generalista e non mi sta bene un'impresa che garantisce a Murdoch tonnellate di pubblicità e di miliardi conseguenti e non mi sta bene di contribuire anche minimamente all'affermazione di un universopolio della pseudo libertà e della pseudo democrazia mediatica e non mi sta bene che una volta ancora e di più la sinistra tanta sinistra da quella filo centrista a quella filolibertaria accettino con dichiarato entusiasmo di usare questo «strumento» nel nome della visibilità e della facilità d'intrecciare contatti relazioni informazioni.Ancor meno, molto di meno, mi sta bene l'amico e compagno che dice da buon comunista qualsiasi opportunità che mi apra al mondo intero per dire che apra l'istituto all'universo mondo mi sta bene e io gli rispondo a me da cattivissimo comunista non sta bene per niente e bon gli estremi di un confronto dialettico e dialogico ci sono tutti e un altro ultratrentenne mi dice il fine giustifica i mezzi e oh cristo no dico io no per dio e per carlo marx.No. Ma come spiegargli che quella frase merita il primo posto nel libro universale dell'infamia? come spiegarglielo in una società come questa nostra e in una cultura dove siffatto concetto è stracondiviso e assolutamente trasversale? come dirgli che in grazia di quello stesso concetto sono stati perpetrati nel nome di tutti gli dèi e di tutti i poteri assassinii massacri e genocidi e non una sola infamissima shoah bensì tante shoah altrettanto infamissime non disumane e non umanissime perché volute e fatte da esseri umani contro altri esseri umani, da uomini per i quali sempre e comunque il fine giustificava e ognora giustifica i mezzi? e come spiegargli che operazioni come maispeis perpetuano la menzogna ormai tautologica di un progresso portatore di civiltà a velocità costantemente accelerata e che maispeis è una sorta di tav e di tac mediatica? come spiegare che maispeis è un altro strumento buono per una gestione soggettiva e solitaria della propria vita con l'illusione di una partecipazione affatto virtuale? come spiegare eccetera eccetera eccetera...Ne ho discusso con i lavoratori dell'IEdM e con alcuni collaboratori volontari e ho detto che quella che si doveva affrontare era una questione meramente politica e che il momento e la sede per la discussione e l'eventuale decisione nel merito doveva essere l'Assemblea snnuale ordinaria dei soci dell'IEdM per la conoscenza critica e la presenza alternativa del mondo popolare e proletario... e tutte le volte che lo scrivo questo corsivo me ne viene un'ipercoop di sensi di colpa che mi diventano sensi di polpa... assemblea che avrà luogo come da statuto tra il marzo e l'aprile 2008.Poi, alla fin della fiera ho detto che come presidente dell'IEdM e in virtù delle facoltà statutarie che mi sono state date ho deciso di sganciarci ipso facto da myspace maispeis e ho proposto che si facesse quanto era nelle nostre possibilità per spiegare a altri compagni e amici maispessiani o maispeissisti il perché di questa decisione. Questo scritto è già di per sé un tentativo di spiega. Ho fatto bene? Ho fatto male? Davvero non lo so o quanto meno non ne sono certo. Di certo so che una volta ancora nella mia vita mi ritrovo un po' più solo. Grazie per l'ascolto.
dal manifesto del 14 agosto 2007
Latte e formaggi ma non solo
La grande beffa del latte «pulito»
Molto del prodotto in commercio è talmente sterilizzato da risultare batteriologicamente morto e privo di sapore. Ma il latte più «buono» è penalizzato Con l'alimento di «alta qualità» non si possono fare i formaggi e i fermenti lattici aggiunti dall'industria uniformano il sapore. Come succede per il vino
Roberto Rubino
Da qualche tempo non si fa che parlare di un'etichetta che dovrebbe permettere ai consumatori di operare scelte mirate e consapevoli. Ma, come spesso succede, un fenomeno è tanto più latitante quanto più se ne proclama l'esigenza. Non vi è stata mai tanta poca privacy da quando vi è una legge specifica: ormai non possiamo fare un passo senza essere controllati. Da quando vi è una legge sul benessere animale questi non sono mai stati così maltrattati. Ormai le vacche nelle stalle da latte dopo due parti vengono eliminate perché lo stress e l'alimentazione forzata sono tali da renderle antieconomiche a un'età in cui, in altre epoche, iniziavano l'attività. Per restare al settore lattiero-caseario, due esempi ci paiono sintomatici di una situazione a dir poco paradossale: il latte alimentare e i formaggi a latte crudo.Cos'è l'alta qualità?In Italia e, in maniera simile, in altri paesi industrializzati la qualità del latte è normata da una legge (169/89) che contempla due categorie: «l'alta qualità», la cui dicitura è riportata in etichetta in tutta evidenza, e la qualità standard, che in etichetta si può solo immaginare perché non è riportata alcuna indicazione. Ma non è dell'etichetta che vogliamo parlare. In questo caso la legge, per definire «l'alta qualità», ha utilizzato come parametri la carica batterica, le cellule somatiche, il grasso e la proteina. Ora, nel latte che acquistiamo, il grasso e la proteina non variano, basta vedere nell'etichetta: i livelli sono uguali e costanti per ogni tipo di latte perché sono standardizzati a monte. Quindi, al consumatore interessa poco questo parametro. Ma, in ogni caso, perché mai un latte con più grasso e proteine dovrebbe essere migliore o peggiore di un latte con meno? Un latte di vacca podolica ha lo stesso contenuto di grasso e proteine delle vacche bruno alpine, eppure la differenza in contenuto aromatico e nutrizionale è enorme.Anzi, come vedremo, la relazione, se c'è, è negativa. Restano in gioco carica batterica e cellule somatiche. Entrambi sono parametri che fanno riferimento all'igiene del latte. Ma il latte che acquistiamo è pastorizzato, quindi igienicamente sano. Poiché i limiti fissati dalla legge per la carica batterica e le cellule somatiche sono piuttosto bassi, rientrano in questi limiti gli allevamenti più industriali, in cui l'intensa selezione degli animali, un'alimentazione forzata e un sistema stallino fanno sì che, come avviene in tutti i sistemi industriali, alle enormi quantità di latte prodotto faccia da contraltare una qualità ai minimi livelli. Tutte le ricerche ormai concordano sul fatto che gli animali alla stalla, alimentati con unifeed (un unico tipo di foraggio, ndr) e fortemente selezionati producano un latte con un valore nutrizionale e una componente aromatica molto più bassi di quelli degli animali al pascolo.Il paradosso, allora, dov'è? Avendo individuato e definito questi parametri, al produttore il latte è pagato, quando e laddove il metodo sia adottato, in base ai suddetti parametri. Per intenderci, un latte di vacche al pascolo, ricco di aromi e di componenti nutrizionali, è a volte fuori legge e comunque mai di alta qualità. Quello industriale, spesso, molto spesso, è pagato di più perché di «alta qualità». Quindi, il primo a essere danneggiato è il produttore, il produttore di un buon latte, che non vedrà mai riconosciuto il valore del suo lavoro perché il metodo di pagamento va nella direzione opposta. Poi il consumatore, che paga troppo per un latte «scadente» e poco per un latte «buono».Si dovrebbe cambiare ma, a parte che nessuno lo vuole, analizzare il contenuto aromatico e nutrizionale del latte in tempo reale non è semplice ed economico.I formaggi e la complessità microbicaVeniamo ai formaggi a latte crudo. Una delle prime campagne di Slow Food è stata proprio dedicata ai formaggi a latte crudo. Da allora molte cose sono cambiate, molti disciplinari di formaggi dop sono stati rivisti in quella direzione: tra tutti il pecorino siciliano e il piacentinu. Però la strada è ancora lunga e si sta complicando un po' per gli stessi motivi di cui sopra. Che la pastorizzazione abbassi e livelli l'aroma del formaggio è cosa nota e dimostrata, così come è dimostrata la inutilità del trattamento termico se l'obiettivo è ridurre i rischi, per esempio da listeria. È dimostrato, infatti, che essa si diffonde con maggiori probabilità sui formaggi a latte pastorizzato. Abbiamo visto che il sistema di pagamento del latte spinge gli allevatori a produrre un latte sempre più pulito. Va detto che quando si parla di carica batterica si fa riferimento non solo a batteri prettamente legati allo sporco, i coli, ma anche ai batteri del latte, naturalmente presenti nell'ambiente e che sono indispensabili alla coagulazione del latte - senza di essi il formaggio non si fa, così come non si fanno il pane, il vino, la birra - e svolgono un ruolo importante nella formazione dell'aroma. Siccome si è visto che ogni ambiente ha una complessità microbica specifica e diversa, la loro presenza costituisce un legame con il territorio molto specifico. La tecnica di un formaggio è trasferibile, non la sua carica batteria, tra cui quella microbica e casearia. Sempre più spesso oggi troviamo etichette di formaggi in cui si pone in grande evidenza l'utilizzo di latte crudo, ma subito dopo si fa riferimento ai fermenti lattici aggiunti. Per forza, il latte è talmente pulito da potersi considerare batteriologicamente morto. Con il latte di alta qualità non si possono fare formaggi, se non si ricorre ai