Avanti Pape
Michela Gesualdo
18 ottobre ore 21,30 piazzale Flaminio stazione ferroviaria Roma Nord. Salgo su uno dei tanti treni di pendolari che dalla capitale portano in periferia, caricando ogni giorno migliaia di persone: studenti, lavoratori, turisti, rom, migranti da ogni luogo del pianeta. A quest'ora c'è poca gente. Mi siedo. Continuo a pensare al 20 ottobre, a p.zza San Giovanni, a come andrà la manifestazione. Dopo qualche minuto si siede accanto a me uno dei tanti ambulanti con il suo pesante borsone carico carico di... Sto per tirare fuori il giornale dalla borsa ma lui mi precede e dalla sua tasca vedo spuntare il manifesto. Rimando la mia azione e, stupita, comincio ad osservarlo: cavolo! sta leggendo proprio la pagina dedicata al 20 ottobre. Non resisto alla tentazione e parto con la mia domanda: come mai anche tu leggi il manifesto? Risponde: È il giornale più bello d'Italia. La mia bocca si spalanca. Continuo con le domande: come hai conosciuto il manifesto? Risposta: Arrivato in Italia mi iscrissi a un corso di italiano. Dopo un po', quando mi sentii in grado di cominciare a leggere pensai che la cosa migliore, anche per tenermi aggiornato sulla situazione italiana, era quella di comprare un quotidiano. Andai in edicola e tra le tante testate notai il manifesto. Il mio pensiero andò a quando nel mio paese lessi «il manifesto del partito comunista» e ho pensato che ci potessero essere delle affinità. Non ho più smesso di comprarlo. Anche quando c'é Alias e Le Monde diplomatique, che acquisto anche in versione francese. Domando ancora: parteciperai alla manifestazione? Assolutamente si per tutte le ragioni che essa sostiene e perché siete stati voi a lanciarla. Continua la conversazione: globalizzazione, Africa, la rabbia nei confronti dei molti presidenti africani tappetini dell'occidente. E così questi 15 minuti che mi separano dalla stazione di arrivo sono stati il primo segnale che il 20 ottobre sarebbe stata una grande giornata. E... scusa, ma come ti chiami? «Io mi chiamo Pape».
dal Manifesto del 25 ottobre 2007
domenica 28 ottobre 2007
L'urlo di Giannini
di Francesco Scommi
su aprileonline del 26/10/2007
Orgoglio bolscevico: il senatore di Rifondazione comunista, in aula al Senato, prende la parola per un elogio della rivoluzione russa contro un servizio "furbo" del Tg2. La conclusione: "Viva Gramsci, viva Di Vittorio, viva i morti di Reggio Emilia, viva il socialismo!"
Nella sfibrante battaglia di Palazzo Madama, dove giorno dopo giorno la maggioranza perde confini e consistenza, dove i senatori schiacciano pulsanti con il cuore in gola, sapendo che anche una lieve perdita di concentrazione, un tic impercettibile, può innescare crisi senza ritorno, piace, al di là delle parole in sé, dare spazio al coraggio del senatore di Rifondazione comunista, in odore di scissionismo, Fosco Giannini.
Non prende la parola spesso, Giannini, ma stamattina ha deciso di farlo. Vestito di nero come un anarchico dell'Ottocento, ha tuonato contro un servizio che il Tg2 ha mandato in onda in occasione dell'anniversario della Rivoluzione russa. "Affermo - ha tuonato Giannini - in modo determinato, forte e chiaro che questo è stato un servizio vergognoso. È stato esplicitamente detto, signor Presidente, che la Rivoluzione d'ottobre è stata solamente un sanguinoso colpo di Stato, che ha messo fine alla vera rivoluzione, quella menscevica, che ha prodotto solo un nuovo zarismo, che ha gettato la Russia nel sangue e nella violenza, che ha esportato con la forza l'orrore, che la rivoluzione di ottobre ha favorito il sorgere del fascismo in Italia, che lo stesso nazismo sarebbe nato per combattere il mostro del comunismo, che la storia avrebbe dimostrato che comunismo e nazismo sono la stessa cosa, che infine il comunismo avrebbe manipolato i contadini e gli operai italiani".
Giannini non ci sta. "La Rivoluzione d'ottobre - ha proseguito tra le proteste vibranti dei senatori del centrodestra - è stata tra i più grandi eventi della storia dell'umanità. Essa, superando il capitalismo, ha dimostrato una volta per tutte a tutti i popoli oppressi all'interno del proletariato mondiale che i rapporti di produzione capitalistici non sono naturali e dunque eterni ed immutabili. Ha dimostrato che lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sulla donna non è un destino ineluttabile; che i padroni, come l'aristocrazia francese, non sono figli di Dio".
Il senatore ha attaccato di nuovo il TG2 ricordando che il servizio di ieri "si è chiuso con le immagini di manifestazioni operai italiane degli anni '60 con le bandiere rosse. Io mi sono alzato in piedi come si alzavano in piedi i contadini di Di Vittorio di fronte ai padroni delle terre. Mi sono alzato in piedi, senza togliere il cappello, per dire a tutti che questo servizio televisivo è stato contro la democrazia, contro la storia, contro la civiltà". Lirico il finale: "Mi lasci parlare con il cuore: viva la Rivoluzione d'ottobre, viva Antonio Gramsci, viva Giuseppe Di Vittorio, viva i morti di Reggio Emilia, viva il socialismo!".
Il giochetto del Tg2, associare immagini e commenti del comunismo sovietico con le manifestazioni operaie in Italia è stato, va da sé, un colpo di bassa propaganda, ed è inutile stare a rimarcare quanto diverse fossero le due cose. Bene ha fatto Giannini a ricordarlo. E così misere, di fronte all'oratoria gianniniana, sono suonate le risposte di certi del centrodestra. Come il leghista Roberto Castelli: "Ritengo che, al di là del merito, il suo discorso sia assolutamente interessante e chiedo che la registrazione sia acquisita e trasmessa dalla Rai perché gli italiani devono sapere chi i senatori a vita e i cosiddetti moderati alla Follini tengono in vita in questo governo".
Basso cabotaggio, conteggio prosaico. Giannini era stato un altro livello.
su aprileonline del 26/10/2007
Orgoglio bolscevico: il senatore di Rifondazione comunista, in aula al Senato, prende la parola per un elogio della rivoluzione russa contro un servizio "furbo" del Tg2. La conclusione: "Viva Gramsci, viva Di Vittorio, viva i morti di Reggio Emilia, viva il socialismo!"
Nella sfibrante battaglia di Palazzo Madama, dove giorno dopo giorno la maggioranza perde confini e consistenza, dove i senatori schiacciano pulsanti con il cuore in gola, sapendo che anche una lieve perdita di concentrazione, un tic impercettibile, può innescare crisi senza ritorno, piace, al di là delle parole in sé, dare spazio al coraggio del senatore di Rifondazione comunista, in odore di scissionismo, Fosco Giannini.
Non prende la parola spesso, Giannini, ma stamattina ha deciso di farlo. Vestito di nero come un anarchico dell'Ottocento, ha tuonato contro un servizio che il Tg2 ha mandato in onda in occasione dell'anniversario della Rivoluzione russa. "Affermo - ha tuonato Giannini - in modo determinato, forte e chiaro che questo è stato un servizio vergognoso. È stato esplicitamente detto, signor Presidente, che la Rivoluzione d'ottobre è stata solamente un sanguinoso colpo di Stato, che ha messo fine alla vera rivoluzione, quella menscevica, che ha prodotto solo un nuovo zarismo, che ha gettato la Russia nel sangue e nella violenza, che ha esportato con la forza l'orrore, che la rivoluzione di ottobre ha favorito il sorgere del fascismo in Italia, che lo stesso nazismo sarebbe nato per combattere il mostro del comunismo, che la storia avrebbe dimostrato che comunismo e nazismo sono la stessa cosa, che infine il comunismo avrebbe manipolato i contadini e gli operai italiani".
