giovedì 3 ottobre 2013

Raramente ed inspiegabilmente perdo la pazienza, ecco una possibile spiegazione

Non si sarebbero lamentati per nessun sopruso. Che vuoi fare, vuoi litigare? Era il loro motto ostinato e rassegnato.
Ma attenzione. A fare da pendant con questo tipo di atteggiamento c'era quello opposto, che scattava altrettanto arbitrariamente. Quando pensavano che qualcuno li volesse fregare o ancora peggio mancargli di rispetto. Allora improvvisamente alzavano la voce, diventavano delle belve, stufi ad un tratto di secoli di angherie, tirando fuori la terribile rabbia accumulata negli ultimi millenni e sfogandola tutta in una volta col maleducato di turno.
Come piante tra i sassi
Mariolina Venezia

sabato 21 settembre 2013

Citazioni

Mariolina Venezia che cita Federico Fellini che, a sua volta, cita Fernando Pessoa:

Nulla si sa, tutto si immagina

Così presto passa tutto quanto passa!
Muore così giovane davanti agli dèi tutto quanto
Muore! Tutto è così poco!
Niente si sa, tutto si immagina.
Circondati di rose, ama, bevi,
e taci. Il resto è niente.

F. Pessoa "Odi di Ricardo Reis"

mercoledì 6 marzo 2013

Grillo cresce sulle macerie dei movimenti


intervista a Wu Ming di Roberto Ciccarelli sul Manifesto del 1 marzo 2013

WU MING - INTERVISTA AGLI AUTORI DI «Q» SUL MOVIMENTO 5 STELLE: «TIFIAMO PER LA RIVOLTA DELLA "BASE" CONTRO I VERTICI. SARANNO LE BATTAGLIE SPECIFICHE A METTERE I GRILLINI "DI SINISTRA" DAVANTI A QUESTA NECESSITÀ»