fermenti lattici. La differenza dov'è? I fermenti presenti nell'ambiente del caseificio, cosiddetti «residenziali», sono tanti non solo per numero, ma per diverse tipologie, appartenenti a più gruppi. Nella fase di stagionatura di molti formaggi questa microflora, che prende il nome di avventizia o di superficie, assume un ruolo importante perché si sviluppa sulla superficie penetrando lentamente nell'interno. Ciascuna di queste tipologie contribuisce per una parte, e così più ceppi apportano una complessità molto importanteLo stesso gusto in tutto il mondoQuando si è costretti ad aggiungere fermenti si fa ricorso a quelli presenti sul mercato che sono quasi sempre di un'unica tipologia, sempre la stessa in tutto il mondo. Un po' come succede nel mondo del vino, dove l'uso dello stesso vitigno, dello stesso fermento e di una barrique analoga finisce per rendere i vini tutti simili fra loro. Addio legame con il territorio. Anche qui il paradosso sta tutto nel fatto che, mentre da una parte si fa un grande sforzo per salvare il legame con il territorio lavorando il latte crudo, dall'altra si piomba in un difetto quasi simile insistendo con un eccesso di igiene che non ha motivo di essere. Se a tutto questo aggiungiamo che questo latte «pulito» è spesso lavorato in recipienti d'acciaio e perfino pastorizzato, si può ben capire perché oggi la gran parte dei formaggi prodotti con questa tipologia di latte lascino insoddisfatti tutti: produttori, caseificatori e consumatori.(l'articolo uscirà a fine agosto sulla rivista Slowfood, che ci ha gentilmente concesso un'anticipazione del dossier dedicato al latte ai suoi derivati).
dal manifesto del 12 agosto 2007
Molto del prodotto in commercio è talmente sterilizzato da risultare batteriologicamente morto e privo di sapore. Ma il latte più «buono» è penalizzato Con l'alimento di «alta qualità» non si possono fare i formaggi e i fermenti lattici aggiunti dall'industria uniformano il sapore. Come succede per il vino
Roberto Rubino
Da qualche tempo non si fa che parlare di un'etichetta che dovrebbe permettere ai consumatori di operare scelte mirate e consapevoli. Ma, come spesso succede, un fenomeno è tanto più latitante quanto più se ne proclama l'esigenza. Non vi è stata mai tanta poca privacy da quando vi è una legge specifica: ormai non possiamo fare un passo senza essere controllati. Da quando vi è una legge sul benessere animale questi non sono mai stati così maltrattati. Ormai le vacche nelle stalle da latte dopo due parti vengono eliminate perché lo stress e l'alimentazione forzata sono tali da renderle antieconomiche a un'età in cui, in altre epoche, iniziavano l'attività. Per restare al settore lattiero-caseario, due esempi ci paiono sintomatici di una situazione a dir poco paradossale: il latte alimentare e i formaggi a latte crudo.Cos'è l'alta qualità?In Italia e, in maniera simile, in altri paesi industrializzati la qualità del latte è normata da una legge (169/89) che contempla due categorie: «l'alta qualità», la cui dicitura è riportata in etichetta in tutta evidenza, e la qualità standard, che in etichetta si può solo immaginare perché non è riportata alcuna indicazione. Ma non è dell'etichetta che vogliamo parlare. In questo caso la legge, per definire «l'alta qualità», ha utilizzato come parametri la carica batterica, le cellule somatiche, il grasso e la proteina. Ora, nel latte che acquistiamo, il grasso e la proteina non variano, basta vedere nell'etichetta: i livelli sono uguali e costanti per ogni tipo di latte perché sono standardizzati a monte. Quindi, al consumatore interessa poco questo parametro. Ma, in ogni caso, perché mai un latte con più grasso e proteine dovrebbe essere migliore o peggiore di un latte con meno? Un latte di vacca podolica ha lo stesso contenuto di grasso e proteine delle vacche bruno alpine, eppure la differenza in contenuto aromatico e nutrizionale è enorme.Anzi, come vedremo, la relazione, se c'è, è negativa. Restano in gioco carica batterica e cellule somatiche. Entrambi sono parametri che fanno riferimento all'igiene del latte. Ma il latte che acquistiamo è pastorizzato, quindi igienicamente sano. Poiché i limiti fissati dalla legge per la carica batterica e le cellule somatiche sono piuttosto bassi, rientrano in questi limiti gli allevamenti più industriali, in cui l'intensa selezione degli animali, un'alimentazione forzata e un sistema stallino fanno sì che, come avviene in tutti i sistemi industriali, alle enormi quantità di latte prodotto faccia da contraltare una qualità ai minimi livelli. Tutte le ricerche ormai concordano sul