Giannini non ci sta. "La Rivoluzione d'ottobre - ha proseguito tra le proteste vibranti dei senatori del centrodestra - è stata tra i più grandi eventi della storia dell'umanità. Essa, superando il capitalismo, ha dimostrato una volta per tutte a tutti i popoli oppressi all'interno del proletariato mondiale che i rapporti di produzione capitalistici non sono naturali e dunque eterni ed immutabili. Ha dimostrato che lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e sulla donna non è un destino ineluttabile; che i padroni, come l'aristocrazia francese, non sono figli di Dio".
Il senatore ha attaccato di nuovo il TG2 ricordando che il servizio di ieri "si è chiuso con le immagini di manifestazioni operai italiane degli anni '60 con le bandiere rosse. Io mi sono alzato in piedi come si alzavano in piedi i contadini di Di Vittorio di fronte ai padroni delle terre. Mi sono alzato in piedi, senza togliere il cappello, per dire a tutti che questo servizio televisivo è stato contro la democrazia, contro la storia, contro la civiltà". Lirico il finale: "Mi lasci parlare con il cuore: viva la Rivoluzione d'ottobre, viva Antonio Gramsci, viva Giuseppe Di Vittorio, viva i morti di Reggio Emilia, viva il socialismo!".
Il giochetto del Tg2, associare immagini e commenti del comunismo sovietico con le manifestazioni operaie in Italia è stato, va da sé, un colpo di bassa propaganda, ed è inutile stare a rimarcare quanto diverse fossero le due cose. Bene ha fatto Giannini a ricordarlo. E così misere, di fronte all'oratoria gianniniana, sono suonate le risposte di certi del centrodestra. Come il leghista Roberto Castelli: "Ritengo che, al di là del merito, il suo discorso sia assolutamente interessante e chiedo che la registrazione sia acquisita e trasmessa dalla Rai perché gli italiani devono sapere chi i senatori a vita e i cosiddetti moderati alla Follini tengono in vita in questo governo".
Basso cabotaggio, conteggio prosaico. Giannini era stato un altro livello.
L'intervento di Fosco Giannini sulla Rivoluzione d’Ottobre
L’intervento è avvenuto tra la contestazione, tentativi di interruzione e le urla continue dell’intero centro-destra
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Signor Presidente, ieri sera, sul Tg2 – “Seconda parte”, ore 20.30, è andato in onda un servizio sulla Rivoluzione d’Ottobre.
Affermo in modo determinato, forte e chiaro che questo servizio è stato una vergogna!
E’ stato esplicitamente detto – Signor Presidente – che la Rivoluzione d’Ottobre è stata solamente un sanguinoso colpo di stato, che ha messo fine alla vera rivoluzione, quella menscevica; che ha prodotto solo nuovo zarismo; che ha gettato la Russia nel sangue e nella violenza; che ha esportato con la forza l’orrore nel mondo; che la Rivoluzione d’Ottobre ha favorito il sorgere del fascismo in Italia; che lo stesso nazismo sarebbe nato per combattere il mostro del comunismo; che la storia avrebbe dimostrato che comunismo e nazismo sono la stessa cosa; che – infine – il comunismo avrebbe “manipolato” i contadini e gli operai italiani.
E per dare forza a tale affermazione, il servizio si è chiuso con le immagini di manifestazioni operaie italiane degli anni ‘50 –‘60 con le bandiere rosse.
Io mi sono alzato in piedi, Signor Presidente, come si alzavano i contadini di Di Vittorio di fronte ai padroni delle terre; mi sono alzato in piedi senza togliermi il cappello per dire a tutti che questo servizio televisivo è contro la democrazia, contro la storia e contro la civiltà.
La Rivoluzione d’Ottobre è stata tra i più grandi eventi della storia dell’umanità. Essa – superando il capitalismo – ha dimostrato, una volta per tutte, a tutti i popoli oppressi, all’intero proletariato mondiale, che i rapporti di produzione capitalistici non sono naturali e dunque eterni ed immutabili.
Ha dimostrato che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna non è un destino ineluttabile; che i padroni – come l’aristocrazia francese – non sono figli di Dio!
La Rivoluzione d’Ottobre, Signor Presidente, non favorì il fascismo, ma sconfisse il nazifascismo e spinse masse sterminate – sul piano planetario – a liberarsi dal colonialismo, dallo sfruttamento e dalle dittature fasciste!
E le grandi lotte operaie e contadine di questo Paese furono possibili anche grazie all’ideale acceso dalla Rivoluzione d’Ottobre!
Il comunismo – si è detto – sarebbe uguale al nazifascismo. Si vergognino!
Lo si vede ancora oggi – e sempre si vedrà – la differenza: ancora oggi i fascisti e le destre sono i rappresentanti e i servi fedeli del potere economico e dei signori della guerra; e, come i nazisti di un tempo, hanno in odio i diversi, i Rom, gli immigrati e i comunisti!
Noi, i comunisti e la sinistra, come sempre, per nostra natura ideale, siamo dalla parte della pace e dei lavoratori.
Mi lasci rispondere a tanta vergogna, Signor Presidente, mi lasci parlare con il cuore: viva la Rivoluzione d’Ottobre! viva Antonio Gramsci! viva Giuseppe Di Vittorio! viva i morti di Reggio Emilia! viva il socialismo!
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Signor Presidente, ieri sera, sul Tg2 – “Seconda parte”, ore 20.30, è andato in onda un servizio sulla Rivoluzione d’Ottobre.
Affermo in modo determinato, forte e chiaro che questo servizio è stato una vergogna!
E’ stato esplicitamente detto – Signor Presidente – che la Rivoluzione d’Ottobre è stata solamente un sanguinoso colpo di stato, che ha messo fine alla vera rivoluzione, quella menscevica; che ha prodotto solo nuovo zarismo; che ha gettato la Russia nel sangue e nella violenza; che ha esportato con la forza l’orrore nel mondo; che la Rivoluzione d’Ottobre ha favorito il sorgere del fascismo in Italia; che lo stesso nazismo sarebbe nato per combattere il mostro del comunismo; che la storia avrebbe dimostrato che comunismo e nazismo sono la stessa cosa; che – infine – il comunismo avrebbe “manipolato” i contadini e gli operai italiani.
E per dare forza a tale affermazione, il servizio si è chiuso con le immagini di manifestazioni operaie italiane degli anni ‘50 –‘60 con le bandiere rosse.
Io mi sono alzato in piedi, Signor Presidente, come si alzavano i contadini di Di Vittorio di fronte ai padroni delle terre; mi sono alzato in piedi senza togliermi il cappello per dire a tutti che questo servizio televisivo è contro la democrazia, contro la storia e contro la civiltà.
La Rivoluzione d’Ottobre è stata tra i più grandi eventi della storia dell’umanità. Essa – superando il capitalismo – ha dimostrato, una volta per tutte, a tutti i popoli oppressi, all’intero proletariato mondiale, che i rapporti di produzione capitalistici non sono naturali e dunque eterni ed immutabili.