Quella di Grillo è una strategia diversiva. Serve a spingere l’«indignazione», tanto celebrata nelle acampade spagnole o negli occupy americani, lontano dalle piazze italiane. Più la crisi diventa feroce e più le scariche di risentimento vengono fatte confluire in un comodo format, quello del blog del Capo dei Cinque Stelle che solletica il giustizialismo giacobino contro la «casta» e le sue maschere. Per Wu Ming, il collettivo dei cinque scrittori autori di Q, (come Luther Blissett), 54 e Altai,il movimento 5 stelle ha inquadrato le energie potenziali di una rivolta contro l’austerità in una gabbia discorsiva che fa la parodia del conflitto politico, lasciandolo amministrare da «un’organizzazione settario-aziendale» (la Casaleggio&Associati) e dalla guida simbolica di Beppe Grillo. Per loro il radicalismo pentastellato «amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia». La tesi esposta con determinazione in un articolo sul sito di Internazionale, è stata ampliata su «Giap», l’influente blog dei Wu Ming, interrompendo il silenzio attonito dei movimenti che hanno attraversato l’ultimo decennio, da Genova alle campagne sui beni comuni.
Voi dite che Grillo non è un incendiario ma un pompiere, perché pratica la sistematica occupazione dello spazio discorsivo dei movimenti: la No-Tav, l’acqua bene comune, la scuola e l’università, il reddito. E lo ricolloca in una cornice che definite di «destra». Potete spiegare che cosa significa?
La nascita del grillismo è una conseguenza della crisi dei movimenti altermondialisti di inizio decennio. Man mano che quel fiume si prosciugava, il grillismo iniziava a scorrere nel vecchio letto. Nei primi anni, i liquidi erano ancora «misti», e questo ha impedito di vedere cosa si agitava nel miscuglio, oltre ad attenuare certe puzze. In seguito, la crescita tumultuosa del M5S è divenuta a sua volta una causa – o almeno una concausa importante – dell’assenza di movimenti radicali in Italia, per via della sistematica «cattura» delle istanze delle lotte territoriali, soprattutto di quelle più «fotogeniche». Non c’è lotta «civica» su cui il M5S non abbia messo il cappello, descrivendosi come suo unico protagonista. Temi, rivendicazioni e parole d’ordine sono stati cooptati e rideclinati in un discorso confusionista e classicamente «né-né», cioè che si presenta come oltre la destra e oltre la sinistra. È un discorso che accumula sempre più contraddizioni, perché mette insieme ultraliberismo e difesa dei beni comuni, retorica della democrazia diretta e grillocentrico «principio del capo», appoggio ai No Tav che fanno disobbedienza civile e legalitarismo spicciolo che confonde l’etica col non avere condanne giudiziarie. Quest’ultimo aspetto era già evidente al primo V Day, quando dal palco Grillo accomunò Daniele Farina del Leoncavallo a gente in odore di mafia, solo perché anche lui aveva «condanne». Già tutto questo tanfa di cultura di destra, ma a essere destrorso è innanzitutto il racconto dell’Italia che fa Grillo.
Ecco, qual è il racconto di Grillo?
C’è un «Popolo onesto» (dato per indiviso al suo interno, niente classi, niente interessi contrapposti) e c’è una «Casta corrotta» descritta come esterna al «Popolo». Per risolvere i problemi dell’Italia, bisogna eleggere «le persone oneste», che non prenderanno «decisioni di destra» o «decisioni di sinistra»: prenderanno le decisioni «giuste». In questo, la retorica del grillismo è affine a quella del tanto odiato governo Monti: le questioni sono tecniche, non politiche. E’ un frame semplicistico e consolatorio, che rimuove le contraddizioni, non tocca le cause della crisi e offre nemici facili da riconoscere.
Ma perché il M5S oggi riscuote un enorme consenso anche presso persone di sinistra e attivisti dei movimenti precedenti?