fatto che gli animali alla stalla, alimentati con unifeed (un unico tipo di foraggio, ndr) e fortemente selezionati producano un latte con un valore nutrizionale e una componente aromatica molto più bassi di quelli degli animali al pascolo.Il paradosso, allora, dov'è? Avendo individuato e definito questi parametri, al produttore il latte è pagato, quando e laddove il metodo sia adottato, in base ai suddetti parametri. Per intenderci, un latte di vacche al pascolo, ricco di aromi e di componenti nutrizionali, è a volte fuori legge e comunque mai di alta qualità. Quello industriale, spesso, molto spesso, è pagato di più perché di «alta qualità». Quindi, il primo a essere danneggiato è il produttore, il produttore di un buon latte, che non vedrà mai riconosciuto il valore del suo lavoro perché il metodo di pagamento va nella direzione opposta. Poi il consumatore, che paga troppo per un latte «scadente» e poco per un latte «buono».Si dovrebbe cambiare ma, a parte che nessuno lo vuole, analizzare il contenuto aromatico e nutrizionale del latte in tempo reale non è semplice ed economico.I formaggi e la complessità microbicaVeniamo ai formaggi a latte crudo. Una delle prime campagne di Slow Food è stata proprio dedicata ai formaggi a latte crudo. Da allora molte cose sono cambiate, molti disciplinari di formaggi dop sono stati rivisti in quella direzione: tra tutti il pecorino siciliano e il piacentinu. Però la strada è ancora lunga e si sta complicando un po' per gli stessi motivi di cui sopra. Che la pastorizzazione abbassi e livelli l'aroma del formaggio è cosa nota e dimostrata, così come è dimostrata la inutilità del trattamento termico se l'obiettivo è ridurre i rischi, per esempio da listeria. È dimostrato, infatti, che essa si diffonde con maggiori probabilità sui formaggi a latte pastorizzato. Abbiamo visto che il sistema di pagamento del latte spinge gli allevatori a produrre un latte sempre più pulito. Va detto che quando si parla di carica batterica si fa riferimento non solo a batteri prettamente legati allo sporco, i coli, ma anche ai batteri del latte, naturalmente presenti nell'ambiente e che sono indispensabili alla coagulazione del latte - senza di essi il formaggio non si fa, così come non si fanno il pane, il vino, la birra - e svolgono un ruolo importante nella formazione dell'aroma. Siccome si è visto che ogni ambiente ha una complessità microbica specifica e diversa, la loro presenza costituisce un legame con il territorio molto specifico. La tecnica di un formaggio è trasferibile, non la sua carica batteria, tra cui quella microbica e casearia. Sempre più spesso oggi troviamo etichette di formaggi in cui si pone in grande evidenza l'utilizzo di latte crudo, ma subito dopo si fa riferimento ai fermenti lattici aggiunti. Per forza, il latte è talmente pulito da potersi considerare batteriologicamente morto. Con il latte di alta qualità non si possono fare formaggi, se non si ricorre ai fermenti lattici. La differenza dov'è? I fermenti presenti nell'ambiente del caseificio, cosiddetti «residenziali», sono tanti non solo per numero, ma per diverse tipologie, appartenenti a più gruppi. Nella fase di stagionatura di molti formaggi questa microflora, che prende il nome di avventizia o di superficie, assume un ruolo importante perché si sviluppa sulla superficie penetrando lentamente nell'interno. Ciascuna di queste tipologie contribuisce per una parte, e così più ceppi apportano una complessità molto importanteLo stesso gusto in tutto il mondoQuando si è costretti ad aggiungere fermenti si fa ricorso a quelli presenti sul mercato che sono quasi sempre di un'unica tipologia, sempre la stessa in tutto il mondo. Un po' come succede nel mondo del vino, dove l'uso dello stesso vitigno, dello stesso fermento e di una barrique analoga finisce per rendere i vini tutti simili fra loro. Addio legame con il territorio. Anche qui il paradosso sta tutto nel fatto che, mentre da una parte si fa un grande sforzo per salvare il legame con il territorio lavorando il latte crudo, dall'altra si piomba in un difetto quasi simile insistendo con un eccesso di igiene che non ha motivo di essere. Se a tutto questo aggiungiamo che questo latte «pulito» è spesso lavorato in recipienti d'acciaio e perfino pastorizzato, si può ben capire perché oggi la gran parte dei formaggi prodotti con questa tipologia di latte lascino insoddisfatti tutti: produttori, caseificatori e consumatori.(l'articolo uscirà a fine agosto sulla rivista Slowfood, che ci ha gentilmente concesso un'anticipazione del dossier dedicato al latte ai suoi derivati).