Ha dimostrato che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna non è un destino ineluttabile; che i padroni – come l’aristocrazia francese – non sono figli di Dio!
La Rivoluzione d’Ottobre, Signor Presidente, non favorì il fascismo, ma sconfisse il nazifascismo e spinse masse sterminate – sul piano planetario – a liberarsi dal colonialismo, dallo sfruttamento e dalle dittature fasciste!
E le grandi lotte operaie e contadine di questo Paese furono possibili anche grazie all’ideale acceso dalla Rivoluzione d’Ottobre!
Il comunismo – si è detto – sarebbe uguale al nazifascismo. Si vergognino!
Lo si vede ancora oggi – e sempre si vedrà – la differenza: ancora oggi i fascisti e le destre sono i rappresentanti e i servi fedeli del potere economico e dei signori della guerra; e, come i nazisti di un tempo, hanno in odio i diversi, i Rom, gli immigrati e i comunisti!
Noi, i comunisti e la sinistra, come sempre, per nostra natura ideale, siamo dalla parte della pace e dei lavoratori.
Mi lasci rispondere a tanta vergogna, Signor Presidente, mi lasci parlare con il cuore: viva la Rivoluzione d’Ottobre! viva Antonio Gramsci! viva Giuseppe Di Vittorio! viva i morti di Reggio Emilia! viva il socialismo!
martedì 9 ottobre 2007
2 giornalisti, 1 professore e 1 intellettuale
Lo so non si copia da altri blog....
Da Aronne il blog di Michele Fronterrè:
Tariq Ramadan infilza Ferrara, Guolo e Armeni

Ieri sera Tariq Ramadan ha dato una bella lezione a Ferrara, alla Armeni ed a Renzo Guolo. Ferrara deve aver fatto male i calcoli. Non trova un professore universitario, di quelli pacati ma arruginiti. Di quelli incastrati nelle pieghe di un sapere incrostato. Tariq Ramadan "teni i 'ppal" che in filosofia vuol dire sapere il fatto suo ed anche quello degli altri. Dimostra di avere una cultura che è somma di tanti, tantissimi contributi. Di possedere l'umiltà e la curiosità necessarie per conoscere ciò che è altro da sè.
Ferrara ovviamente non ci sta a fare la figura di quello che non riesce a mettere nell'angolo l'interlocutore. E' fazioso, ma subisce un ritorno veemente di Tariq. La interprete è magistrale. Tiene testa al procedere del prof. musulmano. Guolo è lì a Torino in collegamento, è poco chiaro, persino abulico. La scena è di Tariq. La interprete, che immagino sarà stata, al termine della puntata, frustata da Ferrara, rende bene l'impeto e la vigoria della risposta, dell'argomentare.
La lingua, l'italiano della interprete fa da ansa ad un torrente che dal Sinai viene giù, sugli elefanti di Pirro contro il "cicciopotamo" nostrano.
A questo punto Ferrara che fa? Se la ride. Lui fa cultura, discute di temi interessanti, altro che Grillo. Lui porta in tavola il dibattito per intellettuali di livello. Sì. Questo è quello che tradisce il risolino.
In realtà fa una gran figura di merda. Perchè si capisce solo che in Italia si prova a fare quello che dice Ratzinger, mentre all'estero si cerca di capire se quello che dice Ratzinger può stare bene a tutti. Chè parliamo di integrazione non di acquisizione. Non è un insieme grande che ne ingloba uno piccolo. E' somma di insiemi equiupotenti, almeno sul piano del pensiero, almeno fino a prova contraria. E Cartesio di insiemi ne capiva più di Ferrara.
il video della puntata
Da Aronne il blog di Michele Fronterrè:
Tariq Ramadan infilza Ferrara, Guolo e Armeni

Ieri sera Tariq Ramadan ha dato una bella lezione a Ferrara, alla Armeni ed a Renzo Guolo. Ferrara deve aver fatto male i calcoli. Non trova un professore universitario, di quelli pacati ma arruginiti. Di quelli incastrati nelle pieghe di un sapere incrostato. Tariq Ramadan "teni i 'ppal" che in filosofia vuol dire sapere il fatto suo ed anche quello degli altri. Dimostra di avere una cultura che è somma di tanti, tantissimi contributi. Di possedere l'umiltà e la curiosità necessarie per conoscere ciò che è altro da sè.
Ferrara ovviamente non ci sta a fare la figura di quello che non riesce a mettere nell'angolo l'interlocutore. E' fazioso, ma subisce un ritorno veemente di Tariq. La interprete è magistrale. Tiene testa al procedere del prof. musulmano. Guolo è lì a Torino in collegamento, è poco chiaro, persino abulico. La scena è di Tariq. La interprete, che immagino sarà stata, al termine della puntata, frustata da Ferrara, rende bene l'impeto e la vigoria della risposta, dell'argomentare.
La lingua, l'italiano della interprete fa da ansa ad un torrente che dal Sinai viene giù, sugli elefanti di Pirro contro il "cicciopotamo" nostrano.
A questo punto Ferrara che fa? Se la ride. Lui fa cultura, discute di temi interessanti, altro che Grillo. Lui porta in tavola il dibattito per intellettuali di livello. Sì. Questo è quello che tradisce il risolino.
In realtà fa una gran figura di merda. Perchè si capisce solo che in Italia si prova a fare quello che dice Ratzinger, mentre all'estero si cerca di capire se quello che dice Ratzinger può stare bene a tutti. Chè parliamo di integrazione non di acquisizione. Non è un insieme grande che ne ingloba uno piccolo. E' somma di insiemi equiupotenti, almeno sul piano del pensiero, almeno fino a prova contraria. E Cartesio di insiemi ne capiva più di Ferrara.
il video della puntata
lunedì 8 ottobre 2007
Buoni, non toccate il governo amico
di Alessandro Robecchi
Un unico, vero inoppugnabile argomento viene in questi giorni sbandierato da più parti: chi critica il governo si rende conto che rischia di far tornare Berlusconi?
Lo ha detto pure Mastella, quindi dev'essere vero, e del resto è un classico: non lo sentiamo ripetere a ogni passo? Dunque, pensiamoci prima di fare marce e cortei di protesta. E se poi torna Berlusconi e cancella i Dico che questo governo ha realizzato con tanta prontezza? Non sarebbe una iattura per le tante coppie di fatto che grazie al governo di centro-sinistra hanno conquistato un nuovo e prezioso diritto civile? Certo, è giusto chiedere molto a un governo amico. Ma non bisogna esagerare con le pressioni. E se torna Silvio? Lo scenario è inquietante: metti che ritorna il Cavaliere e ripristina la legge Biagi-Maroni che questo governo ha così coraggiosamente superato a rischio di far arrabbiare Montezemolo. Non sarebbe triste che per la nostra ottusa radicalità tornassero al governo le destre, magari ( parlo per assurdo ) proponendo un pacchetto welfare gradito a Confindustria? Ammetterete che lo scenario è orribile. Con Berlusconi tornerebbe massicciamente nelle vite di giovani e meno giovani quella precarietà che questo governo ha definitivamente debellato. Per non dire di quel che succederebbe se, per una nostra miope impostazione ideologica, tornasse Berlusconi e abbassasse di nuovo la tassazione sulle rendite finanziarie che questo governo ha così coraggiosamente alzato - come da programma - penalizzando la rendita che non crea lavoro, ma soltanto speculazione e privilegio. Per cui vi prego, compagni, mostratevi un po' più disponibili, fate qualche sforzo. Non vorrete per caso far tornare Silvio e mettere in discussione tutte le mirabili conquiste sociali che abbiamo ottenuto in questo entusiasmante anno e mezzo!
da Il Manifesto di domenica 7 0ttobre 2007
Un unico, vero inoppugnabile argomento viene in questi giorni sbandierato da più parti: chi critica il governo si rende conto che rischia di far tornare Berlusconi?