Se Grillo e Casaleggio sono riusciti a fare questo, è perché i movimenti non hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune. Grillo personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che dobbiamo interrogarci. Il fatto che molte persone di sinistra anche radicale (addirittura protagonisti dei precedenti cicli di lotte) abbiano scelto Grillo «perché non c’è altro» è comprensibile, non è con loro che ce l’abbiamo, ma siamo convinti che il M5S sia una falsa soluzione, e il «non c’è altro» sia una conseguenza della «cattura» che dicevamo: se a ogni movimento viene sovrapposta la faccia di Grillo, è inevitabile avere l’impressione che si muova solo lui. Va spezzato l’incantesimo e, allo stesso tempo, bisogna avviare un duro lavoro di ricostruzione.
Parlavate dei No Tav. Il 23 marzo tutti i parlamentari M5S andranno in val susa a manifestare contro la tav, un segnale forte, il movimento fa proprie le istanze della valle. E questo si potrebbe ripetere per altri movimenti. Come può essere compatibile questa scelta di organicità ad un movimento reale con il frame di destra di M5S?
Dovrebbero essere loro a spiegare come si concilia l’appoggio a un movimento che non teme di ricorrere all’illegalità e ha praticato anche l’uso della forza, con una concezione di «onestà» che si limita alla fedina penale «pulita». Anche questa è una contraddizione che l’attivismo frenetico e appariscente cerca di tenere occultata: si corre di qua e di là proprio per non affrontare davvero nessun nodo di fondo.
Potete fare un esempio di un «nodo di fondo» che non vogliono affrontare?
Il «reddito di cittadinanza»: lo nominano di continuo, e questo era già un vecchio vizio del movimento «antagonista», soprattutto di certo post-operaismo un po’… «flower power». Ma cosa s’intende per «reddito di cittadinanza»? La questione si divide ulteriormente in due: cosa si intende per «reddito»? E’ un sussidio di disoccupazione? E’ il salario minimo? Sono mille euro a testa? E poi, li reperiamo tassando i ricchi oppure abolendo le pensioni e tagliando tutti gli stipendi pubblici? Certamente l’ultraliberista Casaleggio spinge per la seconda ipotesi, ma son tutti d’accordo? Inoltre, cosa s’intende per «cittadinanza»? E’ il principio universalistico nato dalla Rivoluzione Francese o è la sua declinazione nazionalista di destra? È loius soli o lo ius sanguinis ? Il mio vicino di casa dalla pelle scura, i cui figli vanno a scuola con i miei, è incluso o no? A giudicare da certe esternazioni razziste provenienti da esponenti M5S e da Grillo in persona, diremmo che non è incluso, e che il «reddito di cittadinanza» sarebbe erogato secondo criteri sciovinisti.
«Tifate» per la rivolta della base del movimento contro il vertice di M5S e la base. Ma di quale base stiamo parlando, visto che in M5S c’è il precario e la partita Iva, ma anche il piccolo imprenditore in crisi o il pensionato?
Su questo punto si è generato un equivoco. Per «tifare rivolta dentro il M5S» noi intendiamo l’auspicio che le contraddizioni si acuiscano ed esplodano. Questo non va confuso con un discorso perbenista sulla «base» che «è buona»: nella base ci sono parecchi fascisti e gente che fino a ieri si esaltava per Bossi o per Berlusconi, c’è anche quel tizio del M5S Pontedera che ha diramato un comunicato razzista raccapricciante, c’è quel grillino sardo che ha paragonato il matrimonio gay all’accoppiamento con animali… La «base» non è «buona», anche questo sarebbe un frame di destra, un far rientrare surrettiziamente il discorso del «Popolo» contro la «Casta», laddove in questo caso la casta sono Grillo e Casaleggio. No, noi ci auguriamo spaccature verticali e orizzontali, e su questioni concrete. Saranno le battaglie specifiche a mettere i grillini «di sinistra» di fronte a scelte che ormai non sono procrastinabili.
Pensate che Grillo accetterà l’offerta di «governare» per non «finire come in grecia»?
Casaleggio, che certamente si è divorato manuali di marketing come Prosperare sul caos di Tom Peters, si sta interrogando su come mantenere l’immagine del M5S come «grande scompigliatore» anche in una fase come questa, dove qualche decisione concreta andrà pur presa, e a qualunque decisione concreta andrà sacrificato qualcosa (e qualcuno). In ogni caso, qualunque strada scelgano, le contraddizioni di cui sopra non potranno restare occultate a lungo