dal manifesto del 12 agosto 2007
Legge 30, dov'è il vero conflitto
Precariato globale
Luciano Gallino
Ci risiamo con la Legge 30 di riforma del mercato del lavoro: abrogarla, modificarla oppure lasciarla com’è? Il dibattito che si è riaperto intorno a queste alternative potrebbe forse dare migliori frutti, sotto il profilo della comprensibilità per i tanti che vi sono interessati, non meno che dei suoi possibili esiti politici e legislativi, se in esso fossero tenuti maggiormente presenti gli elementi generali del quadro in cui la legge si colloca. Un primo elemento è il numero di coloro che hanno un’occupazione precaria, vuoi perché il contratto è di breve durata, oppure perché non sanno se e quando ne avranno un altro. Secondo una stima da considerare prudente, esso si colloca tra i 4 milioni e mezzo e i 5 milioni e mezzo di persone. A questo totale si arriva sommando gli occupati dipendenti con un lavoro a termine (2,1 milioni nel primo trimestre 2007, dati Istat), gli occupati permanenti a tempo parziale (1,8 milioni), i co.co.co. rimasti nel pubblico impiego ma trasformati dal citato decreto in lavoratori a progetto nel settore privato (tra mezzo milione e un milione); più una molteplicità di figure minori, dai contratti di apprendistato e inserimento al poco usato lavoro intermittente (forse 200.000 persone in tutto). Lasciando da parte altre figure come gli stagisti o gli associati in partecipazione, in ordine ai quali è arduo stabilire chi abbia per contratto un’occupazione stabile oppure instabile. Cinque milioni di persone con un lavoro precario rappresentano più del 20 per cento degli occupati. Ma questi sono soltanto i precari per legge – certo non soltanto a causa della Legge 30, bensì di un’evoluzione della nostra legislazione sul lavoro iniziata, come minimo, sin dal protocollo del luglio 1993. Ad essi bisogna aggiungere – ecco il secondo elemento del quadro – le persone che hanno un’occupazione precaria al di fuori della legge, perché vi sono costretti, o così hanno scelto. Sono i lavoratori in posizione irregolare facenti parte dell’economia sommersa. L’Istat stima che al 2004 (ultima cifra fornita) essi fossero circa 1,8 milioni, con una diminuzione di circa 600.000 unità rispetto agli anni precedenti a causa della regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Più 3 milioni di persone che svolgono un lavoro a tempo parziale, oppure un secondo lavoro in nero, corrispondenti, se lavorassero a tempo pieno, a 1 milione circa di unità di lavoro. La ragione per cui appare indispensabile includere il lavoro irregolare nel dibattito sulla precarietà è duplice. In primo luogo precarietà significa godere di minori diritti a confronto del normale contratto di lavoro; è quanto meno paradossale non includere nel suo perimetro coloro che lavorano in condizioni in cui tali diritti sono inesistenti. In secondo luogo, v’è il fatto che i passaggi dal bacino del lavoro regolare (ancorché precario a norma di legge) a quello irregolare sono rapidi e imponenti. Per fare un solo caso, il mirabolante aumento d’un milione di occupati tra il 2001 e il 2006, vantato dal governo Berlusconi, è stato dovuto per oltre l’80 per cento alla regolarizzazione degli immigrati. Erano persone che già lavoravano nel sommerso, di cui la legge ha provocato un passaggio puramente statistico all’economia regolare. Se non si tiene conto di tale permeabilità dei due bacini di forze di lavoro, non sarà mai possibile accertare quali effetti ha avuto una data legge sull’occupazione reale. Un ultimo elemento da considerare è che la richiesta assillante d’un mercato del lavoro più flessibile, cui la legge 30 voleva rispondere, non attiene affatto ad esigenze organizzative. Piuttosto fa parte, nell’economia globalizzata, della pressione che sulle condizioni di lavoro di poche centinaia di milioni di lavoratori italiani ed europei sta esercitando l’arrivo sul mercato del lavoro d’un miliardo e mezzo di lavoratori che vivono in Cina, India, Indonesia, Brasile, Russia e altri paesi, e che quanto a salari e diritti si collocano all’estremità inferiore della scala. Qualcuno preferirebbe che l’incontro tra salari e condizioni di lavoro dei paesi in via di sviluppo avvenisse verso il basso della scala piuttosto che verso l’alto. Posizione condivisa presumibilmente da molte corporations operanti in Cina, cui si deve più del 55 per cento delle esportazioni da quel paese, che nell’ultimo anno si sono ansiosamente adoperate per evitare che il governo cinese elevasse il salario minimo di circa 20 centesimi di dollaro, portandolo cioè da 65 a 80-85 centesimi l’ora. Entro un simile quadro, ciò di cui il nostro paese avrebbe bisogno sarebbe una politica del lavoro globale di ampio respiro, la quale partisse, sul piano internazionale, dal riconoscere che il conflitto – certo non voluto dai loro soggetti – tra salari e diritti dei nostri paesi e quelli dei paesi in via di sviluppo, e i suoi possibili sviluppi, sono il maggior problema politico ed economico di questa prima metà del secolo. E, sul piano nazionale, dall’affrontare il compito di elaborare una nuova legge complessiva sul lavoro che, avendo alle spalle gli elementi sopra ricordati, sappia recuperare il principio per cui il lavoro non è una merce, ma piuttosto un elemento integrale e integrante del soggetto che lo presta, dell’identità della persona, dell’immagine di sé, della posizione nella comunità, della sua vita familiare presente e futura. Un principio da recuperare e difendere sia in nome dei nostri lavoratori, sia perché esso è dovuto al miliardo e mezzo di lavoratori globali che dalla concorrenza con i primi si attendono di salire la scala dei diritti del lavoro, anziché assistere alla discesa dei primi. Al lume di tale compito il dibattito sulla Legge 30 apparirebbe forse, se non come una nota a piè di pagina, come un capitolo minore nella elaborazione d’un testo volto a tracciare le lungimiranti linee guida nazionali d’una politica del lavoro globale.