Lo ha detto pure Mastella, quindi dev'essere vero, e del resto è un classico: non lo sentiamo ripetere a ogni passo? Dunque, pensiamoci prima di fare marce e cortei di protesta. E se poi torna Berlusconi e cancella i Dico che questo governo ha realizzato con tanta prontezza? Non sarebbe una iattura per le tante coppie di fatto che grazie al governo di centro-sinistra hanno conquistato un nuovo e prezioso diritto civile? Certo, è giusto chiedere molto a un governo amico. Ma non bisogna esagerare con le pressioni. E se torna Silvio? Lo scenario è inquietante: metti che ritorna il Cavaliere e ripristina la legge Biagi-Maroni che questo governo ha così coraggiosamente superato a rischio di far arrabbiare Montezemolo. Non sarebbe triste che per la nostra ottusa radicalità tornassero al governo le destre, magari ( parlo per assurdo ) proponendo un pacchetto welfare gradito a Confindustria? Ammetterete che lo scenario è orribile. Con Berlusconi tornerebbe massicciamente nelle vite di giovani e meno giovani quella precarietà che questo governo ha definitivamente debellato. Per non dire di quel che succederebbe se, per una nostra miope impostazione ideologica, tornasse Berlusconi e abbassasse di nuovo la tassazione sulle rendite finanziarie che questo governo ha così coraggiosamente alzato - come da programma - penalizzando la rendita che non crea lavoro, ma soltanto speculazione e privilegio. Per cui vi prego, compagni, mostratevi un po' più disponibili, fate qualche sforzo. Non vorrete per caso far tornare Silvio e mettere in discussione tutte le mirabili conquiste sociali che abbiamo ottenuto in questo entusiasmante anno e mezzo!
da Il Manifesto di domenica 7 0ttobre 2007
domenica 7 ottobre 2007
La democrazia delle bugie
di Alberto Burgio
Durante gli anni ruggenti del potere berlusconiano eravamo in tanti a ritenere che il massacro della verità fosse una sua prerogativa. Assistevamo a spudorate violazioni del diritto e alla contestuale lamentazione di presunte offese subite. E pensavamo, sbalorditi e indignati: «questa odiosa modalità riflette l’essenza della destra, esprime il suo disprezzo per la democrazia». Il corollario di quei pensieri era che «noi» non avremmo fatto lo stesso: «noi», una volta giunti alla guida del Paese, avremmo detto la verità. O, quanto meno, non ne avremmo fatto strame.
Ci sbagliavamo. Stiamo affogando in un mare di bugie. Stiamo soffocando in un’aria resa irrespirabile dalla menzogna. Anche questo fatto ci costringe a chiederci che cosa sia nato prima, se Berlusconi o lo spirito di questi tempi. Non si tratta soltanto di deformazioni, di omissioni, di travisamenti ed edulcorazioni. Questa sarebbe semplicemente «ideologia», gemella siamese della politica. Siamo al rovesciamento delle cose e alla creazione di un’altra realtà. Siamo alla «neolingua» di Orwell, alla lingua «imperiale» di Victor Klemperer.
Sul manifesto di questi giorni sono usciti articoli che illustrano la portata di questo fenomeno a proposito, in particolare, di due argomenti. Gianni Ferrara ha documentato le falsità che caratterizzano l’«informazione» sul referendum elettorale, Rossana Rossanda quelle che hanno inquinato la discussione sulle pensioni. Si sono propagate, nell’uno come nell’altro caso, balle belle e buone. Un referendum che, qualora vincesse, lascerebbe le cose come stanno per quanto attiene al numero dei partiti, al potere delle loro segreterie nella scelta dei parlamentari e al disastroso bipolarismo che ci affligge da una quindicina d’anni, viene sistematicamente propagandato come un rimedio capace di semplificare la geografia della rappresentanza, di arginare la «partitocrazia» e di garantire una maggiore stabilità dei governi. Quanto alle pensioni, lo sconcio è persin maggiore.
Pagine e pagine e pagine dei maggiori quotidiani hanno offerto ogni giorno statistiche e diagrammi che attestano l’importanza vitale dello scalone. Una ministra ha finto di dimettersi per dar forza all’allarme. Schiere di truci senatori e decani del giornalismo «democratico» hanno scagliato anatemi all’indirizzo di chi non si adegua alla teologia rigorista. Il governatore della Banca centrale – per non dire di illustri economisti e dei guardiani europei di Maastricht – ha profetizzato sciagure ove non si costringessero gli italiani a lavorare più a lungo. Ci ha messo del suo persino il leader designato della falange riformista discettando di un presunto «conflitto generazionale». Il tutto conti alla mano. Falsi. Costruiti su un mucchio di fandonie pur di continuare a mungere il lavoro dipendente. E di nascondere che in realtà i conti della previdenza pubblica sono in ordine, che operai e impiegati si pagherebbero in abbondanza le proprie pensioni se non fossero costretti a farsi carico anche dell’assistenza, e che in Italia i giovani sono alla frutta perché non trovano lavori buoni e per le fregature appioppate loro dalle varie «riforme» pensionistiche.
È il trionfo delle frottole. Di fronte al quale la prima reazione è la rabbia. La seconda, la voglia di fare di tutt’erbe un fascio. Ma forse vale la pena di ragionare freddamente e di cercare di fare, una volta tanto, buon uso delle altrui bugie. Per ricavarne, paradossalmente, qualche importante verità.
Cominciamo da un po’ di storia. La modernità nasce anche dalla lotta contro il segreto, architrave dell’antico regime. Il povero Kant, che di quella lotta fu alfiere, teorizzò che, per avere le carte in regola, i governi debbono porsi solo quegli obiettivi che, per realizzarsi, debbono essere resi in tutto e per tutto pubblici. Il ragionamento è chiaro: se per raggiungere uno scopo bisogna che tutti ne siano debitamente informati, ciò vuol dire che quello scopo piace alla popolazione, la quale vi vede riconosciuti i propri interessi, diritti, bisogni.
È un principio di democrazia. Ma ovviamente vale anche l’opposto. Se per fare quel che si propone un governo dice delle gran balle, è perché sa che, al contrario, quanto intende fare non può piacere alla gran parte della popolazione. Sa che i suoi intenti colpiscono interessi, violano diritti, negano bisogni di massa. Insomma, in quelle balle è scritta a chiare lettere la natura anti-popolare di quei propositi: una natura nella quale, per venire a noi (questa è la preziosa verità custodita dalle bugie che ci vengono propinate), è inciso il carattere saliente dell’attuale fase della storia del capitalismo.
Il neoliberismo è la privatizzazione di tutto. Non solo delle risorse materiali e ambientali. Non solo dei saperi e delle istituzioni pubbliche. Anche del discorso, del linguaggio, del senso comune. Mediante un uso totalitario dei media, il capitalismo neoliberista privatizza il discorso pubblico, asservendolo agli interessi particolari. Si tratta, a ben guardare, di una rottura in senso stretto epocale. Per effetto della quale la modernità è come spinta fuori da se stessa. Verso un nuovo ancien régime.