sabato 26 gennaio 2013

Le quattro esigenze del lavoro

di Francesco Garibaldo

Dopo cinque anni di crisi e la prospettiva di almeno un altro anno di crisi, di cosa ha bisogno il mondo del lavoro? Le esigenze sono sia di natura economica e sociale sia democratica e politica. Il mondo del lavoro, infatti, sperimenta contemporaneamente: A. Dal punto di vista economico e sociale: una grave crisi occupazionale; una frammentazione e corporativizzazione di coloro che sono ancora occupati, ricattati dalla paura della disoccupazione e costretti ad accettare condizioni di lavoro sempre peggiori; una diminuzione consistente del potere di acquisto dei salari e degli stipendi, con l’espandersi di aree di povertà anche tra chi lavora; un’erosione del welfare, sia locale sia nazionale, con una riduzione del reddito non monetario. Dal punto di vista democratico e politico, la liquidazione progressiva della sua esistenza come soggetto collettivo, cui le forze politiche di governo devono fare riferimento, e come singolo lavoratore la sottrazione dei suoi diritti sociali e democratici nei luoghi di lavoro, come dimostra il pervicace rifiuto di consentire l’approvazione democratica delle piattaforme e delle ipotesi di contratto.
Che cosa occorrerebbe fare, quindi?In primo luogo creare posti di lavoro e difendere quelli esistenti. Tale obiettivo è irraggiungibile senza una messa in discussione del cuore stesso dell’impianto economico e sociale attuale dell’Unione Europea. Da questo punto di vista il confronto tra la Bce e la Federal Reserve è illuminante. L’una con il solo compito della stabilità monetaria, l’altra con il duplice compito della stabilità monetaria e del ciclo economico; l’una prigioniera, con qualche sussulto di Draghi, di un’ortodossia monetarista cieca e stupida, l’altra con la scelta, totalmente non convenzionale e creativa, di legare i tassi d’interesse direttamente al livello di disoccupazione sino al raggiungimento di un livello di disoccupazione considerabile frizionale. Se quindi le forze politiche che si candidano a guidare il paese vogliono seriamente creare dei posti di lavoro, in numero sufficiente a riassorbire la disoccupazione giovanile in tre anni, l’unica strada è di subordinare ogni altra manovra economica e finanziaria a tale obiettivo. In concreto ciò significa muoversi su due terreni: la domanda pubblica e una ripresa industriale. La domanda pubblica che può essere messa in moto in tempi brevi riguarda le grandi priorità dell’Italia: la difesa del territorio, la messa in sicurezza e l’adeguamento energetico dell’edilizia scolastica e degli edifici sedi di servizi pubblici, un piano energetico nazionale che affronti il problema della riconversione dell’edilizia residenziale, un piano per la mobilità pubblica nella direzione della sostenibilità ambientale e la realizzazione di un’infrastruttura di telecomunicazioni di ultima generazione.
In questa prospettiva bisogna fare un bilancio della stagione delle privatizzazioni, anche tenendo conto dell’esperienza europea complessiva, e riconsiderare la necessità di una presenza pubblica in alcune aree dei servizi.
La ripresa industriale non è possibile sulla base dell’assunto che il mercato selezioni quelli in grado di sopravvivere; è evidente ormai che tale insieme d’imprese riguarda una piccola minoranza. Non si vuole sostenere che occorre salvare le altre a prescindere; al contrario si vuole sostenere che partendo dalla nostra tradizione manifatturiera si tratta di riqualificare la struttura rispetto ai nuovi modelli di manifattura: ibrida, a risparmio energetico, con modelli d’innovazione aperti, basata sulla cooperazione industriale intersettoriale e con una forza lavoro stabile e ad alta qualificazione. Ciò richiede una politica industriale che non può ridursi né al dogma della creazione dell’ambiente idoneo per la competizione, né alla selezione dei campioni settoriali che dovrebbero poi trainare il resto. L’obiettivo della politica industriale è recuperare il grosso delle forze manifatturiere, il che significa creare gli strumenti per sostenere un sentiero d’innovazione anche delle Pmi.
Disastrosa da questo punto di vista è stata la politica dei governi Berlusconi e Monti sul lavoro; l’idea che l’Italia fosse impedita nella creazione di nuovi posti di lavoro da un’esagerata protezione del lavoro, ha semplicemente rimosso il vero problema che sta nell’incapacità del sistema produttivo di creare attività produttiva vendibile; a riprova di ciò le poche aziende italiane di successo sono nella maggior parte dei casi caratterizzate da occupazione stabile e buone condizioni di lavoro. La Fiat, per altro, dopo avere disintegrato ogni ragionevole parvenza di Relazioni Industriali non riesce a raggiungere livelli produttivi rilevanti.
Le misure di disarticolazione del mercato del lavoro -precarizzazione – e delle Relazioni Industriali – liquidazione progressiva del contratto nazionale con incentivi fiscali – e di messa in mora dei contratti – l’articolo otto della legge 2011 n.148 – e messa in mora delle tutele contro i licenziamenti – nuova versione dell’art. 18 nella legge 214 del 2011 – vanno quindi cancellate.
Una seria politica industriale ha bisogno anche di ammortizzatori sociali che difendano il patrimonio di lavoro e industriale esistente per rendere credibile un processo d’innovazione che non sia la pura registrazione di chi comunque sopravvivrebbe alla crisi. Vanno quindi rinnovati e modificati gli ammortizzatori sociali lungo la linea seguita dalla Germania in questi anni. Infine, sul piano materiale, occorre ridare potere d’acquisto ai salari e agli stipendi. La strada maestra è quella del circolo virtuoso ripresa produttiva basata sull'innovazione e su alti standard lavorativi – crescita occupazionale e aumento delle retribuzioni. Il circolo virtuoso può essere sostenuto con adeguate manovre fiscali e d’incentivazione.
Una necessità vitale per il mondo del lavoro italiano è metter fine alla gestione autoritaria e totalmente antidemocratica della rappresentanza e della validazione della contrattazione. Naturalmente vi è una responsabilità primaria delle organizzazioni sindacali ma, nel momento in cui l’intero sistema delle Relazioni Industriali italiane è collassato – grazie alle iniziative convergenti della Fiat, della Cisl, della Uil e del ministro Sacconi – vi è anche una responsabilità politica e governativa da assolvere. Va risolto, per legge, il problema della rappresentanza delle organizzazioni sindacali e la validazione democratica delle loro iniziative negoziali. Non si tratta solo, come sembra prevalere tra le forze politiche, di regolare la rappresentanza, magari con la trasformazione in legge dell’accordo del 2011, ma di risolvere, per via legislativa, il problema di come si risolve un contenzioso contrattuale tra organizzazioni la cui rappresentatività sia stata accertata. L’unica strada democratica è il voto di tutti quelli che sono oggetto di una regolazione contrattuale, a qualsiasi livello ciò accada.