da la Repubblica del 15 agosto 2007
Luciano Gallino
Ci risiamo con la Legge 30 di riforma del mercato del lavoro: abrogarla, modificarla oppure lasciarla com’è? Il dibattito che si è riaperto intorno a queste alternative potrebbe forse dare migliori frutti, sotto il profilo della comprensibilità per i tanti che vi sono interessati, non meno che dei suoi possibili esiti politici e legislativi, se in esso fossero tenuti maggiormente presenti gli elementi generali del quadro in cui la legge si colloca. Un primo elemento è il numero di coloro che hanno un’occupazione precaria, vuoi perché il contratto è di breve durata, oppure perché non sanno se e quando ne avranno un altro. Secondo una stima da considerare prudente, esso si colloca tra i 4 milioni e mezzo e i 5 milioni e mezzo di persone. A questo totale si arriva sommando gli occupati dipendenti con un lavoro a termine (2,1 milioni nel primo trimestre 2007, dati Istat), gli occupati permanenti a tempo parziale (1,8 milioni), i co.co.co. rimasti nel pubblico impiego ma trasformati dal citato decreto in lavoratori a progetto nel settore privato (tra mezzo milione e un milione); più una molteplicità di figure minori, dai contratti di apprendistato e inserimento al poco usato lavoro intermittente (forse 200.000 persone in tutto). Lasciando da parte altre figure come gli stagisti o gli associati in partecipazione, in ordine ai quali è arduo stabilire chi abbia per contratto un’occupazione stabile oppure instabile. Cinque milioni di persone con un lavoro precario rappresentano più del 20 per cento degli occupati. Ma questi sono soltanto i precari per legge – certo non soltanto a causa della Legge 30, bensì di un’evoluzione della nostra legislazione sul lavoro iniziata, come minimo, sin dal protocollo del luglio 1993. Ad essi bisogna aggiungere – ecco il secondo elemento del quadro – le persone che hanno un’occupazione precaria al di fuori della legge, perché vi sono costretti, o così hanno scelto. Sono i lavoratori in posizione irregolare facenti parte dell’economia sommersa. L’Istat stima che al 2004 (ultima cifra fornita) essi fossero circa 1,8 milioni, con una diminuzione di circa 600.000 unità rispetto agli anni precedenti a causa della regolarizzazione dei lavoratori immigrati. Più 3 milioni di persone che svolgono un lavoro a tempo parziale, oppure un secondo lavoro in nero, corrispondenti, se lavorassero a tempo pieno, a 1 milione circa di unità di lavoro. La ragione per cui appare indispensabile includere il lavoro irregolare nel dibattito sulla precarietà è duplice. In primo luogo precarietà significa godere di minori diritti a confronto del normale contratto di lavoro; è quanto meno paradossale non includere nel suo perimetro coloro che lavorano in condizioni in cui tali diritti sono inesistenti. In secondo luogo, v’è il fatto che i passaggi dal bacino del lavoro regolare (ancorché precario a norma di legge) a quello irregolare sono rapidi e imponenti. Per fare un solo caso, il mirabolante aumento d’un milione di occupati tra il 2001 e il 2006, vantato dal governo Berlusconi, è stato dovuto per oltre l’80 per cento alla regolarizzazione degli immigrati. Erano persone che già lavoravano nel sommerso, di cui la legge ha provocato un passaggio puramente statistico all’economia regolare. Se non si tiene conto di tale permeabilità dei due bacini di forze di lavoro, non sarà mai possibile accertare quali effetti ha avuto una data legge sull’occupazione reale. Un ultimo elemento da considerare è che la richiesta assillante d’un mercato del lavoro più flessibile, cui la legge 30 voleva rispondere, non attiene affatto ad esigenze organizzative. Piuttosto fa parte, nell’economia globalizzata, della pressione che sulle condizioni di lavoro di poche centinaia di milioni di lavoratori italiani ed europei sta esercitando l’arrivo sul mercato del lavoro d’un miliardo e mezzo di lavoratori che vivono in Cina, India, Indonesia, Brasile, Russia e altri paesi, e che quanto a salari e diritti si collocano all’estremità inferiore della scala. Qualcuno preferirebbe che l’incontro tra salari e condizioni di lavoro dei paesi in via di sviluppo avvenisse verso il basso della scala piuttosto che verso l’alto. Posizione condivisa presumibilmente da molte corporations operanti in Cina, cui si deve più del 55 per cento delle esportazioni da quel paese, che nell’ultimo anno si sono ansiosamente adoperate per evitare che il governo cinese elevasse il salario minimo di circa 20 centesimi di dollaro, portandolo cioè da 65 a 80-85 centesimi l’ora. Entro un simile quadro, ciò di cui il nostro paese avrebbe bisogno sarebbe una politica del lavoro globale di ampio