C’è una sola differenza. Mentre nell’antico regime il potere si proteggeva col segreto, nella democrazia oligarchica «moderna» esso si avvale di discorsi infarciti di bugie. Ma non è una differenza decisiva. Segreti e bugie in fondo sono affini, in quanto entrambi forme del silenzio.
su Il Manifesto del 26/07/2007
Durante gli anni ruggenti del potere berlusconiano eravamo in tanti a ritenere che il massacro della verità fosse una sua prerogativa. Assistevamo a spudorate violazioni del diritto e alla contestuale lamentazione di presunte offese subite. E pensavamo, sbalorditi e indignati: «questa odiosa modalità riflette l’essenza della destra, esprime il suo disprezzo per la democrazia». Il corollario di quei pensieri era che «noi» non avremmo fatto lo stesso: «noi», una volta giunti alla guida del Paese, avremmo detto la verità. O, quanto meno, non ne avremmo fatto strame.
Ci sbagliavamo. Stiamo affogando in un mare di bugie. Stiamo soffocando in un’aria resa irrespirabile dalla menzogna. Anche questo fatto ci costringe a chiederci che cosa sia nato prima, se Berlusconi o lo spirito di questi tempi. Non si tratta soltanto di deformazioni, di omissioni, di travisamenti ed edulcorazioni. Questa sarebbe semplicemente «ideologia», gemella siamese della politica. Siamo al rovesciamento delle cose e alla creazione di un’altra realtà. Siamo alla «neolingua» di Orwell, alla lingua «imperiale» di Victor Klemperer.
Sul manifesto di questi giorni sono usciti articoli che illustrano la portata di questo fenomeno a proposito, in particolare, di due argomenti. Gianni Ferrara ha documentato le falsità che caratterizzano l’«informazione» sul referendum elettorale, Rossana Rossanda quelle che hanno inquinato la discussione sulle pensioni. Si sono propagate, nell’uno come nell’altro caso, balle belle e buone. Un referendum che, qualora vincesse, lascerebbe le cose come stanno per quanto attiene al numero dei partiti, al potere delle loro segreterie nella scelta dei parlamentari e al disastroso bipolarismo che ci affligge da una quindicina d’anni, viene sistematicamente propagandato come un rimedio capace di semplificare la geografia della rappresentanza, di arginare la «partitocrazia» e di garantire una maggiore stabilità dei governi. Quanto alle pensioni, lo sconcio è persin maggiore.
Pagine e pagine e pagine dei maggiori quotidiani hanno offerto ogni giorno statistiche e diagrammi che attestano l’importanza vitale dello scalone. Una ministra ha finto di dimettersi per dar forza all’allarme. Schiere di truci senatori e decani del giornalismo «democratico» hanno scagliato anatemi all’indirizzo di chi non si adegua alla teologia rigorista. Il governatore della Banca centrale – per non dire di illustri economisti e dei guardiani europei di Maastricht – ha profetizzato sciagure ove non si costringessero gli italiani a lavorare più a lungo. Ci ha messo del suo persino il leader designato della falange riformista discettando di un presunto «conflitto generazionale». Il tutto conti alla mano. Falsi. Costruiti su un mucchio di fandonie pur di continuare a mungere il lavoro dipendente. E di nascondere che in realtà i conti della previdenza pubblica sono in ordine, che operai e impiegati si pagherebbero in abbondanza le proprie pensioni se non fossero costretti a farsi carico anche dell’assistenza, e che in Italia i giovani sono alla frutta perché non trovano lavori buoni e per le fregature appioppate loro dalle varie «riforme» pensionistiche.
È il trionfo delle frottole. Di fronte al quale la prima reazione è la rabbia. La seconda, la voglia di fare di tutt’erbe un fascio. Ma forse vale la pena di ragionare freddamente e di cercare di fare, una volta tanto, buon uso delle altrui bugie. Per ricavarne, paradossalmente, qualche importante verità.
Cominciamo da un po’ di storia. La modernità nasce anche dalla lotta contro il segreto, architrave dell’antico regime. Il povero Kant, che di quella lotta fu alfiere, teorizzò che, per avere le carte in regola, i governi debbono porsi solo quegli obiettivi che, per realizzarsi, debbono essere resi in tutto e per tutto pubblici. Il ragionamento è chiaro: se per raggiungere uno scopo bisogna che tutti ne siano debitamente informati, ciò vuol dire che quello scopo piace alla popolazione, la quale vi vede riconosciuti i propri interessi, diritti, bisogni.
È un principio di democrazia. Ma ovviamente vale anche l’opposto. Se per fare quel che si propone un governo dice delle gran balle, è perché sa che, al contrario, quanto intende fare non può piacere alla gran parte della popolazione. Sa che i suoi intenti colpiscono interessi, violano diritti, negano bisogni di massa. Insomma, in quelle balle è scritta a chiare lettere la natura anti-popolare di quei propositi: una natura nella quale, per venire a noi (questa è la preziosa verità custodita dalle bugie che ci vengono propinate), è inciso il carattere saliente dell’attuale fase della storia del capitalismo.
Il neoliberismo è la privatizzazione di tutto. Non solo delle risorse materiali e ambientali. Non solo dei saperi e delle istituzioni pubbliche. Anche del discorso, del linguaggio, del senso comune. Mediante un uso totalitario dei media, il capitalismo neoliberista privatizza il discorso pubblico, asservendolo agli interessi particolari. Si tratta, a ben guardare, di una rottura in senso stretto epocale. Per effetto della quale la modernità è come spinta fuori da se stessa. Verso un nuovo ancien régime.
C’è una sola differenza. Mentre nell’antico regime il potere si proteggeva col segreto, nella democrazia oligarchica «moderna» esso si avvale di discorsi infarciti di bugie. Ma non è una differenza decisiva. Segreti e bugie in fondo sono affini, in quanto entrambi forme del silenzio.
su Il Manifesto del 26/07/2007
I partigiani e i nazisti, mio nonno e l'Osservatore romano bipartisan
Ascanio Celestini
Rosario arriva a via Rasella qualche minuto prima delle due. Con lui, lungo la strada ci stanno gli altri partigiani. Ma dopo un'ora i tedeschi non sono ancora passati. Poi arrivano le tre... e poi le tre e mezza... e poi alle quattro meno un quarto si decide di aspettare fino alle quattro... e se i tedeschi non si fanno vedere l'azione verrà rimandata. E già Bentivegna pensa al carretto pieno di esplosivo che deve riportarsi indietro. Pensa che ci stava la pena di morte per uno che veniva trovato con la pistola... figuriamoci con 18 chili di tritolo...
Ma qualche minuto prima delle quattro viene dato il segnale. I tedeschi arrivano. Marciano cantando una canzone tedesca che dice «Salta ragazza mia...» Davanti c'è un gruppo d'avanguardia e in fondo c'è un carretto trascinato da un somaro e sul carretto ci sta' un fucile mitragliatore. Bentivegna col braciere della pipa accende la miccia e corre via. Carla Capponi gli corre dietro, gli nasconde la spalle con un impermeabile e scappano su un autobus. Mentre la miccia brucia... lungo la strada c'è un gruppo di ragazzini che gioca a pallone proprio vicino all'esplosivo. Allora Pasquale Balsamo, un altro partigiano, corre su da via del Boccaccio, arriva lì vicino a 'sto ragazzino e gli ruba il pallone. Dà un calcio a 'sto pallone e il pallone rotola giù per la discesa. Il ragazzino si gira e je dice: «Aho, a fijo de 'na mignotta ma che stai a fa'?» Poi vede che il pallone suo non c'è più e corre in fondo alla discesa per recuperarlo... così quei ragazzini si salveranno. Nel frattempo il carretto esplode e gli altri partigiani lanciano delle bombe a mano. Nell'esplosione moriranno 32 tedeschi e un ragazzino italiano. Piero Zuccheretti si chiamava.