dal Manifesto del 25 gennaio 2013

Intervista a Vladimiro Giacchè sul Monte dei Paschi


«Negli ultimi anni la sinistra italiana è stata subalterna ai poteri finanziari. Ha abbracciato con l’entusiasmo dei neofiti l’idea che il mercato senza Stato fosse la panacea di tutti i mali». 
Critica doppiamente dura quella di Vladimiro Giacché. Intanto perché arriva da sinistra, visto che si presenta alle politiche con Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia. E poi perché di finanza il candidato arancione, almeno fino a martedì scorso, ne ha masticata parecchia. Cinquant’anni, laurea in filosofia alla Normale di Pisa, Giacchè ha scelto presto il mondo delle banche e dopo un’esperienza al Medio credito Centrale è stato stretto collaboratore di Matteo Arpe al vertice di Capitalia.
Da là è uscito proprio assieme ad Arpe e ad altri manager, dopo un duro braccio di ferro con Cesare Geronzi, per fondare Sator, un operatore di private equity che in Italia ha preso il controllo di Banca Profilo.

Giacché scusi, ma che ci fa un banchiere con Ingroia?
«Un bancario e non un banchiere»

Questa è la battuta con cui se la cava sempre Alessandro Profumo
«Ma lui è un banchiere davvero» .

Quanto ha guadagnato nel 2012?
«Pubblicheremo i nostri redditi sul sito. Comunque circa 100 mila euro. Creando Sator ci siamo ridotti gli stipendi. E da martedì sono in aspettativa non retribuita ».

Però lei è azionista di Sator, no?
«Sì, ho l’1,4% del capitale».

Lei parla di subalternità della sinistra alla finanza. Nel caso di Mps, però, non è stata invece la banca subalterna al Pd?
«Subalternità nel senso che la sinistra non ha fatto valere le istanze di chi dovrebbe rappresentare e si è accontentata in cambio di qualche posto in cda o comunque di una fettina di potere. Penso anche all’atteggiamento nelle privatizzazioni degli Anni ’90 e in particolare a quella di Telecom. O a operazioni come quelle che hanno portato Sergio Chiamparino al vertice della Compagnia di San Paolo».

Dall'alta finanza a Ingroia. E’ una conversione o un ritorno a casa, per lei figlio di un parlamentare Pci? Il suo nome richiama forse il più noto Vladimir Ili’c?
«Non lo escluderei».

Dunque conversione o no?
«No. Io la vedo come una mossa in continuità con la mia cultura e anche con la mia attività».

Difficile seguire questa continuità.
«Semplice, vedo nei programmi di Rivoluzione Civile elementi che servono a modernizzare davvero il Paese».

E quali?
«Le cito quattro punti. La lotta per la legalità, che è essenziale per rilanciare l’economia. Il fatto che la modernizzazione e la crescita devono andare assieme all'equità sociale anche perché se si continua solo a incidere sui salari le imprese non hanno un incentivo ad aumentare la produttività investendo in Ricerca e Sviluppo. E poi un riequilibrio tra settore pubblico e privato, dando più peso al primo…»

La fermo. Vuole rinazionalizzare?
«Penso che nel settore del credito serva un istituto a medio termine pubblico che finanzi gli investimenti delle imprese. La Germania ce l’ha, noi l’avevamo e l’abbiamo privatizzato senza buoni frutti. E poi quando lo Stato interviene in soccorso di una banca, come sta avvenendo per Mps, deve prendere anche una partecipazione nel capitale».

E il quarto punto?
«E’ l’Europa. Dobbiamo assolutamente rinegoziare il fiscal compact. La politica di austerità, per citare Talleyrand, è peggio di un delitto, è un errore. E se troppo depressive colpiscono anche le finanze pubbliche».

Sembra di sentire Berlusconi
«Lui e Tremonti ora dicono che l’Europa è cattiva, ma sono loro che hanno accettato queste politiche».

Lei ha curato un volume di scritti di Karl Marx. Oggi si può leggere quello che accade con quegli strumenti?
«La lettura marxiana è l’unica che permette di capire che questa e altre crisi non sono incidenti di percorso, ma fenomeni insiti in un’economia basata sul debito e la finanza. E le assicuro che come me lo pensano molti altri professionisti e finanzieri».
da La Stampa del 24 gennaio 2013