respiro, la quale partisse, sul piano internazionale, dal riconoscere che il conflitto – certo non voluto dai loro soggetti – tra salari e diritti dei nostri paesi e quelli dei paesi in via di sviluppo, e i suoi possibili sviluppi, sono il maggior problema politico ed economico di questa prima metà del secolo. E, sul piano nazionale, dall’affrontare il compito di elaborare una nuova legge complessiva sul lavoro che, avendo alle spalle gli elementi sopra ricordati, sappia recuperare il principio per cui il lavoro non è una merce, ma piuttosto un elemento integrale e integrante del soggetto che lo presta, dell’identità della persona, dell’immagine di sé, della posizione nella comunità, della sua vita familiare presente e futura. Un principio da recuperare e difendere sia in nome dei nostri lavoratori, sia perché esso è dovuto al miliardo e mezzo di lavoratori globali che dalla concorrenza con i primi si attendono di salire la scala dei diritti del lavoro, anziché assistere alla discesa dei primi. Al lume di tale compito il dibattito sulla Legge 30 apparirebbe forse, se non come una nota a piè di pagina, come un capitolo minore nella elaborazione d’un testo volto a tracciare le lungimiranti linee guida nazionali d’una politica del lavoro globale.
da la Repubblica del 15 agosto 2007
martedì 21 agosto 2007
Un traduttore e la traduzione come palestra per arrivare alla scrittura
Angelo Morino termina il suo giro nella lingua
Infaticabile traduttore, esplorò generi al confine tra saggistica, memoir e romanzo. È morto ieri a cinquantasette anni
Marco Dotti
Come Manuel Puig e Ricardo Bolaño, due degli autori che più stimava e considerava vicini al suo modo di vivere e sentire, anche Angelo Morino rientra nella schiera di coloro che se ne sono andati troppo presto, all'apice di una maturità creativa raggiunta con disciplina, rigore e fatica. Scomparso ieri, nella sua Torino, all'età di cinquantasette anni, con grande passione Angelo Morino incarnava una figura ormai rara nel desolante panorama intellettuale - e non solo accademico - italiano. Professore di letteratura ispanoamericana all'università di Torino, dopo esserlo stato per alcuni anni in quella dell'Aquila, Morino era un infaticabile traduttore ma, soprattutto, contribuendo alla ricezione e alla diffusione di autori come Héctor Bianciotti, Violette Leduc, Vargas Llosa o José Lezama Lima, oltre ai già citati Bolaño e Puig, di cui fu amico, era riuscito nel non facile compito di realizzare una costante opera di mediazione «alta» e indipendente fra la cultura tout court e il mondo, spesso disattento, dell'editoria. Tra il 1978 e il 1985, assieme a Edda Melon e Elide La Rosa, era stato anche editore (aveva contribuito a fondare le edizioni La Rosa), promuovendo le prime traduzioni di Clarice Lispector in Italia. Negli ultimi anni, la curiosità per le infinite combinazioni del linguaggio lo aveva portato a fornire prove di scrittura dotate di grande sensibilità, spingendolo a lavorare su generi di confine, a cavallo tra la saggistica, la memoria e il romanzo. Se nella Donna marina, edito da Sellerio nel 1984 (ripubblicato in un'edizione rivista e ampliata nel 1992), Morino aveva ricostruito le vicende della conquista del Messico attraverso gli occhi, i pensieri e i piccoli gesti di Marina - la schiava indiana «regalata» a Hernan Cortés che, in poco tempo, diventò la sua traduttrice - nei successivi In viaggio con Junior e Rosso taranta, editi anch'essi da Sellerio, Morino si era aperto ancora di più alla sfida della forma-romanzo lavorando sulla scrittura diaristica e al tempo stesso trasgredendola. «Organizzando con parole scritte certi momenti della mia vita, selezionandoli, assoggettandoli alle esigenze del raccontare - osservava Morino a proposito di In viaggio con Junior - ho messo una distanza nei confronti di quegli stessi momenti. Li ho depurati, li ho chiusi in una compostezza che all'origine non avevano, li ho spinti dentro una trama più vasta, di ordine generale. È così che mi ritrovo ad avere scritto, in forma di diario, un romanzo». A Morino si devono anche la bella ricostruzione biografica dedicata a Marguerite Duras (Il cinese e Marguerite, Sellerio, 1997) e il curioso e divertito Libro di cucina di Juana Inés de la Cruz (Sellerio, 2000). Dopo avere firmato centinaia di versioni dallo spagnolo e dal francese, la traduzione aveva acquisito per lui un ruolo secondario in un percorso che lo stava portando ad accettare la sfida, e il conseguente rischio, di scrivere in prima persona. «Ho l'impressione che tradurre - dichiarava - «per me sia stato come un lungo giro necessario per arrivare a questo punto: la cessazione del tradurre».