I tedeschi non capiscono bene quello che è successo. Pensano che le bombe siano state buttate dall'alto e si mettono a sparare per aria. Sparano verso i tetti, verso i balconi e le finestre. È stata colpita l'undicesima compagnia del Polizei-regiment «Bozen» in fase di addestramento a Roma. Quando Adolf Hitler dalla Germania viene a sapere quello che è successo a Roma in pieno centro, in pieno giorno, in una città occupata... dà ordine che vengano uccisi 50 italiani per ogni soldato tedesco morto, e bisogna far saltare in aria l'intero quartiere. Questo è l'ordine che dà Hitler dalla Germania. Poi qualcuno dice: «50 sono troppi. Sarebbe meglio ucciderne 30, meglio 20» Io non lo so quello che si sono detti in quelle ore. Io credo che non lo sa nessuno con precisione e poi chissà quante cose so' state dette in quel momento... Però so quello che è successo e so quello che stava pure scritto sul giornale che ha letto mio nonno due giorni dopo. Un paio di giorni dopo... dopo la rappresaglia tedesca... sul giornale c'era scritto che erano stati uccisi dieci comunisti badogliani per ogni soldato tedesco morto. E se i tedeschi morti a via Rasella sono 32, il conto è facile: gli italiani da uccidere sono 320. 320 che però devono essere già stati condannati a morte per fare un'esecuzione esemplare davanti agli occhi di tutti. Ma 320 condannati a morte a Roma non ce ne stanno. Li vanno a contare e in galera ce ne stanno solo tre. E tre persone non sono 300.
Allora Herbert Kappler pensa bene che per sveltire la pratica... perché questo fu un crimine, ma i criminali che l'hanno compiuto non rassomigliano al mostro che ammazza le sue vittime divorandole. Tutto questo crimine rassomiglia ad una pratica burocratica dove i nazisti si trovarono a dover compilare delle liste come un qualunque funzionario di qualche anonimo ufficio del ministero... e così anche Kappler si trovò davanti all'urgenza di sveltire la pratica e forse per questo motivo pensò che era meglio passare dai condannati a morte a quelli che erano ipoteticamente condannabili. E nell'ipotesi, per Kappler, a Roma tutti potrebbero essere condannabili. Secondo Kappler era condannabile anche uno che si chiamava Ettore Ronconi. Questo faceva l'oste a Genzano. Faceva il vino... era un oste appena arrivato a Roma per portare il vino all'osteria di via Rasella. Anche lui ipoteticamente è condannabile per Kappler, e anche il giorno appresso verrà ammazzato all'Ardeatine.
Poi durante la notte muore un altro tedesco. Muore perché era rimasto ferito a via Rasella, ma muore per conto suo all'ospedale. Allora Kappler, senza che manco nessuno glielo lo va a comandare, decide che per un fatto di matematica e di giustizia bisogna mettere nel numero delle persone da ammazzare altri dieci italiani. Poi forse si sbaglia e ce ne mette 15 per un totale di 335 persone. (...)
Adesso c'è da fare più di 300 fucilazioni. Così i tedeschi si ricordano di quando Roma diventò la capitale. Di quando si costruirono le case e i ministeri e per recuperare calce e mattoni attorno a Roma si scavarono più di 170 cave con 3000 persone che ci lavoravano dentro. Adesso ci sta la guerra e nessuno pensa più a costruire cosicché le cave sono in disuso. Così i 335 vengono portati in una cava abbandonata sulla via Ardeatina. Li fanno entrare in gruppi di cinque con le mani legate dietro la schiena. L'ordine è preciso e anche questa è 'na cosa che deve essere scientifica, una pratica burocratica: le persone devono ricevere il colpo all'altezza della nuca col capo leggermente rovesciato in avanti in maniera che muoiono subito e non si sprechino troppe pallottole, ma qualcuno non muore subito. Durante l'esumazione il dottor Ascarelli ne troverà uno con quattro fori nel cranio. Per 39 di loro sarà impossibile reperire la testa, perché forse è scoppiata coi gas d'esplosione all'interno della scatola cranica. Tanti altri vengono trovati con ferite lievi e forse neanche so' morti subito.
È il 24 marzo del 1944. Quattro giorni più tardi, i tedeschi tornano alle cave Ardeatine, fanno delle buche, mettono delle cariche d'esplosivo e fanno saltare in aria l'intera cava. Una montagna di terra crolla sopra una montagna di morti. Una montagna dentro un'altra montagna. E adesso... come dice pure l'ultima frase del giornale che ha letto mio nonno: l'ordine è stato eseguito.
Ma in quei giorni esce anche un altro giornale, un giornale che esce ancora e si chiama L'Osservatore romano. È il quotidiano del Vaticano e c'è un articolo curioso che la gente n'ha parlato per tanto tempo. Se ne parla ancora oggi tutte le volte che si riparla della storia di via Rasella. E io mi immagino la gente che voleva sapere cosa c'era scritto sull'articolo... la gente analfabeta al tempo della guerra. Io mi immagino che si andava a cercare qualcuno che glielo poteva leggere questo articolo tanto importante. Così... mi immagino tutta 'sta gente che se ne va al cinema Iris odierno cinema Gioiello in fondo a via Nomentana, a Porta Pia da mio nonno Giulio e gli fa: «Sor Giulio, dite 'n po' che c'è scritto sull'Osservatore romano?» E mio nonno che dice: «C'è scritto: 32 vittime da una parte, 320 sacrificati dall'altra per i colpevoli sfuggiti all'arresto».
Mio nonno legge il giornale.... e il giornale dice che quelli ammazzati alle Ardeatine sono sacrificati, come se fosse un evento biblico e non un crimine umano. Nel giornale i nazisti diventano le vittime e i partigiani sono i colpevoli...
Dico alla bassetta che è qui che incomincia la storia. Da questo punto dovremmo incominciare a raccontarla. Fino ad ora io ho solo messo in fila i fatti, ma è da questo momento che qualcuno ha incominciato a raccontarli. È qui che nasce il racconto e anche la polemica che lo accompagna. A questo punto abbiamo incominciato a sentire qualcuno che diceva: «Ma lo sai che quei 33 soldati che vennero ammazzati dai partigiani a via Rasella erano altoatesini? Mica erano tedeschi, erano proprio altoatesini! Dunque questo attentato di via Rasella fu un gesto criminale senza motivo perché andò a colpire altri italiani... italiani dell'Alto Adige invece delle truppe d'occupazione tedesche!» E io dico che sì... è vero! I 33 uccisi a via Rasella erano altoatesini, erano del Polizei-regiment «Bozen», erano altoatesini. Ma non erano mica gli stessi altoatesini che fanno lo speck sulle alpi! Dico che questi erano nazisti! E poi non credo che la nazionalità conti qualcosa, nel senso che i partigiani romani non facevano un'azione contro qualcuno soltanto perché si trattava di un tedesco. Anche tra i tedeschi ci stanno le differenze e i partigiani non avrebbero sparato a qualcuno solo perché era nato in Germania. Nessuno avrebbe sparato a Hegel, il filosofo, oppure a un ortolano di Berlino o a Schumacher il pilota della Ferrari! Credo che ci sta una bella differenza tra un filosofo, un ortolano, un pilota di formula uno e... un nazista!
E poi c'è l'altra polemica... quella dei manifesti. Perché tanta gente dice che i tedeschi stamparono dei manifesti. Manifesti sui quali c'era scritto che i tedeschi avevano arrestate 300 persone e l'avrebbero salvate soltanto se i partigiani autori dell'azione di via Rasella si fossero presentati. E visto che i partigiani non si presentarono i tedeschi si sentirono autorizzati a compiere l'eccidio delle Ardeatine.
Ma, dico alla bassetta... come potevano stampare i manifesti se la bomba di via Rasella scoppia alle quattro di pomeriggio del 23 marzo... e soltanto un giorno appresso i 335 delle Ardeatine erano già stati uccisi? Come potevano avere il tempo di stampare i manifesti e attaccarli sui muri di Roma?
E poi lo dicono persino i tedeschi che i manifesti non furono mai stampati. Lo dicono al processo nel novembre del '46 quando il giudice dice a Kesserling che avrebbe potuto avvisare la popolazione di quello che stava succedendo e lui risponde: «Sì, adesso a distanza di due anni credo che l'idea sarebbe stata buona!» E il giudice gli fa: «Però non lo faceste?» E Kesserling: «No. Non lo feci!»
E poi i tedeschi non avevano motivo di avvertire i romani che stavano per ammazzare più di 300 persone. Se l'avessero fatto a Roma sarebbe scoppiata una rivolta.
Insomma, i tedeschi non dissero niente se non dopo che la cosa era successa. Eppure ancora oggi tanta gente dice: «Mio nonno li ha visti i manifesti... mio zio li ha visti... c'erano i manifesti», perché la gente i manifesti li ha visti pure se nessuno li ha mai stampati... e mica per cattiveria... ma perché in questa menzogna che si porta avanti da più di cinquant'anni s'è trovata una speranza per questi 335... una speranza che davvero non gliel'ha data mai nessuno. Qualcuno ti dice: «io l'ho sentito perfino alla radio 'sto comunicato!» Ma la realtà è che se tu avessi acceso la radio in quei giorni mica sentivi i comunicati. Se avessi acceso la radio avresti sentito le canzonette che mandava il regime.
Ascanio Celestini è considerato uno dei migliori esponenti del cosiddetto teatro di narrazione. Nel 2000-2001 ha scritto e rappresentato Radio Clandestina (da cui è tratto il testo a fianco, ed. Donzelli), un racconto costruito a partire dal libro l'Ordine è già stato eseguito di Alessandro Portelli, premio Viareggio '99, che raccoglie la memoria orale legata all'eccidio delle fosse Ardeatine del 24 marzo 1944. Lo spettacolo fu presentato nei locali dell'ex-carcere nazista di via Tasso (ora Museo della Liberazione) in forma di studio per i Luoghi della Memoria, manifestazione organizzata dal Comune di Roma e dal Teatro di Roma. Attualmente sta lavorando al suo primo disco, che uscirà a ottobre e si intitolerà «Parole sante».
Rosario arriva a via Rasella qualche minuto prima delle due. Con lui, lungo la strada ci stanno gli altri partigiani. Ma dopo un'ora i tedeschi non sono ancora passati. Poi arrivano le tre... e poi le tre e mezza... e poi alle quattro meno un quarto si decide di aspettare fino alle quattro... e se i tedeschi non si fanno vedere l'azione verrà rimandata. E già Bentivegna pensa al carretto pieno di esplosivo che deve riportarsi indietro. Pensa che ci stava la pena di morte per uno che veniva trovato con la pistola... figuriamoci con 18 chili di tritolo...
Ma qualche minuto prima delle quattro viene dato il segnale. I tedeschi arrivano. Marciano cantando una canzone tedesca che dice «Salta ragazza mia...» Davanti c'è un gruppo d'avanguardia e in fondo c'è un carretto trascinato da un somaro e sul carretto ci sta' un fucile mitragliatore. Bentivegna col braciere della pipa accende la miccia e corre via. Carla Capponi gli corre dietro, gli nasconde la spalle con un impermeabile e scappano su un autobus. Mentre la miccia brucia... lungo la strada c'è un gruppo di ragazzini che gioca a pallone proprio vicino all'esplosivo. Allora Pasquale Balsamo, un altro partigiano, corre su da via del Boccaccio, arriva lì vicino a 'sto ragazzino e gli ruba il pallone. Dà un calcio a 'sto pallone e il pallone rotola giù per la discesa. Il ragazzino si gira e je dice: «Aho, a fijo de 'na mignotta ma che stai a fa'?» Poi vede che il pallone suo non c'è più e corre in fondo alla discesa per recuperarlo... così quei ragazzini si salveranno. Nel frattempo il carretto esplode e gli altri partigiani lanciano delle bombe a mano. Nell'esplosione moriranno 32 tedeschi e un ragazzino italiano. Piero Zuccheretti si chiamava.
I tedeschi non capiscono bene quello che è successo. Pensano che le bombe siano state buttate dall'alto e si mettono a sparare per aria. Sparano verso i tetti, verso i balconi e le finestre. È stata colpita l'undicesima compagnia del Polizei-regiment «Bozen» in fase di addestramento a Roma. Quando Adolf Hitler dalla Germania viene a sapere quello che è successo a Roma in pieno centro, in pieno giorno, in una città occupata... dà ordine che vengano uccisi 50 italiani per ogni soldato tedesco morto, e bisogna far saltare in aria l'intero quartiere. Questo è l'ordine che dà Hitler dalla Germania. Poi qualcuno dice: «50 sono troppi. Sarebbe meglio ucciderne 30, meglio 20» Io non lo so quello che si sono detti in quelle ore. Io credo che non lo sa nessuno con precisione e poi chissà quante cose so' state dette in quel momento... Però so quello che è successo e so quello che stava pure scritto sul giornale che ha letto mio nonno due giorni dopo. Un paio di giorni dopo... dopo la rappresaglia tedesca... sul giornale c'era scritto che erano stati uccisi dieci comunisti badogliani per ogni soldato tedesco morto. E se i tedeschi morti a via Rasella sono 32, il conto è facile: gli italiani da uccidere sono 320. 320 che però devono essere già stati condannati a morte per fare un'esecuzione esemplare davanti agli occhi di tutti. Ma 320 condannati a morte a Roma non ce ne stanno. Li vanno a contare e in galera ce ne stanno solo tre. E tre persone non sono 300.
Allora Herbert Kappler pensa bene che per sveltire la pratica... perché questo fu un crimine, ma i criminali che l'hanno compiuto non rassomigliano al mostro che ammazza le sue vittime divorandole. Tutto questo crimine rassomiglia ad una pratica burocratica dove i nazisti si trovarono a dover compilare delle liste come un qualunque funzionario di qualche anonimo ufficio del ministero... e così anche Kappler si trovò davanti all'urgenza di sveltire la pratica e forse per questo motivo pensò che era meglio passare dai condannati a morte a quelli che erano ipoteticamente condannabili. E nell'ipotesi, per Kappler, a Roma tutti potrebbero essere condannabili. Secondo Kappler era condannabile anche uno che si chiamava Ettore Ronconi. Questo faceva l'oste a Genzano. Faceva il vino... era un oste appena arrivato a Roma per portare il vino all'osteria di via Rasella. Anche lui ipoteticamente è condannabile per Kappler, e anche il giorno appresso verrà ammazzato all'Ardeatine.