dal manifesto dell'11 agosto 2007
Infaticabile traduttore, esplorò generi al confine tra saggistica, memoir e romanzo. È morto ieri a cinquantasette anni
Marco Dotti
Come Manuel Puig e Ricardo Bolaño, due degli autori che più stimava e considerava vicini al suo modo di vivere e sentire, anche Angelo Morino rientra nella schiera di coloro che se ne sono andati troppo presto, all'apice di una maturità creativa raggiunta con disciplina, rigore e fatica. Scomparso ieri, nella sua Torino, all'età di cinquantasette anni, con grande passione Angelo Morino incarnava una figura ormai rara nel desolante panorama intellettuale - e non solo accademico - italiano. Professore di letteratura ispanoamericana all'università di Torino, dopo esserlo stato per alcuni anni in quella dell'Aquila, Morino era un infaticabile traduttore ma, soprattutto, contribuendo alla ricezione e alla diffusione di autori come Héctor Bianciotti, Violette Leduc, Vargas Llosa o José Lezama Lima, oltre ai già citati Bolaño e Puig, di cui fu amico, era riuscito nel non facile compito di realizzare una costante opera di mediazione «alta» e indipendente fra la cultura tout court e il mondo, spesso disattento, dell'editoria. Tra il 1978 e il 1985, assieme a Edda Melon e Elide La Rosa, era stato anche editore (aveva contribuito a fondare le edizioni La Rosa), promuovendo le prime traduzioni di Clarice Lispector in Italia. Negli ultimi anni, la curiosità per le infinite combinazioni del linguaggio lo aveva portato a fornire prove di scrittura dotate di grande sensibilità, spingendolo a lavorare su generi di confine, a cavallo tra la saggistica, la memoria e il romanzo. Se nella Donna marina, edito da Sellerio nel 1984 (ripubblicato in un'edizione rivista e ampliata nel 1992), Morino aveva ricostruito le vicende della conquista del Messico attraverso gli occhi, i pensieri e i piccoli gesti di Marina - la schiava indiana «regalata» a Hernan Cortés che, in poco tempo, diventò la sua traduttrice - nei successivi In viaggio con Junior e Rosso taranta, editi anch'essi da Sellerio, Morino si era aperto ancora di più alla sfida della forma-romanzo lavorando sulla scrittura diaristica e al tempo stesso trasgredendola. «Organizzando con parole scritte certi momenti della mia vita, selezionandoli, assoggettandoli alle esigenze del raccontare - osservava Morino a proposito di In viaggio con Junior - ho messo una distanza nei confronti di quegli stessi momenti. Li ho depurati, li ho chiusi in una compostezza che all'origine non avevano, li ho spinti dentro una trama più vasta, di ordine generale. È così che mi ritrovo ad avere scritto, in forma di diario, un romanzo». A Morino si devono anche la bella ricostruzione biografica dedicata a Marguerite Duras (Il cinese e Marguerite, Sellerio, 1997) e il curioso e divertito Libro di cucina di Juana Inés de la Cruz (Sellerio, 2000). Dopo avere firmato centinaia di versioni dallo spagnolo e dal francese, la traduzione aveva acquisito per lui un ruolo secondario in un percorso che lo stava portando ad accettare la sfida, e il conseguente rischio, di scrivere in prima persona. «Ho l'impressione che tradurre - dichiarava - «per me sia stato come un lungo giro necessario per arrivare a questo punto: la cessazione del tradurre».
dal manifesto dell'11 agosto 2007
domenica 19 agosto 2007
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