Poi durante la notte muore un altro tedesco. Muore perché era rimasto ferito a via Rasella, ma muore per conto suo all'ospedale. Allora Kappler, senza che manco nessuno glielo lo va a comandare, decide che per un fatto di matematica e di giustizia bisogna mettere nel numero delle persone da ammazzare altri dieci italiani. Poi forse si sbaglia e ce ne mette 15 per un totale di 335 persone. (...)
Adesso c'è da fare più di 300 fucilazioni. Così i tedeschi si ricordano di quando Roma diventò la capitale. Di quando si costruirono le case e i ministeri e per recuperare calce e mattoni attorno a Roma si scavarono più di 170 cave con 3000 persone che ci lavoravano dentro. Adesso ci sta la guerra e nessuno pensa più a costruire cosicché le cave sono in disuso. Così i 335 vengono portati in una cava abbandonata sulla via Ardeatina. Li fanno entrare in gruppi di cinque con le mani legate dietro la schiena. L'ordine è preciso e anche questa è 'na cosa che deve essere scientifica, una pratica burocratica: le persone devono ricevere il colpo all'altezza della nuca col capo leggermente rovesciato in avanti in maniera che muoiono subito e non si sprechino troppe pallottole, ma qualcuno non muore subito. Durante l'esumazione il dottor Ascarelli ne troverà uno con quattro fori nel cranio. Per 39 di loro sarà impossibile reperire la testa, perché forse è scoppiata coi gas d'esplosione all'interno della scatola cranica. Tanti altri vengono trovati con ferite lievi e forse neanche so' morti subito.
È il 24 marzo del 1944. Quattro giorni più tardi, i tedeschi tornano alle cave Ardeatine, fanno delle buche, mettono delle cariche d'esplosivo e fanno saltare in aria l'intera cava. Una montagna di terra crolla sopra una montagna di morti. Una montagna dentro un'altra montagna. E adesso... come dice pure l'ultima frase del giornale che ha letto mio nonno: l'ordine è stato eseguito.
Ma in quei giorni esce anche un altro giornale, un giornale che esce ancora e si chiama L'Osservatore romano. È il quotidiano del Vaticano e c'è un articolo curioso che la gente n'ha parlato per tanto tempo. Se ne parla ancora oggi tutte le volte che si riparla della storia di via Rasella. E io mi immagino la gente che voleva sapere cosa c'era scritto sull'articolo... la gente analfabeta al tempo della guerra. Io mi immagino che si andava a cercare qualcuno che glielo poteva leggere questo articolo tanto importante. Così... mi immagino tutta 'sta gente che se ne va al cinema Iris odierno cinema Gioiello in fondo a via Nomentana, a Porta Pia da mio nonno Giulio e gli fa: «Sor Giulio, dite 'n po' che c'è scritto sull'Osservatore romano?» E mio nonno che dice: «C'è scritto: 32 vittime da una parte, 320 sacrificati dall'altra per i colpevoli sfuggiti all'arresto».
Mio nonno legge il giornale.... e il giornale dice che quelli ammazzati alle Ardeatine sono sacrificati, come se fosse un evento biblico e non un crimine umano. Nel giornale i nazisti diventano le vittime e i partigiani sono i colpevoli...
Dico alla bassetta che è qui che incomincia la storia. Da questo punto dovremmo incominciare a raccontarla. Fino ad ora io ho solo messo in fila i fatti, ma è da questo momento che qualcuno ha incominciato a raccontarli. È qui che nasce il racconto e anche la polemica che lo accompagna. A questo punto abbiamo incominciato a sentire qualcuno che diceva: «Ma lo sai che quei 33 soldati che vennero ammazzati dai partigiani a via Rasella erano altoatesini? Mica erano tedeschi, erano proprio altoatesini! Dunque questo attentato di via Rasella fu un gesto criminale senza motivo perché andò a colpire altri italiani... italiani dell'Alto Adige invece delle truppe d'occupazione tedesche!» E io dico che sì... è vero! I 33 uccisi a via Rasella erano altoatesini, erano del Polizei-regiment «Bozen», erano altoatesini. Ma non erano mica gli stessi altoatesini che fanno lo speck sulle alpi! Dico che questi erano nazisti! E poi non credo che la nazionalità conti qualcosa, nel senso che i partigiani romani non facevano un'azione contro qualcuno soltanto perché si trattava di un tedesco. Anche tra i tedeschi ci stanno le differenze e i partigiani non avrebbero sparato a qualcuno solo perché era nato in Germania. Nessuno avrebbe sparato a Hegel, il filosofo, oppure a un ortolano di Berlino o a Schumacher il pilota della Ferrari! Credo che ci sta una bella differenza tra un filosofo, un ortolano, un pilota di formula uno e... un nazista!
E poi c'è l'altra polemica... quella dei manifesti. Perché tanta gente dice che i tedeschi stamparono dei manifesti. Manifesti sui quali c'era scritto che i tedeschi avevano arrestate 300 persone e l'avrebbero salvate soltanto se i partigiani autori dell'azione di via Rasella si fossero presentati. E visto che i partigiani non si presentarono i tedeschi si sentirono autorizzati a compiere l'eccidio delle Ardeatine.
Ma, dico alla bassetta... come potevano stampare i manifesti se la bomba di via Rasella scoppia alle quattro di pomeriggio del 23 marzo... e soltanto un giorno appresso i 335 delle Ardeatine erano già stati uccisi? Come potevano avere il tempo di stampare i manifesti e attaccarli sui muri di Roma?
E poi lo dicono persino i tedeschi che i manifesti non furono mai stampati. Lo dicono al processo nel novembre del '46 quando il giudice dice a Kesserling che avrebbe potuto avvisare la popolazione di quello che stava succedendo e lui risponde: «Sì, adesso a distanza di due anni credo che l'idea sarebbe stata buona!» E il giudice gli fa: «Però non lo faceste?» E Kesserling: «No. Non lo feci!»
E poi i tedeschi non avevano motivo di avvertire i romani che stavano per ammazzare più di 300 persone. Se l'avessero fatto a Roma sarebbe scoppiata una rivolta.
Insomma, i tedeschi non dissero niente se non dopo che la cosa era successa. Eppure ancora oggi tanta gente dice: «Mio nonno li ha visti i manifesti... mio zio li ha visti... c'erano i manifesti», perché la gente i manifesti li ha visti pure se nessuno li ha mai stampati... e mica per cattiveria... ma perché in questa menzogna che si porta avanti da più di cinquant'anni s'è trovata una speranza per questi 335... una speranza che davvero non gliel'ha data mai nessuno. Qualcuno ti dice: «io l'ho sentito perfino alla radio 'sto comunicato!» Ma la realtà è che se tu avessi acceso la radio in quei giorni mica sentivi i comunicati. Se avessi acceso la radio avresti sentito le canzonette che mandava il regime.
Ascanio Celestini è considerato uno dei migliori esponenti del cosiddetto teatro di narrazione. Nel 2000-2001 ha scritto e rappresentato Radio Clandestina (da cui è tratto il testo a fianco, ed. Donzelli), un racconto costruito a partire dal libro l'Ordine è già stato eseguito di Alessandro Portelli, premio Viareggio '99, che raccoglie la memoria orale legata all'eccidio delle fosse Ardeatine del 24 marzo 1944. Lo spettacolo fu presentato nei locali dell'ex-carcere nazista di via Tasso (ora Museo della Liberazione) in forma di studio per i Luoghi della Memoria, manifestazione organizzata dal Comune di Roma e dal Teatro di Roma. Attualmente sta lavorando al suo primo disco, che uscirà a ottobre e si intitolerà «Parole sante».
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